Il racconto del sabato

Ogni sabato, per una strana scommessa con me stesso, un esercizio difficile ma stimolante, provo a scrivere come se, dietro la mia spalla, ci fosse Woody.
Non Woody Allen nel senso stretto — quello è un talento inarrivabile — ma un’eco ironica e malinconica del suo sguardo. Quella voce sottile che sa raccontare la vita senza imbellettarla, mescolando battute taglienti e pensieri seri con la stessa leggerezza di un clarinetto.
È un gioco, ma anche un esercizio di libertà. Non cerco di imitarlo: mi piace camminare accanto alla sua ombra, provando a raccontare storie piccole, assurde, a volte tenere, a volte graffianti. Storie in cui spesso finisco dentro anch’io, insieme a un Woody immaginario che commenta, interrompe, suggerisce.
Scrivo per divertirmi. E se capita che qualcun altro si diverta a leggermi, tanto meglio.
Armando
14 Marzo 2026

Il quadro che parlava

I musei di notte sono molto più educati che di giorno. Nessuno spinge. Nessuno fotografa. Nessuno dice: «Questo lo potevo fare anch’io». C’è solo il rumore dei passi. E qualche quadro che ti guarda passare con la calma di chi ha già visto tutto. Io ero lì per un lavoro temporaneo. Controllo delle sale dopo la chiusura. Il custode titolare aveva l’influenza e il direttore aveva deciso che, tra tutti i volontari disponibili, io avevo l’aria meno pericolosa.
28 Febbraio 2026

Il gradino in più

Pioveva su Sanremo con quella pioggia ligure che non cade: insiste. Io ero lì per una consegna da cinque minuti, un favore a un amico tecnico, una cosa da retro del teatro e pass grigio in tasca — cioè la forma più rassicurante dell’anonimato. Poi, sotto una lampada vicino a una porta laterale, ho tirato fuori il badge e l’ho visto cambiare colore. Era diventato rosso. Rosso pieno. Rosso da errore che qualcuno, più tardi, avrebbe difeso dicendo: “Ormai è andata.” C’era scritto: OSPITE IMPREVISTO. Sotto, in piccolo, una parola sola: SCALA. E a Sanremo, quando una parola sola ti viene incontro così, non è mai un’indicazione. È già una trama.
14 Febbraio 2026

Cerimonia di chiusura per un volontario distratto

Mi ero offerto come volontario. Non per senso del dovere. Per prudenza. Dopo la figuraccia della cerimonia di apertura, ho pensato che il posto più sicuro fosse ai margini. Pettorina arancione, mappa dei settori, sorriso neutro. Io dovevo solo indicare i bagni. Quando mi hanno trascinato in cabina stampa, ho capito che il destino non ama i margini. “Nessuno vuole parlare,” mi hanno detto. “Troppo rischio.” “Ma io non sono un conduttore.” “Appunto.”
7 Febbraio 2026

E se fossimo noi l’anomalia?

Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa. Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta. Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno. Poi ho visto lui. Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.
31 Gennaio 2026

La scusa valida fino a martedì

Sono salito sul treno con l’aria di chi, per una volta, ha tutto sotto controllo: biglietto, telefono carico, perfino una bottiglietta d’acqua. In pratica, un adulto. Per cinque minuti. Poi è arrivato il controllore. Non quello “biglietto, grazie” e via. Questo camminava lento, come se non controllasse i QR code ma le coscienze. Aveva la faccia di uno che ti perdona solo dopo averti capito. Gli ho mostrato il biglietto con una certa fierezza. Io, nella vita, sbaglio molto. Ma i codici a barre mi riescono. Lui ha annuito. «Perfetto.» Io ho già respirato. E poi lui ha aggiunto: «E l’alibi?»
24 Gennaio 2026

Non consigliare libri agli amici

Sono entrato in libreria con l’umiltà di un peccatore. Il mio vizio non è l’alcol, non è il fumo: io consiglio libri. È una dipendenza raffinata. Non ti distrugge il fegato, ti distrugge le amicizie. Appena dentro ho visto un cartello, secco come una diagnosi: NON CONSIGLIARE LIBRI AGLI AMICI. È VIOLENZA GENTILE Sono rimasto con la mano sul maniglione, come uno che entra in un locale e legge “qui si parla dei propri sentimenti”. Per un attimo ho riso. Poi ho smesso, perché era vero. Quando consigli un libro non dici “leggilo”. Dici: “Diventa la versione di te che io preferisco”. È un fascismo educato, con la copertina bella. Mi sono detto: va bene, Woody. Oggi stai zitto.
17 Gennaio 2026

La coda perfetta

Sono arrivato presto. Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole. Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”. Davanti all’ingresso c’era già una fila. Non una fila agitata, no. Una fila composta. Educata. Quasi elegante. La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera. Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”. Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce. Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto. Niente. Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.
10 Gennaio 2026

L’uomo che vendeva tempo

Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano. Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione. «Buongiorno», ho detto. Lui mi ha guardato con una calma sospetta. «Quanti?» «Quanti… cosa?» Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
3 Gennaio 2026

Troppo rumore. Oggi niente arte

Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza. Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina. All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”. No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante. “Troppo rumore. Oggi niente arte.” Ho riletto due volte. Non perché non avessi capito. Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole. Dietro di me una coppia ha riso. Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”. Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero. Io no. Io sono rimasto lì, con quella frase addosso. “Troppo rumore.” Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”. Niente di apocalittico. Eppure, a quanto pare, bastava. Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.” E ho bussato.
27 Dicembre 2025

Non è poco

Mi avevano invitato a cena. Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto. «Saremo in pochi», avevano detto. Frase che, a dicembre, significa tutto e niente. Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile. C’era già un’altra ospite. Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato. Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva. Appena mi ha visto, si è alzata di scatto. «Ma io… io non ci posso credere.» Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto. Oppure di essere entrato nella casa sbagliata. O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata. «Lei… lei è Woody.»
20 Dicembre 2025

Cercasi elfo

Mi è successo perché ho risposto a un annuncio. “Cercasi Elfo. Evento natalizio. Una sera. Pagamento immediato.” Io non credo agli elfi, come non credo ai parcheggi liberi davanti casa. Però credo nei pagamenti immediati. E poi, diciamolo: fare l’elfo è un lavoro a prova di fallimento. Indossi un cappello a punta, sorridi, fai “oh-oh-oh” e nessuno si aspetta competenza. È un paradiso per chi ha studiato filosofia e poi ha scoperto l’IVA. Mi presento al punto indicato, che non è l’entrata principale, ovviamente. È un retro, un corridoio che odora di cartone bagnato e panettone industriale. Un addetto mi passa un sacchetto con dentro un costume verde, scarpe che sembrano due canoe e una cintura con una campanella che, immagino, serve a ricordarti che la dignità è un concetto elastico. “Sei Woody, giusto? Vai dietro. Babbo Natale ti aspetta.”
13 Dicembre 2025

Terzo movimento

Mi avevano detto “Prima della Scala” e io avevo immaginato la scena: ingresso principale, tappeto, un nome pronunciato bene, magari perfino un sorriso che non sottintenda “che ci fa lui qui?”. Sono arrivato in anticipo, che è una forma di superstizione. Ho attraversato la piazza con l’aria studiata di chi finge di non essere intimidito dai luoghi che intimidiscono. Avevo il frac giusto, il papillon giusto, l’ansia sbagliata. Davanti all’entrata principale c’era quella luce che non illumina: consacra. Lampadari, velluti, persone che sembravano nate già in abito scuro. Io ho mostrato il mio invito — o meglio, quello che credevo fosse un invito. L’addetto l’ha guardato un secondo, poi mi ha guardato un secondo, come se stesse mettendo insieme due pezzi che non combaciavano.
6 Dicembre 2025

Il piano sbagliato della pace

Quando sbaglio piano, di solito non è mai solo il piano. Quella mattina ero in un immenso centro congressi di vetro e acciaio, in una città qualunque che avrebbe potuto essere ovunque. Di quei posti dove l’aria condizionata ha più carattere delle persone. Mi avevano convocato per un’intervista sul ruolo dei media in tempo di guerra. Cose serie, raccontate con luci gentili e domande rassicuranti. Il programma era semplice, come sempre sulla carta: ingresso, corridoio, ascensore interno, piano 7, sala “Bernini”, trucco leggero, quindici minuti in cui avrei dovuto spiegare come “la gente normale” vive le guerre dal divano di casa. Poi un caffè troppo corto e il ritorno in albergo con una vaga sensazione di inutilità dignitosa. Entro nell’ascensore interno con la mia cartellina. Fuori, un mare di roll-up, loghi di tv, registi che parlano più con le mani che con la bocca. Dentro, il solito specchio crudele e una colonna di pulsanti illuminati. Io premo 7. Almeno, ne sono convinto.
29 Novembre 2025

Io e la Luna

Io lo sapevo che prima o poi una sciocchezza del passato sarebbe tornata a mordermi. Non mi aspettavo però che arrivasse con il timbro dell’Agenzia Spaziale Europea. Era un pomeriggio qualunque: pioggia fine, termos del tè mezzo freddo, la posta sparsa sul tavolo come carte da poker di un giocatore stanco. Pubblicità, bollette, pubblicità, bollette, un volantino di una palestra dove promettono di “trasformarmi in un super-io”… e poi quella busta bianca, pulita, rigida. La apro pensando a una multa. Invece leggo: “Gentile signor Woody, siamo lieti di informarLa che è stato selezionato per la missione Artemis-Europa come membro civile dell’equipaggio…”.
22 Novembre 2025

Il discorso del Presidente

Io continuo a ripeterlo: non ho il fisico per le responsabilità. Neanche per quelle piccole, tipo scegliere tra latte intero o scremato. Ogni volta che qualcuno mi affida qualcosa, anche una cosa banale, io entro in uno stato di crisi spirituale degno di un monaco tibetano che ha perso il libretto delle istruzioni dell’universo. Eppure, quella notte, sembrava andare tutto nella solita, prevedibile disfunzione. Ero rimasto sveglio per colpa della mia moka. Ha settant’anni, la stessa età di molte delle mie insicurezze, e da un po’ fa quel rumore metallico che somiglia al pianto sommesso di uno che chiede di andare in pensione ma nessuno lo ascolta. Io, con la delicatezza psicologica di un diplomato all’Accademia dei Malintesi, le stavo parlando come se fosse un animale ferito. «Dai, piccola. Fammi questo favore. Solo un caffè decente, e poi ti lascio in pace per due ore.» È stato allora che il telefono ha vibrato. “White House.Washington, D.C.”
15 Novembre 2025

Nietzsche in metropolitana

Io la metropolitana non l’ho mai capita. Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”. Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido. Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati. Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica. Alle pareti i soliti manifesti: “DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”, “SUPERA TE STESSO”, “VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”. Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.
8 Novembre 2025

Dialogo sull’ansia e altre forme di vita

Non ho mai amato Las Vegas. Mi avevano invitato a tenere una conferenza dal titolo “Come sopravvivere all’ansia in tempi di ottimismo forzato” — roba che fa sembrare i manuali di autoaiuto romanzi di guerra. Ho accettato per due motivi: uno, pagano; due, il buffet prometteva tre tipi di cheesecake.
1 Novembre 2025

Consegna a mano

Pioveva sottile. Non quella pioggia romantica da cinema francese. No, quella appiccicosa che si infila nei risvolti del cappotto. Il cinema sembrava un rifugio. Halloween, Bergman, silenzio: il mio piano perfetto. La sala era un circo gotico. Mantelli, maschere, sangue finto a ettolitri. Mi siedo. E poi vedo la falce.
25 Ottobre 2025

Che…?

La stazione di servizio sembrava un acquario senz’acqua: vetri sporchi, una pianta agonizzante, il sole che si divertiva a friggere le ombre. Io ero lì per gonfiare una ruota di pensieri, niente di grave, solo quella pressione bassa che viene quando leggi i giornali. Poi ho sentito il rumore. Non un rombo: una specie di tosse meccanica ostinata, come se un frigorifero avesse deciso di sognare l’oceano.
18 Ottobre 2025

Un pomeriggio con Groucho

Il portiere mi disse che il teatro era chiuso. Io dissi che anch’io, in fondo, ero chiuso, ma avevo la chiave sbagliata. Mi fece entrare lo stesso. Nel corridoio dei camerini, odore di cipria e sigaro, si sentiva una risata di metronomo: ta–ta–ta, come se l’orologio ridacchiasse. Bussai. La porta si aprì quel tanto che basta a far passare un sopracciglio. «Cercavo il signor Marx.» «Se cerchi il capitale, hai sbagliato secolo. Se cerchi Groucho, entra. Ma sappi che non accetto resi sulle delusioni.»