

«Di che colore era?»
Era la seconda domanda e già cominciavo ad avere qualche difficoltà.
«Bianca.»
L’uomo continuò a guardarmi.
«Credo.»
Eravamo sul pontile di Stresa. Lui stava sistemando una cima e io gli avevo appena chiesto se avesse mai visto un Arlecchino dei cantieri Sartini. Sette metri e mezzo, in legno, tuga bassa. Una barca che avevo conosciuto molti anni prima e che adesso cercavo sul Lago Maggiore.
«Come si chiamava?»
«Arlecchino.»
«Questo l’ho capito.»
«No, non ci siamo capiti. Arlecchino era il modello. Il nome non me lo ricordo.»
Posò la cima. Forse aveva intuito che la faccenda sarebbe stata più lunga del previsto.
«Numero velico?»
Scossi la testa.
«Anno?»
«Primi anni Settanta. Più o meno.»
«Segni particolari?»
A quella domanda non avevo pensato. Le barche, viste da lontano, sembrano avere tutte molti segni particolari. Quando devi descriverne una, invece, diventano improvvisamente bianche, con un albero e delle vele.
Tirai fuori la fotografia che avevo portato con me. Si vedeva molto bene mio cugino, giovane, abbronzato e soddisfatto. Dietro di lui compariva circa un terzo dell’Arlecchino. Il resto era rimasto fuori dall’inquadratura.
L’uomo la osservò.
«Il ragazzo lo ritroviamo di sicuro.»
«Purtroppo non c’è più.»
Mi restituì la fotografia.
«Anche la barca, temo.»
Non era un grande inizio per un’indagine, ma ormai avevo cominciato.
L’Arlecchino l’aveva comprata mio cugino quando eravamo giovani e acquistare una barca ci sembrava una decisione audace, non ancora un errore economico e un sopravvalutazione del tempo libero da dedicarle. Era stretta, veloce, spartana. La scheda tecnica sosteneva che avesse quattro cuccette. Su due non c’erano dubbi. Le altre richiedevano una certa disponibilità a collaborare con l’arredamento.
Io me ne innamorai subito. Poi la barca passò di mano e ne perdemmo le tracce. Qualche anno più tardi mio cugino morì, troppo presto. Non pensavo che avrei rivisto l’Arlecchino. Invece ricomparve, ma su questo sarei tornato dopo. Al momento avevo già abbastanza difficoltà a spiegare che cosa stessi cercando.
Ma non cercavo una barca soltanto per recuperare qualcosa del passato. Da tempo avevo voglia di vedere il lago dalla parte da cui lo avevo guardato meno: navigando sulle sue acque.
Con la Rossa avevo percorso molte delle strade che gli girano intorno. Da terra Arona, Stresa, Verbania, Cannobio sembrano tappe messe una dopo l’altra. Dall’acqua, invece, i paesi si guardano. Il Piemonte da una parte, la Lombardia dall’altra e, più a nord, il Canton Ticino. La Svizzera non appartiene all’Unione europea, ma il lago non cambia colore quando passa il confine.
Quel territorio ha un nome antico: Insubria. La prima volta che lo sentii mi sembrò il nome di un luogo molto più lontano. Invece era qui, intorno al lago. Una cultura comune e una lingua che cambia da paese a paese senza fermarsi alla dogana. Volevo capire quanto di tutto questo fosse ancora vivo. Non studiandolo da lontano. Entrando nei porti, parlando con chi lavora sull’acqua, lasciando qualche volta che fosse il vento a decidere dove fermarmi.
Per farlo mi serviva una barca. Poteva essere anche un’altra. Però, se l’Arlecchino esisteva ancora, con lei avrei risparmiato almeno le presentazioni.
Per organizzare la ricerca avevo preparato un foglio. In alto avevo scritto ARLECCHINO, in stampatello, e sotto tutto ciò che sapevo. Era venuto fuori un elenco piuttosto corto. Lunghezza sette metri e mezzo. Cantiere Sartini. Legno. Tuga bassa. Veloce.
Alla voce “nome” avevo lasciato uno spazio vuoto. Anche alla voce “colore”, dopo l’incontro di Stresa, aggiunsi un punto interrogativo.
La Rossa mi aspettava poco lontano, parcheggiata in una posizione che il Comune avrebbe probabilmente definito vietata. Ripartimmo verso Baveno.
Nei porti succede una cosa curiosa. Tutti sembrano indaffarati, ma se pronunci il nome di una vecchia barca qualcuno si ferma. Non necessariamente la persona giusta.
A Baveno trovai un uomo che conosceva bene gli Arlecchini. Mi raccontò del progetto di Sciomachen, della Quarter Ton Cup e di Cino Ricci. Dopo venti minuti sapevo molte più cose sul modello e neppure una sulla barca che cercavo.
«Sul lago ne ha mai vista una?» gli chiesi.
Ci pensò.
«Forse a Como.»
Era un’informazione geograficamente scoraggiante.
Il ricordo dell’estate del restauro tornò fuori in un piccolo cantiere vicino a Intra. Non per la vista di una barca. Per l’odore.
Vernice, polvere di legno e qualcosa di umido che non ho mai saputo identificare. Mi bastò entrare e ricordai anche come era cominciata quella faccenda.
Fu un amico comune, mio e di mio cugino, a dirmi che l’Arlecchino era ferma da tempo in un cantiere. Abbandonata, disse. Nessuno pagava più il deposito e il conto continuava a crescere. Secondo lui sarebbe bastato saldare gli arretrati perché la barca diventasse nostra.
Mi fidai. La barca era davvero lì, malridotta ma intera. Avrei dovuto andare dal cantierista, pagare e farmi mettere qualcosa per iscritto. Invece andai a comprare carta vetrata, pennelli e vernice. Cominciai dal restauro, che era la parte che mi piaceva. Al pagamento avremmo pensato dopo.
Detto oggi non sembra un piano particolarmente solido. Neppure allora, probabilmente. Ma nessuno mi impedì di lavorare e io lavorai.
Ci passai un’estate. Carteggiavo per ore. La polvere entrava nei capelli, sotto la camicia, perfino nelle tasche. Tornavo il giorno dopo e ricominciavo da un punto che mi era sembrato quasi finito. Poco per volta tornò fuori il legno e l’Arlecchino riprese l’aspetto di una barca che qualcuno avrebbe potuto desiderare.
Infatti qualcuno la desiderò.
Quando il lavoro era ormai molto avanti seppi che un’altra persona aveva offerto al cantierista una cifra più alta. Non so quali accordi presero. So che la barca andò a lui e io rimasi con i pennelli, qualche barattolo mezzo vuoto e un’estate di lavoro che non interessava a nessuno.
Solo dopo cominciai a domandarmi se il nostro amico comune sapesse più di quanto mi aveva detto. Forse si era approfittato del mio entusiasmo e della mia buona fede. Forse il restauro era servito a rendere la barca più appetibile per qualcun altro. Non ho mai avuto una prova e potrei anche aver attribuito a un disegno ciò che fu soltanto un accordo gestito male. Soprattutto da me.
Non l’ho mai chiarito e, dopo tanti anni, sarebbe inutile farlo.
L’uomo del cantiere mi aveva ascoltato senza interrompermi. Portava una tuta blu con il suo nome ricamato sul petto, ma il filo era dello stesso colore della stoffa e non riuscii a leggerlo.
«Lei ha cominciato i lavori prima di pagare il cantiere?»
«Avevo comprato la carta vetrata.»
L’uomo scosse la testa.
«Io non l’avrei venduta a un altro.»
Lo ringraziai con un sguardo.
Prese la fotografia di mio cugino e la avvicinò alla luce.
«Se la vedesse oggi, come farebbe a riconoscerla? Il nome sarà cambiato. Il colore anche. Magari più di una volta.»
Era la domanda dell’uomo di Stresa, ma posta meglio.
Guardai quel pezzo di coperta che si vedeva dietro la spalla di mio cugino. Avrei voluto ricordare un segno, una riparazione particolare, qualcosa che potesse essere rimasto dopo tanti anni.
«Forse riconoscerei i lavori che ho fatto.»
«Fatti bene?»
«Non tutti allo stesso modo.»
«È già qualcosa.»
Rimase ancora un momento sulla fotografia.
«Aspetti. Una barca così l’ho vista dall’altra parte. A Laveno. Tuga bassa, coperta in legno. Era sotto un telo blu, vicino al vecchio scalo.»
«Un Arlecchino?»
«Ho detto una barca così.»
Aggiunse che forse era stata spostata, che non passava di lì da mesi e che poteva anche ricordare male. Finalmente avevo un indizio.
Tornai alla Rossa. Sul foglio scrissi LAVENO e lo sottolineai due volte. Poi partii verso l’imbarco del traghetto.
Mi ero sempre mosso intorno al lago. Quel giorno, per la prima volta, decisi di passarci attraverso.
Alla biglietteria mi chiesero se volevo andata e ritorno.
Esitai. Non per ragioni filosofiche. Non sapevo quanto tempo avrei impiegato a cercare il vecchio scalo e avevo dimenticato di controllare l’orario dell’ultima corsa.
«Facciamo andata e ritorno.»
La Rossa salì sul traghetto con una certa dignità. Aveva affrontato strade di montagna, sterrati, deviazioni, piazze chiuse per mercato e almeno due sensi unici comparsi senza preavviso. L’acqua era una novità.
La parcheggiai dove mi indicarono e andai verso il parapetto.
Il traghetto si mosse. Sulla carta stavo passando dal Piemonte alla Lombardia; più a nord, la stessa acqua sarebbe entrata in Svizzera. Intra cominciò ad allontanarsi, ma non nel modo in cui si allontanano le cose viste dallo specchietto. Le case si abbassarono, le strade sparirono dietro gli alberi. Restavano i campanili, qualche tetto e le montagne, che da terra sembrano sempre stare dietro al lago e invece, da lì, erano tutt’intorno.
Non c’era nessuna vela. Il traghetto odorava di gasolio e un gabbiano ci seguiva nella speranza che qualcuno avesse portato del pane. Non era esattamente il ritorno alla navigazione che avevo immaginato.
Ma c’era vento.
Tirai fuori il foglio. Sotto “segni particolari” scrissi: forse riconoscerei i miei lavori. Rilessi la frase. Non era molto utile, ma ormai sul foglio c’erano informazioni peggiori.
A metà della traversata mi accorsi che non stavo più guardando verso Laveno. Guardavo la scia. Per qualche minuto cercai di capire se l’Arlecchino avrebbe lasciato sull’acqua una scia riconoscibile. Mi sembrò una domanda interessante, anche se del tutto inutile.
Fu allora che mi venne il dubbio di non avere tirato bene il freno a mano.
Tornai verso la Rossa. Il freno era tirato. Rimasi accanto a lei per il resto della traversata, per sicurezza.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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