Il posto dove dovevamo arrivare
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Il Racconto del sabato · 1 Agosto 2026 · ⏱ 12 min · ~2544 parole

Quella mattina avevo deciso di visitare un villaggio di iurte tibetane sorto sulle colline sopra il lago.

Il dépliant prometteva silenzio, energia, riconnessione con la natura e una colazione biologica servita in cestini di bambù.

Le fotografie mostravano tende bianche affacciate sull’acqua, cuscini color ocra, bracieri e persone vestite di lino che guardavano il tramonto senza apparente bisogno di controllare il telefono.

Il soggiorno minimo era di due notti.

Il prezzo massimo non era indicato.

Non avevo prenotato. Avevo ottenuto il permesso di visitare la struttura e parlare con il fondatore, un ex consulente finanziario che, secondo il sito, aveva lasciato la città dopo «un incontro trasformativo con il silenzio».

La frase mi incuriosiva.

Anche perché l’incontro era avvenuto durante una settimana alle Maldive.

Sul sedile accanto avevo sistemato il dépliant, il registratore, una bottiglia d’acqua e il taccuino.

In cima alla pagina avevo scritto:

Ogni civiltà finisce per vendere come esperienza ciò che un tempo era semplicemente vita.

La frase mi sembrava severa al punto giusto.

La Renault 4 non diede segni di dissenso.

Partimmo presto.

La strada costeggiava il lago. L’acqua era ferma e le montagne vi si riflettevano con una precisione leggermente artificiale.

«Oggi niente deviazioni», dissi.

Il motore mantenne un ritmo regolare.

«È un servizio giornalistico.»

Nessuna risposta.

«Potrebbero offrirci una tisana.»

Il tergicristallo sinistro si mosse una volta.

Il cielo era sereno.

«Non era una promessa.»

Il villaggio di iurte si trovava su una collina raggiungibile attraverso una strada appena asfaltata.

Al bivio c’era un cartello di legno chiaro:

VALLE DEL SILENZIO
LUXURY TIBETAN RETREAT

Sotto, in caratteri più piccoli:

LASCIATI RAGGIUNGERE DA TE STESSO

La Rossa rallentò.

«È qui.»

Proseguì.

«Hai visto il cartello?»

Il motore tossì.

«Era molto grande.»

La Renault superò l’ingresso.

Frenai.

Feci retromarcia.

La Rossa si spense.

Provai a riaccendere.

Nulla.

Dietro di noi arrivò un fuoristrada nero.

Il conducente abbassò il finestrino. Indossava una camicia bianca senza colletto.

«Ha bisogno di aiuto?»

«Stiamo discutendo.»

Guardò la Renault.

«Con chi?»

«È una questione interna.»

Il fuoristrada entrò nel viale.

Provai di nuovo.

La Rossa partì.

«Bene. Adesso giriamo.»

Inserii la retromarcia.

Il motore si spense.

«Non puoi avere un’opinione sulla spiritualità a pagamento.»

Silenzio.

«Sei un’automobile.»

La spia dell’olio si accese.

«Questo è ricatto.»

Scesi e aprii il cofano.

Non vidi nulla di anomalo.

In realtà non vedevo quasi mai nulla di anomalo, anche quando c’era.

Arrivò un ragazzo con una pettorina color sabbia e un auricolare.

«È un ospite del ritiro?»

«Giornalista.»

«Ha prenotato il parcheggio?»

«Non sapevo che anche il parcheggio dovesse ritrovare se stesso.»

Il ragazzo non sorrise.

Guardò la Rossa.

«I veicoli degli ospiti vanno nell’area inferiore.»

«Questa è un’auto della stampa.»

«Sì. Ma esteticamente interferisce con l’esperienza.»

Mi voltai verso la Renault.

«Hai sentito?»

La Rossa riaccese il motore.

Misi la prima.

«Adesso entriamo e interferiamo.»

La macchina fece retromarcia.

Non verso il viale.

Verso una piccola strada laterale che si inoltrava nel bosco.

«No.»

Continuò.

«Quella non è una strada.»

Era una vecchia pista forestale, coperta di foglie e pietre.

Un cartello arrugginito diceva:

STRADA INTERROTTA

Più sotto, una freccia scolorita indicava:

VALLE DEL RIO — 9 KM

«Il ritiro spirituale è dall’altra parte.»

La Rossa imboccò la pista.

Il ragazzo con la pettorina ci guardò allontanarci.

Per la prima volta sembrava interessato.

La strada saliva tra castagni e faggi.

All’inizio era soltanto stretta.

Poi divenne sconnessa.

Poi smise quasi del tutto di essere una strada.

Le ruote entravano nelle buche e ne uscivano con un rumore che sembrava provenire direttamente dal mio conto corrente.

I rami sfioravano il tetto.

Le pietre colpivano il fondo.

«Al villaggio delle iurte avremmo trovato cuscini.»

La Rossa superò una radice.

«E un parcheggio non giudicante.»

Incontrammo due motociclisti.

Il primo si fermò.

«Dove state andando?»

«Non è ancora chiaro.»

Indicò la pista.

«Più avanti peggiora.»

«Era la mia impressione.»

«Con quella macchina non passate.»

La Rossa aumentò leggermente i giri.

Il motociclista guardò il cofano.

«Forse lei non è d’accordo.»

«Succede spesso.»

Ripartirono.

A un certo punto il bosco si aprì e comparvero i resti di un ponte.

Due piloni di cemento emergevano ai lati di una gola. In mezzo non c’era nulla.

Il torrente scorreva molto più in basso, tra rocce bianche e alberi cresciuti dove un tempo passava la carreggiata.

Vicino al ponte c’era un cartello:

LAVORI DI RIPRISTINO
INIZIO PREVISTO: PRIMAVERA 2019

Sotto, qualcuno aveva scritto con un pennarello:

POI 2020

Più in basso:

POI 2021

E infine:

POI VEDREMO

«Una programmazione flessibile.»

La pista aggirava la gola e proseguiva sul versante opposto.

Dopo quasi un’ora il bosco si aprì su una piccola valle.

C’erano una ventina di case di pietra.

Tetti di piode.

Orti.

Muretti.

Un campanile senza orologio.

Alcuni edifici erano restaurati. Altri avevano persiane rotte e tetti sfondati.

Non si vedevano automobili.

Solo una motocicletta appoggiata al muro di una casa.

La Rossa si fermò davanti a un portico di legno.

Il motore si spense.

«Immagino che qui non serva prenotare il parcheggio.»

Dal retro della casa arrivò una giovane donna con un cesto pieno di verdure.

Aveva capelli chiari raccolti in modo approssimativo, un maglione pesante e stivali di gomma.

Guardò me.

Poi la Renault.

«Siete saliti dalla strada del bosco?»

Parlava italiano con un lieve accento tedesco.

«La parola “strada” mi sembra generosa.»

«Con quella macchina?»

«Preferisce essere chiamata la Rossa.»

La donna sorrise.

«Allora la Rossa è più coraggiosa di molti fuoristrada.»

Si chiamava Klara.

Dietro di lei comparve un uomo alto, con la barba scura e i capelli legati sulla nuca. Portava un fascio di legna.

Si chiamava Jonas ed era danese.

«Vi siete persi?» domandò.

Guardai la Renault.

«È un’ipotesi.»

«Dove dovevate andare?»

«In un villaggio di iurte tibetane.»

Jonas guardò Klara.

Klara guardò me.

«Non ce ne sono qui.»

«È già un’informazione utile.»

«È il posto sopra il lago?» chiese lei. «Quello di lusso?»

«Esatto.»

Jonas posò la legna.

«Comprano le nostre verdure.»

«Davvero?»

«E la legna», disse Klara. «Per i bracieri della meditazione.»

Mi invitarono a entrare.

La casa era semplice.

Un tavolo di legno.

Una stufa.

Scaffali con libri, barattoli e attrezzi.

Un computer portatile vicino alla finestra.

Sul muro, una mappa della valle.

Non sembravano eremiti.

Sembravano persone che avevano molto da fare.

«Vivete qui da soli?»

«Nel villaggio siamo in cinque», disse Klara. «Noi due, Luigi, che abita in fondo, e una coppia che viene soltanto alcuni mesi.»

Dalla finestra si vedevano almeno venti case.

Una era completamente coperta dall’edera.

«Quando siete arrivati?»

«Sei anni fa.»

«Prima del crollo del ponte?»

«Un anno prima.»

Jonas sistemò la legna accanto alla stufa.

«Allora ci volevano quindici minuti per raggiungere il paese.»

«Adesso?»

«Un’ora e venti, con il fuoristrada.»

«In moto meno», disse Klara.

«E con una Renault 4?»

Jonas guardò fuori.

«Dipende dalla personalità.»

«Ne ha molta.»

Klara preparò il caffè.

Sul tavolo c’erano una pagnotta scura, una ciotola di mele e alcuni disegni tecnici.

«Perché avete scelto proprio questo posto?»

«Non cercavamo l’isolamento», disse lei. «Cercavamo spazio.»

«E silenzio», aggiunse Jonas.

«Quindi, in un certo senso, come quelli delle iurte.»

Klara scosse la testa.

«Loro vengono per stare lontani dagli altri per due giorni.»

«E voi?»

«Noi volevamo vivere più vicini.»

«Alla natura?»

«Anche.»

Indicò Jonas.

«Prima di tutto fra noi.»

Mi raccontò che vivevano in una grande città tedesca. Lei lavorava nel design. Jonas costruiva mobili e allestimenti.

Passavano le giornate tra uffici, mezzi pubblici e appartamenti dove conoscevano appena i vicini.

«Eravamo sempre circondati da persone», disse Jonas. «Ma vivevamo da soli.»

Avevano scoperto la valle durante un viaggio.

Una casa era in vendita per meno del prezzo di un garage in città.

L’avevano comprata.

Restaurata.

Avevano recuperato l’orto.

Jonas lavorava il legno.

Klara seguiva ancora alcuni progetti a distanza.

«Quando la connessione funziona», disse.

«E quando non funziona?»

«Il mondo aspetta.»

Fuori, alcune galline attraversarono il cortile.

Una capra infilò la testa sotto una staccionata.

«Sembrate autosufficienti.»

Jonas rise.

«Nessuno è autosufficiente.»

«Abbiamo bisogno di farina, medicine, benzina, persone», disse Klara. «E delle mani degli altri quando succede qualcosa.»

«Il villaggio delle iurte ha una strada nuova.»

«Sì.»

«Voi no.»

Klara guardò il tavolo.

«Loro portano turisti.»

«Voi cosa portate?»

Jonas sorrise.

«Verdure.»

La battuta era leggera, ma la risposta no.

Mi mostrarono il villaggio.

La chiesa era chiusa.

La vecchia scuola conservava ancora una lavagna, tre banchi e una stufa di ferro.

Sul muro era appesa una carta geografica dell’Europa precedente a molte discussioni contemporanee.

«Quando ha chiuso?»

«Nel 1982.»

«Quanti bambini c’erano?»

«L’ultimo anno, quattro.»

Una fotografia mostrava una maestra e una fila di alunni davanti alla porta.

«Vorremmo riaprirla», disse Klara.

«Come scuola?»

«Come spazio comune. Biblioteca, laboratorio, una stanza per chi viene qui a lavorare.»

«Pensate che qualcuno voglia vivere qui?»

Jonas indicò le case vuote.

«Tre famiglie ci hanno chiesto informazioni.»

«Sono venute?»

«Hanno visto la strada.»

Proseguimmo fino al margine della valle.

Da lì si vedeva il ponte spezzato.

Dall’altra parte, vicinissima, passava una strada asfaltata.

Ogni tanto transitava un’auto.

Sembrava possibile chiamare il conducente.

«Quello è il paese?»

«Sì.»

«Quanto disterebbe?»

«Tre chilometri.»

«E ora?»

«Più di sei.»

La distanza, scoprii, non si misura sempre con la stessa unità.

Il ponte era crollato durante una piena.

Nessuno si era fatto male.

All’inizio erano arrivate le autorità.

Tecnici.

Fotografi.

Politici.

«Hanno promesso di ricostruirlo?»

Jonas rise.

«Molte volte.»

«Ogni elezione», aggiunse Klara.

«Ci sono i fondi?»

«A volte sì.»

«E poi?»

«Cambiano il progetto.»

«Perché?»

«Il primo era troppo costoso. Il secondo troppo economico. Il terzo non rispettava il paesaggio. Il quarto lo rispettava troppo.»

«E il quinto?»

«Stanno studiando.»

Sul sentiero c’era il disegno del nuovo ponte.

Una struttura elegante.

Pista ciclabile.

Illuminazione.

Una piccola piazzola panoramica.

La data prevista per la fine dei lavori era stata coperta con un adesivo.

«Molto bello.»

«Soprattutto sulla carta», disse Jonas.

«Per il villaggio delle iurte quanto hanno impiegato a sistemare la strada?»

Klara ci pensò.

«Quattro mesi.»

«Qui il ponte manca da cinque anni.»

«Sei a novembre.»

«Qual è la differenza?»

Jonas guardò le case.

«Lassù arrivano clienti.»

«Qui abitano persone.»

«Appunto.»

Tornando verso casa passammo accanto a una piccola stanza appena restaurata.

Dentro vidi una culla di legno.

Mi fermai.

Klara si accorse che l’avevo notata.

«L’ha costruita Jonas.»

«È bellissima.»

Lui abbassò lo sguardo.

«Per ora è soltanto un mobile.»

Rimanemmo in silenzio.

Poi Klara disse:

«Vorremmo un figlio.»

Lo disse con semplicità.

Non come una confessione.

Come si parla di un progetto ancora privo di data.

«Ma non qui?»

«Proprio qui.»

«Allora qual è il problema?»

«Non vogliamo che cresca solo.»

«Ci sareste voi.»

«Non basta.»

Jonas si sedette sul muretto.

«Un bambino ha bisogno del bosco. Ma anche di altri bambini.»

«E di una scuola», aggiunse Klara.

«E di un medico.»

«E di poter invitare un amico senza spiegargli che serve una moto da enduro.»

Guardai la Rossa.

Era coperta di fango.

«Non necessariamente.»

Klara sorrise.

Poi tornò seria.

«Non vogliamo andare via. Vogliamo che altri possano venire.»

Avevano già raccolto il progetto della vecchia scuola in una cartellina. C’erano misure, costi e preventivi.

Recuperare alcune case.

Ospitare famiglie e artigiani.

Creare un piccolo spazio comune.

Non cento abitanti.

Forse quindici.

Venti.

Abbastanza perché un bambino non fosse l’unico.

«Avete trovato persone interessate?»

«Sì.»

«E cosa manca?»

Entrambi guardarono verso il ponte.

«Trecento metri», disse Jonas.

Era una risposta precisa.

Pranzammo sotto il portico.

Pane.

Formaggio.

Verdure dell’orto.

Una frittata.

Klara preparò una zuppa con erbe che non riconobbi.

«Sono tutte commestibili?»

«Finora.»

Nel pomeriggio arrivò Luigi.

Aveva ottantadue anni e guidava una motocicletta che sembrava più vecchia di lui.

Portava pane, posta e due taniche di benzina.

«Avete trovato compagnia?» domandò.

«È arrivato per sbaglio», disse Klara.

Luigi guardò la Renault.

«Con quella non si arriva per sbaglio. Si arriva perché si è testardi.»

«Lei attraversava il ponte?»

«Tutti i giorni.»

«Quando è crollato?»

«Hanno detto che lo avrebbero rifatto in sei mesi.»

«E lei ci ha creduto?»

«Avevo settantacinque anni. Ero ancora giovane.»

Aprì una cartellina.

Dentro c’erano lettere, petizioni e ritagli di giornale.

Ogni anno cambiava il titolo.

IL PONTE SARÀ RICOSTRUITO

PASSO AVANTI PER IL PONTE

IL PROGETTO ENTRA NELLA FASE DECISIVA

PRESTO IL VIA AI LAVORI

L’ultimo articolo risaliva a tre mesi prima:

PONTE, SI APRE UN NUOVO TAVOLO

«Almeno avete un tavolo.»

«Speriamo sia abbastanza lungo.»

Luigi bevve un bicchiere di vino.

«Questi due vogliono riportare gente qui.»

«Mi sembra una buona idea.»

«Anche a me.»

«Eppure?»

«Quando ero giovane, tutti volevano andarsene. Adesso qualcuno vuole tornare e non riesce ad arrivare.»

Guardò le case vuote.

«Il paese è morto due volte. La prima quando sono partiti gli abitanti. La seconda quando è crollato il ponte.»

Verso sera decisi di ripartire.

Il villaggio di iurte era ormai fuori programma.

Il dépliant era rimasto sul sedile della Renault.

Non lo avevo più guardato.

Klara mi consegnò un sacchetto di verdure.

Jonas controllò le ruote della Rossa.

Luigi osservò il cielo.

«Stanotte piove.»

«La strada reggerà?»

«La strada sì.»

«E la macchina?»

«Dipende dal carattere.»

«Ne ha troppo.»

Klara accarezzò il tetto della Renault.

«Tornerete?»

«La macchina decide spesso senza consultarmi.»

«Allora lo chiedo a lei.»

Il tergicristallo si mosse una volta.

Klara rise.

Prima di salire guardai ancora la culla attraverso la finestra.

Era vuota.

Ma non sembrava abbandonata.

Sembrava in attesa.

«Costruireste davvero una vita qui?» domandai.

Klara annuì.

«Sì.»

«Anche senza ponte?»

«Possiamo aspettare ancora un po’.»

«Quanto?»

Guardò Jonas.

«Non per sempre.»

La Rossa affrontò la discesa lentamente.

Il bosco era già scuro.

Le pietre sembravano più grandi.

Le buche più profonde.

Eppure la macchina procedeva senza esitazioni.

Quando raggiungemmo i piloni del ponte, si fermò.

Non c’era alcun motivo.

Il motore funzionava.

La strada era libera.

Restammo immobili.

Dall’altra parte si vedevano le luci del paese.

Così vicine che sembrava possibile raggiungerle a piedi.

Così lontane che serviva un’intera politica pubblica.

Sul sedile accanto c’erano il dépliant e il taccuino.

Rilessi la frase scritta quella mattina:

Ogni civiltà finisce per vendere come esperienza ciò che un tempo era semplicemente vita.

Non la cancellai.

Sotto aggiunsi:

Il silenzio è un lusso soltanto quando sappiamo che qualcuno può raggiungerci.

Pensai alle iurte.

Ai bracieri.

Ai cestini di bambù.

Ai telefoni spenti per scelta.

Lassù i turisti pagavano per non essere disturbati dal mondo.

Nella valle, Klara e Jonas speravano che il mondo riuscisse ancora a disturbarsi per loro.

Non erano fuggiti dalla società.

Cercavano una comunità.

E un ponte abbastanza solido da permetterle di nascere.

Girando la chiave, la Rossa ripartì.

La valle non aspettava di essere salvata.

Aspettava soltanto di essere ricongiunta.

Armando

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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