
Il racconto del sabato
Ogni sabato, per una strana scommessa con me stesso, un esercizio difficile ma stimolante, provo a scrivere come se, dietro la mia spalla, ci fosse Woody.Non Woody Allen nel senso stretto — quello è un talento inarrivabile — ma un’eco ironica e malinconica del suo sguardo. Quella voce sottile che sa raccontare la vita senza imbellettarla, mescolando battute taglienti e pensieri seri con la stessa leggerezza di un clarinetto.
È un gioco, ma anche un esercizio di libertà. Non cerco di imitarlo: mi piace camminare accanto alla sua ombra, provando a raccontare storie piccole, assurde, a volte tenere, a volte graffianti. Storie in cui spesso finisco dentro anch’io, insieme a un Woody immaginario che commenta, interrompe, suggerisce.
Scrivo per divertirmi. E se capita che qualcun altro si diverta a leggermi, tanto meglio.
Armando
30 Maggio 2026
Mi avevano invitato a una conferenza per imprenditori in qualità di giornalista.
Non era stata una scelta coraggiosa. Era stata una sostituzione.
Il giornalista ufficiale, quello vero, quello che probabilmente possedeva una giacca blu senza macchie di caffè e un taccuino con il logo di una testata importante, aveva avuto un imprevisto. Così qualcuno, in fondo a una catena di telefonate sempre più disperate, aveva fatto il mio nome.
«È disponibile?»
«Fisicamente sì», avevo risposto. «Sul resto preferirei non sbilanciarmi.»
Mi dissero che dovevo solo ascoltare, prendere qualche appunto, magari fare una domanda alla fine. Una cosa semplice. E nella mia esperienza le cose semplici sono quelle che poi richiedono un avvocato.
La sala era piena di imprenditori. Giacche scure, scarpe lucide, sguardi educati e un’attenzione intermittente, come certe lampadine nei pianerottoli. Il pubblico non era ostile. Era peggio: era amorfo. Annuiva quando bisognava annuire, sorrideva quando il relatore faceva una battuta, controllava il telefono con la discrezione di chi pensa di essere invisibile.
Sul grande schermo campeggiava un titolo che prometteva guai:
Profitto, cultura e futuro dell’informazione.
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23 Maggio 2026
Decisi di dimostrare scientificamente che il presidente della nazione più potente del mondo era un alieno un martedì mattina, dopo aver visto tre minuti di un suo comizio.
Non fu un’intuizione politica. Fu un riflesso biologico.
Il mio organismo, che negli anni aveva sopportato governi tecnici, talk show del martedì sera e conferenze stampa con la parola “resilienza”, davanti a quella massa compatta di capelli, abbronzatura e sintassi ellittica ebbe una reazione precisa: questo non può essere interamente terrestre.
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17 Maggio 2026
Io non dovevo essere lì.
E quando dico “lì”, non intendo in senso filosofico, come quando uno si sveglia la mattina e si domanda perché sia nato in un Paese dove per rinnovare la carta d’identità elettronica bisogna prendere appuntamento tre mesi prima.
Intendo proprio lì.
Su Air Force One.
Seduto accanto a un finestrino, con un caffè americano davanti — che è già una piccola offesa alla civiltà mediterranea — un taccuino sulle ginocchia e un funzionario del Dipartimento del Commercio che mi spiegava i dazi come se fossero una variante aggressiva dell’IMU.
Il disguido, naturalmente, era cominciato in Italia.
Da noi i grandi errori non esplodono. Maturano. Fanno anticamera. Passano da un ufficio all’altro. Ricevono un timbro. Poi diventano irreversibili.
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9 Maggio 2026
Ho sempre pensato che in metropolitana ognuno dovesse occuparsi della propria disperazione.
Non è un pensiero elegante, lo ammetto. Ma è pratico. In metropolitana la gente non si conosce: si sopporta. Si divide l’ossigeno per qualche fermata, evitando gli sguardi, i gomiti, le borse, le vite degli altri. Ognuno entra con il proprio problema e spera di uscirne con lo stesso problema, possibilmente non aggravato da un borseggio, da una frenata o da un bambino con un flauto dolce.
Quella mattina, però, la regola venne infranta da una donna.
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4 Maggio 2026
Ci sono città che ti accolgono.
Milano no.
Milano ti esamina.
Ti guarda arrivare con quell’aria intelligente e un po’ diffidente di chi non ha nessuna intenzione di facilitarti il compito. Non ti sorride subito. Non ti abbraccia. Non ti dice: accomodati. Ti dice piuttosto: vediamo. Vediamo come entri. Vediamo come guardi. Vediamo se hai capito dove sei.
E forse è proprio per questo che, alla fine, la ami.
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10 Aprile 2026
Il bambino era fermo in mezzo alla piazza con quell’aria che hanno certe persone molto giovani e certi statisti molto anziani: sembrava convinto che il problema fosse del mondo, non suo.
Io, per prudenza, cercai di passargli accanto senza farmi notare.
Non per cattiveria. Per realismo.
Ci sono persone nate per consolare, persone nate per guidare, persone nate per dire con calma: adesso sistemiamo tutto.
Io sono nato, credo, per sembrare preoccupato in modo credibile.
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4 Aprile 2026
Quando mi invitarono a tenere una lezione all’università della Terza età, pensai che ci fosse stato un errore.
Succede. Il mondo è pieno di persone competenti, ma ogni tanto chiamano me. Forse perché ho un’aria riflessiva. È uno dei grandi equivoci della mia vita. In realtà passo molto tempo a fissare il vuoto con espressione intensa, sperando che nessuno verifichi il contenuto.
Il titolo dell’incontro era Capire il presente.
Una richiesta sproporzionata. Io faccio già fatica a capire i menù digitali, le ricevute del bancomat e certe confezioni di medicinali che sembrano progettate da persone ostili all’umanità. E avrei dovuto spiegare il presente a persone che avevano visto molto più passato di me. Il passato, tra le altre cose, ha il brutto vizio di rendere il presente confrontabile.
Accettai. Lo faccio sempre quando una cosa mi sembra chiaramente inadatta a me. È una forma di autolesionismo con buone maniere.
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28 Marzo 2026
Mi sono svegliato con una sensazione strana.
Non era ansia. Non era entusiasmo.
Era… assenza di programma.
La cosa mi ha preoccupato.
Ho fatto il caffè, mi sono scottato la lingua — segno che il mondo funzionava ancora — e ho deciso di uscire. Senza motivo. Che, per me, è già un motivo sospetto.
Camminavo cercando di sembrare una persona che passeggia.
Non è facile.
La gente intorno a me sembrava sapere cosa stava facendo.
Io osservavo. Con un certo sospetto.
Quando qualcuno è sereno, penso sempre che abbia perso un’informazione importante.
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21 Marzo 2026
Non avevo mai vinto nulla in vita mia.
Nemmeno una tombola di Natale, e guardi che ci mettevo impegno.
Per questo, quando mi è arrivata la mail — “Complimenti, ha vinto un viaggio negli Stati Uniti” — ho pensato a un errore, o a una nuova forma di crudeltà digitale. Invece era vero.
Così mi sono ritrovato su un pullman con persone felici, organizzate, fotograficamente pronte. Io avevo una sciarpa fuori stagione e una certa familiarità con il sentirmi fuori posto, che in viaggio torna sempre utile.
La guida parlava. Parlava molto.
Io ascoltavo poco. Guardavo i dettagli: le scarpe degli altri, i riflessi sui vetri, le cose inutili che poi sono le uniche che restano.
Quando siamo arrivati alla Casa Bianca, ho provato una specie di rispetto involontario. Non per la politica — quella mi mette sempre un po’ a disagio — ma per l’idea che lì dentro qualcuno decide, e poi quelle decisioni arrivano fino a uno come me, che perde il filo anche nelle visite guidate.
Ci hanno fatto entrare.
A un certo punto, la guida ha detto: “Restate uniti”.
Io ho fatto esattamente il contrario.
Non per ribellione.
Per distrazione coerente.
Ho visto una porta. Non era diversa dalle altre, ma aveva quell’aria di porta che, se la apri, succede qualcosa. E io, nella vita, ho sempre avuto un debole per le cose che potrebbero succedere.
Sono entrato.
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14 Marzo 2026
I musei di notte sono molto più educati che di giorno.
Nessuno spinge.
Nessuno fotografa.
Nessuno dice: «Questo lo potevo fare anch’io».
C’è solo il rumore dei passi.
E qualche quadro che ti guarda passare con la calma di chi ha già visto tutto.
Io ero lì per un lavoro temporaneo.
Controllo delle sale dopo la chiusura.
Il custode titolare aveva l’influenza e il direttore aveva deciso che, tra tutti i volontari disponibili, io avevo l’aria meno pericolosa.
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28 Febbraio 2026
Pioveva su Sanremo con quella pioggia ligure che non cade: insiste. Io ero lì per una consegna da cinque minuti, un favore a un amico tecnico, una cosa da retro del teatro e pass grigio in tasca — cioè la forma più rassicurante dell’anonimato. Poi, sotto una lampada vicino a una porta laterale, ho tirato fuori il badge e l’ho visto cambiare colore. Era diventato rosso. Rosso pieno. Rosso da errore che qualcuno, più tardi, avrebbe difeso dicendo: “Ormai è andata.” C’era scritto: OSPITE IMPREVISTO. Sotto, in piccolo, una parola sola: SCALA. E a Sanremo, quando una parola sola ti viene incontro così, non è mai un’indicazione. È già una trama.
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14 Febbraio 2026
Mi ero offerto come volontario.
Non per senso del dovere. Per prudenza. Dopo la figuraccia della cerimonia di apertura, ho pensato che il posto più sicuro fosse ai margini. Pettorina arancione, mappa dei settori, sorriso neutro.
Io dovevo solo indicare i bagni.
Quando mi hanno trascinato in cabina stampa, ho capito che il destino non ama i margini.
“Nessuno vuole parlare,” mi hanno detto. “Troppo rischio.”
“Ma io non sono un conduttore.”
“Appunto.”
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7 Febbraio 2026
Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa.
Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta.
Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno.
Poi ho visto lui.
Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.
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31 Gennaio 2026
Sono salito sul treno con l’aria di chi, per una volta, ha tutto sotto controllo: biglietto, telefono carico, perfino una bottiglietta d’acqua. In pratica, un adulto. Per cinque minuti.
Poi è arrivato il controllore.
Non quello “biglietto, grazie” e via. Questo camminava lento, come se non controllasse i QR code ma le coscienze. Aveva la faccia di uno che ti perdona solo dopo averti capito.
Gli ho mostrato il biglietto con una certa fierezza. Io, nella vita, sbaglio molto. Ma i codici a barre mi riescono.
Lui ha annuito.
«Perfetto.»
Io ho già respirato.
E poi lui ha aggiunto:
«E l’alibi?»
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24 Gennaio 2026
Sono entrato in libreria con l’umiltà di un peccatore. Il mio vizio non è l’alcol, non è il fumo: io consiglio libri. È una dipendenza raffinata. Non ti distrugge il fegato, ti distrugge le amicizie.
Appena dentro ho visto un cartello, secco come una diagnosi:
NON CONSIGLIARE LIBRI AGLI AMICI. È VIOLENZA GENTILE
Sono rimasto con la mano sul maniglione, come uno che entra in un locale e legge “qui si parla dei propri sentimenti”. Per un attimo ho riso. Poi ho smesso, perché era vero. Quando consigli un libro non dici “leggilo”. Dici: “Diventa la versione di te che io preferisco”. È un fascismo educato, con la copertina bella.
Mi sono detto: va bene, Woody. Oggi stai zitto.
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17 Gennaio 2026
Sono arrivato presto.
Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole.
Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”.
Davanti all’ingresso c’era già una fila.
Non una fila agitata, no.
Una fila composta. Educata. Quasi elegante.
La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera.
Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”.
Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce.
Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto.
Niente.
Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.
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10 Gennaio 2026
Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano.
Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione.
«Buongiorno», ho detto.
Lui mi ha guardato con una calma sospetta.
«Quanti?»
«Quanti… cosa?»
Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
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3 Gennaio 2026
Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza.
Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina.
All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”.
No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante.
“Troppo rumore. Oggi niente arte.”
Ho riletto due volte.
Non perché non avessi capito.
Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole.
Dietro di me una coppia ha riso.
Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”.
Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero.
Io no.
Io sono rimasto lì, con quella frase addosso.
“Troppo rumore.”
Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”.
Niente di apocalittico.
Eppure, a quanto pare, bastava.
Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.”
E ho bussato.
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27 Dicembre 2025
Mi avevano invitato a cena.
Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto.
«Saremo in pochi», avevano detto.
Frase che, a dicembre, significa tutto e niente.
Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile.
C’era già un’altra ospite.
Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato.
Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva.
Appena mi ha visto, si è alzata di scatto.
«Ma io… io non ci posso credere.»
Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto.
Oppure di essere entrato nella casa sbagliata.
O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata.
«Lei… lei è Woody.»
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20 Dicembre 2025
Mi è successo perché ho risposto a un annuncio.
“Cercasi Elfo. Evento natalizio. Una sera. Pagamento immediato.”
Io non credo agli elfi, come non credo ai parcheggi liberi davanti casa. Però credo nei pagamenti immediati. E poi, diciamolo: fare l’elfo è un lavoro a prova di fallimento. Indossi un cappello a punta, sorridi, fai “oh-oh-oh” e nessuno si aspetta competenza. È un paradiso per chi ha studiato filosofia e poi ha scoperto l’IVA.
Mi presento al punto indicato, che non è l’entrata principale, ovviamente. È un retro, un corridoio che odora di cartone bagnato e panettone industriale. Un addetto mi passa un sacchetto con dentro un costume verde, scarpe che sembrano due canoe e una cintura con una campanella che, immagino, serve a ricordarti che la dignità è un concetto elastico.
“Sei Woody, giusto? Vai dietro. Babbo Natale ti aspetta.”
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