
Il racconto del sabato
Ogni sabato, per una strana scommessa con me stesso, un esercizio difficile ma stimolante, provo a scrivere come se, dietro la mia spalla, ci fosse Woody.Non Woody Allen nel senso stretto — quello è un talento inarrivabile — ma un’eco ironica e malinconica del suo sguardo. Quella voce sottile che sa raccontare la vita senza imbellettarla, mescolando battute taglienti e pensieri seri con la stessa leggerezza di un clarinetto.
È un gioco, ma anche un esercizio di libertà. Non cerco di imitarlo: mi piace camminare accanto alla sua ombra, provando a raccontare storie piccole, assurde, a volte tenere, a volte graffianti. Storie in cui spesso finisco dentro anch’io, insieme a un Woody immaginario che commenta, interrompe, suggerisce.
Scrivo per divertirmi. E se capita che qualcun altro si diverta a leggermi, tanto meglio.
Armando
6 Settembre 2026
A Laveno non avevo trovato Arlecchino.
La cosa, dopo qualche giorno, aveva smesso di preoccuparmi.
Continuavo a guardare le barche, però.
Questo sì.
Mi capitava di fermarmi davanti ai piccoli porti, di rallentare passando vicino a un cantiere, di guardare gli alberi che spuntavano dietro una siepe o sopra un muro. Non cercavo più un modello preciso. Cercavo qualcosa che non sapevo ancora definire.
Un pomeriggio mi fermai vicino a una spiaggetta che conoscevo appena.
Poca gente. Due asciugamani, un cane che aveva deciso di entrare in acqua senza chiedere il permesso a nessuno, qualche barca alla boa.
Una, soprattutto.
Non era grande.
Da lontano non aveva niente di speciale. Scafo chiaro, linea semplice, un po’ vecchia maniera. La guardai abbastanza a lungo da accorgermi che qualcuno, sulla riva, stava guardando me.
Era un uomo anziano. Molto anziano, avrei detto. Ma era uno di quegli uomini per cui l’età sembra una notizia che riguarda soprattutto l’anagrafe.
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29 Agosto 2026
«Di che colore era?»
Era la seconda domanda e già cominciavo ad avere qualche difficoltà.
«Bianca.»
L’uomo continuò a guardarmi.
«Credo.»
Eravamo sul pontile di Stresa. Lui stava sistemando una cima e io gli avevo appena chiesto se avesse mai visto un Arlecchino dei cantieri Sartini. Sette metri e mezzo, in legno, tuga bassa. Una barca che avevo conosciuto molti anni prima e che adesso cercavo sul Lago Maggiore.
«Come si chiamava?»
«Arlecchino.»
«Questo l’ho capito.»
«No, non ci siamo capiti. Arlecchino era il modello. Il nome non me lo ricordo.»
Posò la cima. Forse aveva intuito che la faccenda sarebbe stata più lunga del previsto.
«Numero velico?»
Scossi la testa.
«Anno?»
«Primi anni Settanta. Più o meno.»
«Segni particolari?»
A quella domanda non avevo pensato. Le barche, viste da lontano, sembrano avere tutte molti segni particolari. Quando devi descriverne una, invece, diventano improvvisamente bianche, con un albero e delle vele.
Tirai fuori la fotografia che avevo portato con me. Si vedeva molto bene mio cugino, giovane, abbronzato e soddisfatto. Dietro di lui compariva circa un terzo dell’Arlecchino. Il resto era rimasto fuori dall’inquadratura.
L’uomo la osservò.
«Il ragazzo lo ritroviamo di sicuro.»
«Purtroppo non c'è più.»
Mi restituì la fotografia.
«Anche la barca, temo.»
Non era un grande inizio per un’indagine, ma ormai avevo cominciato.
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22 Agosto 2026
Il cartello l’ho visto anch’io. Questo va messo agli atti.
Era piantato subito dopo il distributore, un po’ storto.
RADUNO AUTO STORICHE
OGGI
CAMPO SPORTIVO
La freccia indicava a destra.
Noi dovevamo andare a sinistra.
Avevo appuntamento con un ponte. Non è un modo di dire. Un signore mi aveva telefonato per raccontarmi che, sotto un ponte rifatto negli anni Sessanta, si vedeva ancora un arco del Cinquecento che in paese chiamavano romano. A me i monumenti con l’età sbagliata sono sempre piaciuti. Hanno qualcosa di umano.
«Non ci pensare», dissi alla Rossa.
Lei ebbe un vuoto.
Poi tossì due volte, una cosa breve dal carburatore, e riprese. Arrivammo al bivio. Misi la freccia a sinistra.
La Rossa andò a destra.
Lo so che c’ero io al volante. So anche che le automobili non prendono decisioni e che, se le prendessero, probabilmente non lo direbbero a noi. Però la strada era larga, non passava nessuno e il volante si lasciò accompagnare con una facilità sospetta.
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15 Agosto 2026
A Ferragosto le strade hanno un modo tutto loro di sembrare abbandonate.
Non sono davvero vuote. Sono sospese.
Le serrande abbassate, i distributori deserti, qualche automobile parcheggiata davanti a una casa con le persiane chiuse. Anche la Rossa sembrava essersene accorta e procedeva senza fretta, come se avesse capito che quel giorno nessuno aveva veramente un posto dove arrivare.
Io, invece, avevo un problema molto concreto.
Avevo fame.
Il primo bar era chiuso. Il secondo anche. Il terzo esponeva un cartello scritto a mano:
CHIUSO PER FERIE. BUON FERRAGOSTO.
«Molto gentili», dissi. «Ma avrei preferito un panino.»
Continuai.
Fu poco dopo, attraversando un paese che non avevo nessun motivo particolare per attraversare, che vidi una casa.
O meglio, vidi qualcosa sopra una casa.
Era un vecchio edificio in ristrutturazione. Pietra sotto, mattoni nuovi sopra. Il tetto era quasi terminato.
Sul punto più alto qualcuno aveva piantato un ramo.
Non un rametto decorativo. Una bella frasca verde che si vedeva dalla strada.
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7 Agosto 2026
La deviazione non era prevista.
Le deviazioni non lo sono mai, naturalmente, ma quella aveva una particolare aria di soddisfazione.
Un cartello giallo annunciava:
STRADA INTERROTTA – DEVIAZIONE
Sotto, una freccia indicava una strada sulla quale due automobili avrebbero avuto difficoltà a incontrarsi senza che una delle due cambiasse religione.
Guardai la Rossa.
— Non cominciare.
Lei non disse niente. La Rossa, quando pensa di avere ragione, diventa insopportabilmente silenziosa.
Seguimmo la freccia.
Dopo qualche chilometro arrivammo in un paese che non avevo mai visto. Case di pietra, gerani alle finestre, una chiesa, un municipio e una piazza sorprendentemente piena di gente.
Notai alcune panchine appena ridipinte. Un uomo stava trascinando due cassonetti dietro l’angolo. Sulla facciata del vecchio cinema, chiuso da anni, qualcuno aveva appeso una scritta:
BENVENUTO
Non specificava a chi.
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1 Agosto 2026
Quella mattina avevo deciso di visitare un villaggio di iurte tibetane sorto sulle colline sopra il lago.
Il dépliant prometteva silenzio, energia, riconnessione con la natura e una colazione biologica servita in cestini di bambù.
Le fotografie mostravano tende bianche affacciate sull’acqua, cuscini color ocra, bracieri e persone vestite di lino che guardavano il tramonto senza apparente bisogno di controllare il telefono.
Il soggiorno minimo era di due notti.
Il prezzo massimo non era indicato.
Non avevo prenotato. Avevo ottenuto il permesso di visitare la struttura e parlare con il fondatore, un ex consulente finanziario che, secondo il sito, aveva lasciato la città dopo «un incontro trasformativo con il silenzio».
La frase mi incuriosiva.
Anche perché l’incontro era avvenuto durante una settimana alle Maldive.
Sul sedile accanto avevo sistemato il dépliant, il registratore, una bottiglia d’acqua e il taccuino.
In cima alla pagina avevo scritto:
Ogni civiltà finisce per vendere come esperienza ciò che un tempo era semplicemente vita.
La frase mi sembrava severa al punto giusto.
La Renault 4 non diede segni di dissenso.
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25 Luglio 2026
Nessun rumore dal cofano.
Nessuna spia accesa senza motivo.
Nessuna deviazione suggerita da un cartello scolorito.
Nessun rallentamento improvviso davanti a una strada secondaria.
La Rossa procedeva tranquilla, quasi disciplinata.
Fu questo a preoccuparmi.
Quella mattina avevo programmato di visitare un piccolo museo dedicato alla radio e alle prime comunicazioni senza fili. Si trovava in una cittadina di pianura, dentro un edificio municipale che un tempo era stato una scuola tecnica.
Avevo letto che conservava apparecchi a galena, radio militari, ricevitori domestici, fonografi, registratori a filo, vecchi televisori e strumenti costruiti artigianalmente da tecnici e appassionati.
Era esattamente il genere di luogo che mi interessava.
Non famoso.
Non monumentale.
Ma capace di raccontare il momento in cui una voce, per la prima volta, aveva attraversato una distanza senza portarsi dietro il corpo di chi parlava.
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18 Luglio 2026
La Rossa aveva cominciato a fare un rumore nuovo.
Non era un rumore grave. Almeno, non sembrava. Era piuttosto un lamento intermittente, una specie di raschio metallico che compariva in salita, spariva in pianura e tornava appena provavo a ignorarlo.
Io, naturalmente, lo interpretai come un segnale.
Ero partito quella mattina con un programma preciso. Direzione Torino. Museo Nazionale del Cinema. Avevo preparato appunti sulle lanterne magiche, su Cabiria, sulla Mole Antonelliana, sulla nascita delle immagini in movimento e sul bisogno umano di raccontarsi attraverso una luce proiettata nel buio.
Nel bagagliaio avevo sistemato libri, microfoni, una videocamera, due cavalletti e una quantità di cavi superiore a quella necessaria per illuminare un piccolo comune.
Sul sedile accanto, il taccuino recava un titolo molto serio:
Il cinema come memoria del Novecento.
La Rossa tossì.
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11 Luglio 2026
La Renault 4 rossa era parcheggiata sotto il grande albero del cortile e aveva già l’aria di rimproverarmi.
La osservavo dalla finestra della cucina da almeno venti minuti, fingendo di bere il caffè. Lei, invece, sembrava pronta. Aveva due piccoli adesivi di Canale Cultura sulle portiere, una valigia legata sul portapacchi e un’antenna che tendeva leggermente verso sinistra, come se sapesse già da quale parte avremmo sbagliato strada.
Avevo deciso di attraversare l’Italia.
Non tutta, naturalmente. Dire “attraversare l’Italia” rendeva il progetto più autorevole. In realtà avevo preparato un itinerario di poche settimane, con musei minori, archivi dimenticati, vecchi cinema, abbazie, case di scrittori e persone che conservavano storie senza sapere bene che cosa farsene.
L’idea era semplice: partire ogni sabato, raggiungere un luogo e raccontarlo.
Avevo chiamato il progetto L’Italia in quarta.
La quarta era quella della Renault, anche se non ero affatto sicuro che entrasse ancora con facilità.
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4 Luglio 2026
Il 4 luglio, nel mio palazzo, di solito succedono due cose.
Il signor Henderson, americano del quarto piano, appende al balcone una bandiera degli Stati Uniti grande come una vela. La signora Brambilla, che abita sotto di lui, telefona all’amministratore per denunciare «l’ennesima provocazione imperialista sul prospetto principale».
Io abito al terzo piano.
Esattamente in mezzo.
Non solo dal punto di vista edilizio. Anche morale, politico e condominiale. Nel nostro palazzo l’aria calda sale, le opinioni scendono e prima o poi si incontrano sul mio pianerottolo.
Henderson si chiama Arthur, ma tutti lo chiamano “l’americano”. Anche il postino, quando gli consegna le bollette, dice:
«C’è posta per l’America.»
Arthur ride sempre. Una risata larga, gentile, un po’ fuori tempo.
Era arrivato in Italia molti anni prima per insegnare inglese. Doveva restare due anni. Poi aveva conosciuto una ragazza di Parma, l’aveva sposata e, molto tempo dopo, l’aveva perduta nel modo definitivo in cui si perdono certe persone.
Da allora non se n’era più andato.
Ogni 4 luglio, però, tornava americano.
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27 Giugno 2026
Non avevo mai fatto il babysitter.
Avevo custodito un gatto per tre giorni, ma al ritorno della proprietaria l’animale aveva sviluppato un rapporto più profondo con il termosifone che con me. Una volta mi avevano affidato anche una pianta grassa. Era morta. Non so come si possa far morire una pianta grassa. Credo si sia lasciata andare.
Per questo, quando Laura mi disse:
«Me lo tieni mezz’ora? Ho una video call urgente», avrei dovuto essere prudente.
Invece guardai il bambino.
Cinque anni, capelli biondi, una buffa maglietta con disegnata una cravatta, sguardo fermo. Teneva in mano un camion dei pompieri e lo faceva passare ripetutamente sul piede della madre.
«È tranquillo», disse Laura.
Il bambino fece passare il camion sul mio piede.
«Molto tranquillo», dissi.
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20 Giugno 2026
Non ho mai desiderato incontrare il presidente degli Stati Uniti.
Non per ragioni politiche. È una questione di organizzazione. Quando incontri una persona così importante devi sapere come comportarti. Gli stringi la mano? Ti inchini? Gli chiedi una fotografia? Fingi di non riconoscerlo per dimostrare che anche tu sei abituato a frequentare persone che dispongono di testate nucleari?
Io, quando sono nervoso, domando dove sia il bagno.
Non è una buona apertura diplomatica.
Quel pomeriggio ero entrato in un albergo di Manhattan per partecipare a un convegno dal titolo “L’ansia nel mondo contemporaneo”. Mi avevano invitato come esperto. Non perché avessi studiato l’argomento, ma perché lo praticavo da più di sessant’anni.
Il convegno si teneva al diciassettesimo piano.
Premetti il pulsante dell’ascensore e aspettai.
Le porte si aprirono lentamente. Dentro c’era un uomo sulla settantina, robusto, con un cappotto scuro, una cravatta rossa allentata e una valigetta che stringeva al petto come se contenesse i codici per la fine del mondo. Aveva i capelli spettinati, il volto acceso e lo sguardo di chi ha appena ricevuto una notizia gravissima oppure ha bevuto tre bourbon senza mangiare.
Entrai.
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13 Giugno 2026
Avevo accettato per ragioni profondamente sportive.
Messico.
Stati Uniti.
Canada.
Tre parole che, nel mio immaginario, non indicavano soltanto un Mondiale di calcio. Indicavano camere d’albergo con aria condizionata, colazioni internazionali, taxi pagati da qualcuno che non fossi io, e quella meravigliosa forma di patriottismo che nasce quando un produttore ti dice: “Naturalmente le spese sono coperte”.
Io non sono un grande esperto di calcio.
Questo lo avevo detto subito.
Anzi, lo avevo detto con una sincerità quasi commovente, durante la prima telefonata con la televisione.
“Guardi”, avevo spiegato, “io posso distinguere una palla da un melone solo se il melone non rotola troppo veloce.”
Dall’altra parte avevano riso.
E quando la televisione ride a una tua battuta, tu commetti sempre lo stesso errore: pensi che ti abbia capito.
In realtà non ti ha capito. Ti ha ingaggiato.
“È proprio quello che cerchiamo”, mi aveva detto l’autore del programma. “Uno sguardo laterale.”
Io conosco questa espressione. Nel linguaggio televisivo significa: non sappiamo bene perché ti stiamo chiamando, ma se qualcuno protesta diremo che era una scelta editoriale.
Comunque accettai.
Accettai con entusiasmo.
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6 Giugno 2026
Non so bene perché avessi detto di sì.
Di solito, quando qualcuno mi propone un’attività di volontariato, io rispondo con prudenza. Non per mancanza di cuore. Il cuore ce l’ho. È il resto dell’organizzazione interna che dà segni di cedimento.
Mi avevano chiesto:
“Woody, verresti il 2 giugno in comunità a parlare ai ragazzi della Festa della Repubblica?”
Io avevo detto:
“Certo.”
Poi avevo aggiunto:
“Ma siete sicuri che la Repubblica abbia bisogno proprio di me? È sopravvissuta alla monarchia, alla guerra fredda, ai governi balneari e ai talk show del martedì sera. Non vorrei essere io il colpo finale.”
Mi dissero che sarebbe stato semplice.
Quando qualcuno dice “sarà semplice”, io cerco subito l’uscita di sicurezza.
La comunità era in periferia. Un edificio basso, con un giardino un po’ spelacchiato e una sala comune arredata con quel gusto sobrio delle istituzioni educative: sedie robuste, tavoli resistenti, piante che avevano visto cose.
Arrivai con una borsa piena di appunti, una bandierina tricolore e una crostata che avevo comprato al volo fingendo che fosse una scelta simbolica. Verde, bianca e rossa non era. Diciamo che rappresentava il Paese in una fase di transizione cromatica.
I ragazzi erano già lì.
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30 Maggio 2026
Mi avevano invitato a una conferenza per imprenditori in qualità di giornalista.
Non era stata una scelta coraggiosa. Era stata una sostituzione.
Il giornalista ufficiale, quello vero, quello che probabilmente possedeva una giacca blu senza macchie di caffè e un taccuino con il logo di una testata importante, aveva avuto un imprevisto. Così qualcuno, in fondo a una catena di telefonate sempre più disperate, aveva fatto il mio nome.
«È disponibile?»
«Fisicamente sì», avevo risposto. «Sul resto preferirei non sbilanciarmi.»
Mi dissero che dovevo solo ascoltare, prendere qualche appunto, magari fare una domanda alla fine. Una cosa semplice. E nella mia esperienza le cose semplici sono quelle che poi richiedono un avvocato.
La sala era piena di imprenditori. Giacche scure, scarpe lucide, sguardi educati e un’attenzione intermittente, come certe lampadine nei pianerottoli. Il pubblico non era ostile. Era peggio: era amorfo. Annuiva quando bisognava annuire, sorrideva quando il relatore faceva una battuta, controllava il telefono con la discrezione di chi pensa di essere invisibile.
Sul grande schermo campeggiava un titolo che prometteva guai:
Profitto, cultura e futuro dell’informazione.
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23 Maggio 2026
Decisi di dimostrare scientificamente che il presidente della nazione più potente del mondo era un alieno un martedì mattina, dopo aver visto tre minuti di un suo comizio.
Non fu un’intuizione politica. Fu un riflesso biologico.
Il mio organismo, che negli anni aveva sopportato governi tecnici, talk show del martedì sera e conferenze stampa con la parola “resilienza”, davanti a quella massa compatta di capelli, abbronzatura e sintassi ellittica ebbe una reazione precisa: questo non può essere interamente terrestre.
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17 Maggio 2026
Io non dovevo essere lì.
E quando dico “lì”, non intendo in senso filosofico, come quando uno si sveglia la mattina e si domanda perché sia nato in un Paese dove per rinnovare la carta d’identità elettronica bisogna prendere appuntamento tre mesi prima.
Intendo proprio lì.
Su Air Force One.
Seduto accanto a un finestrino, con un caffè americano davanti — che è già una piccola offesa alla civiltà mediterranea — un taccuino sulle ginocchia e un funzionario del Dipartimento del Commercio che mi spiegava i dazi come se fossero una variante aggressiva dell’IMU.
Il disguido, naturalmente, era cominciato in Italia.
Da noi i grandi errori non esplodono. Maturano. Fanno anticamera. Passano da un ufficio all’altro. Ricevono un timbro. Poi diventano irreversibili.
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9 Maggio 2026
Ho sempre pensato che in metropolitana ognuno dovesse occuparsi della propria disperazione.
Non è un pensiero elegante, lo ammetto. Ma è pratico. In metropolitana la gente non si conosce: si sopporta. Si divide l’ossigeno per qualche fermata, evitando gli sguardi, i gomiti, le borse, le vite degli altri. Ognuno entra con il proprio problema e spera di uscirne con lo stesso problema, possibilmente non aggravato da un borseggio, da una frenata o da un bambino con un flauto dolce.
Quella mattina, però, la regola venne infranta da una donna.
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4 Maggio 2026
Ci sono città che ti accolgono.
Milano no.
Milano ti esamina.
Ti guarda arrivare con quell’aria intelligente e un po’ diffidente di chi non ha nessuna intenzione di facilitarti il compito. Non ti sorride subito. Non ti abbraccia. Non ti dice: accomodati. Ti dice piuttosto: vediamo. Vediamo come entri. Vediamo come guardi. Vediamo se hai capito dove sei.
E forse è proprio per questo che, alla fine, la ami.
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10 Aprile 2026
Il bambino era fermo in mezzo alla piazza con quell’aria che hanno certe persone molto giovani e certi statisti molto anziani: sembrava convinto che il problema fosse del mondo, non suo.
Io, per prudenza, cercai di passargli accanto senza farmi notare.
Non per cattiveria. Per realismo.
Ci sono persone nate per consolare, persone nate per guidare, persone nate per dire con calma: adesso sistemiamo tutto.
Io sono nato, credo, per sembrare preoccupato in modo credibile.
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4 Aprile 2026
Quando mi invitarono a tenere una lezione all’università della Terza età, pensai che ci fosse stato un errore.
Succede. Il mondo è pieno di persone competenti, ma ogni tanto chiamano me. Forse perché ho un’aria riflessiva. È uno dei grandi equivoci della mia vita. In realtà passo molto tempo a fissare il vuoto con espressione intensa, sperando che nessuno verifichi il contenuto.
Il titolo dell’incontro era Capire il presente.
Una richiesta sproporzionata. Io faccio già fatica a capire i menù digitali, le ricevute del bancomat e certe confezioni di medicinali che sembrano progettate da persone ostili all’umanità. E avrei dovuto spiegare il presente a persone che avevano visto molto più passato di me. Il passato, tra le altre cose, ha il brutto vizio di rendere il presente confrontabile.
Accettai. Lo faccio sempre quando una cosa mi sembra chiaramente inadatta a me. È una forma di autolesionismo con buone maniere.
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28 Marzo 2026
Mi sono svegliato con una sensazione strana.
Non era ansia. Non era entusiasmo.
Era… assenza di programma.
La cosa mi ha preoccupato.
Ho fatto il caffè, mi sono scottato la lingua — segno che il mondo funzionava ancora — e ho deciso di uscire. Senza motivo. Che, per me, è già un motivo sospetto.
Camminavo cercando di sembrare una persona che passeggia.
Non è facile.
La gente intorno a me sembrava sapere cosa stava facendo.
Io osservavo. Con un certo sospetto.
Quando qualcuno è sereno, penso sempre che abbia perso un’informazione importante.
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21 Marzo 2026
Non avevo mai vinto nulla in vita mia.
Nemmeno una tombola di Natale, e guardi che ci mettevo impegno.
Per questo, quando mi è arrivata la mail — “Complimenti, ha vinto un viaggio negli Stati Uniti” — ho pensato a un errore, o a una nuova forma di crudeltà digitale. Invece era vero.
Così mi sono ritrovato su un pullman con persone felici, organizzate, fotograficamente pronte. Io avevo una sciarpa fuori stagione e una certa familiarità con il sentirmi fuori posto, che in viaggio torna sempre utile.
La guida parlava. Parlava molto.
Io ascoltavo poco. Guardavo i dettagli: le scarpe degli altri, i riflessi sui vetri, le cose inutili che poi sono le uniche che restano.
Quando siamo arrivati alla Casa Bianca, ho provato una specie di rispetto involontario. Non per la politica — quella mi mette sempre un po’ a disagio — ma per l’idea che lì dentro qualcuno decide, e poi quelle decisioni arrivano fino a uno come me, che perde il filo anche nelle visite guidate.
Ci hanno fatto entrare.
A un certo punto, la guida ha detto: “Restate uniti”.
Io ho fatto esattamente il contrario.
Non per ribellione.
Per distrazione coerente.
Ho visto una porta. Non era diversa dalle altre, ma aveva quell’aria di porta che, se la apri, succede qualcosa. E io, nella vita, ho sempre avuto un debole per le cose che potrebbero succedere.
Sono entrato.
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14 Marzo 2026
I musei di notte sono molto più educati che di giorno.
Nessuno spinge.
Nessuno fotografa.
Nessuno dice: «Questo lo potevo fare anch’io».
C’è solo il rumore dei passi.
E qualche quadro che ti guarda passare con la calma di chi ha già visto tutto.
Io ero lì per un lavoro temporaneo.
Controllo delle sale dopo la chiusura.
Il custode titolare aveva l’influenza e il direttore aveva deciso che, tra tutti i volontari disponibili, io avevo l’aria meno pericolosa.
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28 Febbraio 2026
Pioveva su Sanremo con quella pioggia ligure che non cade: insiste. Io ero lì per una consegna da cinque minuti, un favore a un amico tecnico, una cosa da retro del teatro e pass grigio in tasca — cioè la forma più rassicurante dell’anonimato. Poi, sotto una lampada vicino a una porta laterale, ho tirato fuori il badge e l’ho visto cambiare colore. Era diventato rosso. Rosso pieno. Rosso da errore che qualcuno, più tardi, avrebbe difeso dicendo: “Ormai è andata.” C’era scritto: OSPITE IMPREVISTO. Sotto, in piccolo, una parola sola: SCALA. E a Sanremo, quando una parola sola ti viene incontro così, non è mai un’indicazione. È già una trama.
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14 Febbraio 2026
Mi ero offerto come volontario.
Non per senso del dovere. Per prudenza. Dopo la figuraccia della cerimonia di apertura, ho pensato che il posto più sicuro fosse ai margini. Pettorina arancione, mappa dei settori, sorriso neutro.
Io dovevo solo indicare i bagni.
Quando mi hanno trascinato in cabina stampa, ho capito che il destino non ama i margini.
“Nessuno vuole parlare,” mi hanno detto. “Troppo rischio.”
“Ma io non sono un conduttore.”
“Appunto.”
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7 Febbraio 2026
Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa.
Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta.
Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno.
Poi ho visto lui.
Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.
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31 Gennaio 2026
Sono salito sul treno con l’aria di chi, per una volta, ha tutto sotto controllo: biglietto, telefono carico, perfino una bottiglietta d’acqua. In pratica, un adulto. Per cinque minuti.
Poi è arrivato il controllore.
Non quello “biglietto, grazie” e via. Questo camminava lento, come se non controllasse i QR code ma le coscienze. Aveva la faccia di uno che ti perdona solo dopo averti capito.
Gli ho mostrato il biglietto con una certa fierezza. Io, nella vita, sbaglio molto. Ma i codici a barre mi riescono.
Lui ha annuito.
«Perfetto.»
Io ho già respirato.
E poi lui ha aggiunto:
«E l’alibi?»
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24 Gennaio 2026
Sono entrato in libreria con l’umiltà di un peccatore. Il mio vizio non è l’alcol, non è il fumo: io consiglio libri. È una dipendenza raffinata. Non ti distrugge il fegato, ti distrugge le amicizie.
Appena dentro ho visto un cartello, secco come una diagnosi:
NON CONSIGLIARE LIBRI AGLI AMICI. È VIOLENZA GENTILE
Sono rimasto con la mano sul maniglione, come uno che entra in un locale e legge “qui si parla dei propri sentimenti”. Per un attimo ho riso. Poi ho smesso, perché era vero. Quando consigli un libro non dici “leggilo”. Dici: “Diventa la versione di te che io preferisco”. È un fascismo educato, con la copertina bella.
Mi sono detto: va bene, Woody. Oggi stai zitto.
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17 Gennaio 2026
Sono arrivato presto.
Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole.
Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”.
Davanti all’ingresso c’era già una fila.
Non una fila agitata, no.
Una fila composta. Educata. Quasi elegante.
La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera.
Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”.
Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce.
Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto.
Niente.
Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.
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10 Gennaio 2026
Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano.
Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione.
«Buongiorno», ho detto.
Lui mi ha guardato con una calma sospetta.
«Quanti?»
«Quanti… cosa?»
Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
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3 Gennaio 2026
Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza.
Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina.
All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”.
No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante.
“Troppo rumore. Oggi niente arte.”
Ho riletto due volte.
Non perché non avessi capito.
Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole.
Dietro di me una coppia ha riso.
Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”.
Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero.
Io no.
Io sono rimasto lì, con quella frase addosso.
“Troppo rumore.”
Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”.
Niente di apocalittico.
Eppure, a quanto pare, bastava.
Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.”
E ho bussato.
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27 Dicembre 2025
Mi avevano invitato a cena.
Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto.
«Saremo in pochi», avevano detto.
Frase che, a dicembre, significa tutto e niente.
Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile.
C’era già un’altra ospite.
Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato.
Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva.
Appena mi ha visto, si è alzata di scatto.
«Ma io… io non ci posso credere.»
Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto.
Oppure di essere entrato nella casa sbagliata.
O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata.
«Lei… lei è Woody.»
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20 Dicembre 2025
Mi è successo perché ho risposto a un annuncio.
“Cercasi Elfo. Evento natalizio. Una sera. Pagamento immediato.”
Io non credo agli elfi, come non credo ai parcheggi liberi davanti casa. Però credo nei pagamenti immediati. E poi, diciamolo: fare l’elfo è un lavoro a prova di fallimento. Indossi un cappello a punta, sorridi, fai “oh-oh-oh” e nessuno si aspetta competenza. È un paradiso per chi ha studiato filosofia e poi ha scoperto l’IVA.
Mi presento al punto indicato, che non è l’entrata principale, ovviamente. È un retro, un corridoio che odora di cartone bagnato e panettone industriale. Un addetto mi passa un sacchetto con dentro un costume verde, scarpe che sembrano due canoe e una cintura con una campanella che, immagino, serve a ricordarti che la dignità è un concetto elastico.
“Sei Woody, giusto? Vai dietro. Babbo Natale ti aspetta.”
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13 Dicembre 2025
Mi avevano detto “Prima della Scala” e io avevo immaginato la scena: ingresso principale, tappeto, un nome pronunciato bene, magari perfino un sorriso che non sottintenda “che ci fa lui qui?”.
Sono arrivato in anticipo, che è una forma di superstizione. Ho attraversato la piazza con l’aria studiata di chi finge di non essere intimidito dai luoghi che intimidiscono. Avevo il frac giusto, il papillon giusto, l’ansia sbagliata.
Davanti all’entrata principale c’era quella luce che non illumina: consacra. Lampadari, velluti, persone che sembravano nate già in abito scuro. Io ho mostrato il mio invito — o meglio, quello che credevo fosse un invito. L’addetto l’ha guardato un secondo, poi mi ha guardato un secondo, come se stesse mettendo insieme due pezzi che non combaciavano.
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6 Dicembre 2025
Quando sbaglio piano, di solito non è mai solo il piano.
Quella mattina ero in un immenso centro congressi di vetro e acciaio, in una città qualunque che avrebbe potuto essere ovunque. Di quei posti dove l’aria condizionata ha più carattere delle persone. Mi avevano convocato per un’intervista sul ruolo dei media in tempo di guerra. Cose serie, raccontate con luci gentili e domande rassicuranti.
Il programma era semplice, come sempre sulla carta: ingresso, corridoio, ascensore interno, piano 7, sala “Bernini”, trucco leggero, quindici minuti in cui avrei dovuto spiegare come “la gente normale” vive le guerre dal divano di casa. Poi un caffè troppo corto e il ritorno in albergo con una vaga sensazione di inutilità dignitosa.
Entro nell’ascensore interno con la mia cartellina. Fuori, un mare di roll-up, loghi di tv, registi che parlano più con le mani che con la bocca. Dentro, il solito specchio crudele e una colonna di pulsanti illuminati.
Io premo 7. Almeno, ne sono convinto.
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29 Novembre 2025
Io lo sapevo che prima o poi una sciocchezza del passato sarebbe tornata a mordermi.
Non mi aspettavo però che arrivasse con il timbro dell’Agenzia Spaziale Europea.
Era un pomeriggio qualunque: pioggia fine, termos del tè mezzo freddo, la posta sparsa sul tavolo come carte da poker di un giocatore stanco. Pubblicità, bollette, pubblicità, bollette, un volantino di una palestra dove promettono di “trasformarmi in un super-io”… e poi quella busta bianca, pulita, rigida.
La apro pensando a una multa.
Invece leggo: “Gentile signor Woody, siamo lieti di informarLa che è stato selezionato per la missione Artemis-Europa come membro civile dell’equipaggio…”.
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22 Novembre 2025
Io continuo a ripeterlo: non ho il fisico per le responsabilità.
Neanche per quelle piccole, tipo scegliere tra latte intero o scremato. Ogni volta che qualcuno mi affida qualcosa, anche una cosa banale, io entro in uno stato di crisi spirituale degno di un monaco tibetano che ha perso il libretto delle istruzioni dell’universo.
Eppure, quella notte, sembrava andare tutto nella solita, prevedibile disfunzione. Ero rimasto sveglio per colpa della mia moka. Ha settant’anni, la stessa età di molte delle mie insicurezze, e da un po’ fa quel rumore metallico che somiglia al pianto sommesso di uno che chiede di andare in pensione ma nessuno lo ascolta.
Io, con la delicatezza psicologica di un diplomato all’Accademia dei Malintesi, le stavo parlando come se fosse un animale ferito.
«Dai, piccola. Fammi questo favore. Solo un caffè decente, e poi ti lascio in pace per due ore.»
È stato allora che il telefono ha vibrato.
“White House.Washington, D.C.”
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15 Novembre 2025
Io la metropolitana non l’ho mai capita.
Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”.
Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido.
Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati.
Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica.
Alle pareti i soliti manifesti:
“DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”,
“SUPERA TE STESSO”,
“VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”.
Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.
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8 Novembre 2025
Non ho mai amato Las Vegas. Mi avevano invitato a tenere una conferenza dal titolo “Come sopravvivere all’ansia in tempi di ottimismo forzato” — roba che fa sembrare i manuali di autoaiuto romanzi di guerra. Ho accettato per due motivi: uno, pagano; due, il buffet prometteva tre tipi di cheesecake.
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1 Novembre 2025
Pioveva sottile. Non quella pioggia romantica da cinema francese. No, quella appiccicosa che si infila nei risvolti del cappotto. Il cinema sembrava un rifugio. Halloween, Bergman, silenzio: il mio piano perfetto.
La sala era un circo gotico. Mantelli, maschere, sangue finto a ettolitri. Mi siedo. E poi vedo la falce.
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25 Ottobre 2025
La stazione di servizio sembrava un acquario senz’acqua: vetri sporchi, una pianta agonizzante, il sole che si divertiva a friggere le ombre. Io ero lì per gonfiare una ruota di pensieri, niente di grave, solo quella pressione bassa che viene quando leggi i giornali. Poi ho sentito il rumore. Non un rombo: una specie di tosse meccanica ostinata, come se un frigorifero avesse deciso di sognare l’oceano.
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18 Ottobre 2025
Il portiere mi disse che il teatro era chiuso. Io dissi che anch’io, in fondo, ero chiuso, ma avevo la chiave sbagliata. Mi fece entrare lo stesso. Nel corridoio dei camerini, odore di cipria e sigaro, si sentiva una risata di metronomo: ta–ta–ta, come se l’orologio ridacchiasse.
Bussai. La porta si aprì quel tanto che basta a far passare un sopracciglio.
«Cercavo il signor Marx.»
«Se cerchi il capitale, hai sbagliato secolo. Se cerchi Groucho, entra. Ma sappi che non accetto resi sulle delusioni.»
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11 Ottobre 2025
Il mio agente ha detto: “Oslo. Missione nobile.”
Io: “Pagano?”
Lui: “Sono nordici.”
“E che devo fare?”
“Perorare una causa impopolare con garbo. Vai lì e chiedi ai signori della Pace perché Rump non è il loro prescelto. Porti tre argomenti. Ti farai voler bene da nessuno. Perfetto per te.”
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4 Ottobre 2025
Il mio agente mi ha mandato un messaggio con solo due parole: “tasse” e “cachet”. Ha aggiunto un’emoji col cappellino da festa, che ho letto come: “non è arte, ma paga l’idraulico”. L’accordo era semplice: un politico italiano — famoso in Italia, praticamente anonimo altrove — desiderava un’intervista con me. Niente televisione, niente giornali. Voleva pubblicarla sui suoi social, insieme a un selfie “storico” con Woody. Io dovevo fare domande serie su tre temi “di fondo”: i ponti, il Milan, i selfie. In questo ordine, come se fossero i tre atti di una tragedia o tre portate di un fast food.
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27 Settembre 2025
Il giorno in cui ho sostituito mio cugino Isaac alle scale mobili e al teleprompter dell’ONU ho visto come un secondo possa cambiare la temperatura di un discorso: scala ferma, prompter in freeze e un “big trouble” che fa il giro del mondo.
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