Il fotofucile
11 Ottobre 2026
Le Interviste impossibili · 13 Ottobre 2026 · ⏱ 8 min · ~1656 parole

Ad Assisi ci sono arrivato con un cielo che prometteva pioggia. Una di quelle giornate in cui la luce cambia ogni cinque minuti e non sai mai se toglierti la giacca o cercare un riparo.

Alla Porziuncola, dentro la grande basilica di Santa Maria degli Angeli, c’era poca gente. Qualcuno pregava, altri si guardavano intorno con quell’aria un po’ smarrita dei turisti quando entrano in un luogo che non sanno bene come affrontare.

L’ho visto vicino alla piccola chiesa. Un uomo minuto, il saio piuttosto malridotto, i piedi nudi. Più giovane di come me lo ero immaginato. Aveva qualcosa di familiare, ma non riuscivo a capire cosa.

«Sei venuto a farmi delle domande?»

Mi ha colto di sorpresa. Soprattutto perché non gli avevo ancora detto chi fossi.

«Veramente sì. Ma non pensavo di trovarti così facilmente.»

«E dove avrei dovuto essere?»

Bella domanda. In effetti non avevo una risposta.

Ci siamo seduti poco lontano. Ho tirato fuori il taccuino. Lui l’ha guardato con una certa curiosità, poi ha sorriso.

«Scrivi pure. Ma non tutto quello che dico merita di essere scritto.»

Ho pensato che fosse un buon inizio.

Gli ho chiesto della sua giovinezza. Del figlio di un mercante benestante che a un certo punto decide di cambiare vita, quasi di rovesciarla.

«Mi piaceva vivere bene», ha risposto senza alcun imbarazzo. «Le stoffe belle, le feste, stare con gli amici. Mio padre commerciava tessuti, e io sapevo riconoscere quelli buoni. Non ero affatto un ragazzo triste.»

«E allora che cosa è successo?»

Ha impiegato un po’ a rispondere.

«Non c’è stato un solo momento. È questo che spesso non si capisce. Si raccontano le conversioni come se fossero un fulmine. A me sono successe molte cose. La guerra, la prigionia, la malattia. E certi incontri che prima avrei evitato. A un certo punto quella vita, che pure mi era piaciuta, ha cominciato a starmi stretta.»

«Per questo hai rinunciato a tutto?»

«A tutto no. Alle cose che mi impedivano di essere libero. Ma non credere che sia stato facile.»

Mi è venuto spontaneo chiedergli se oggi farebbe la stessa scelta. In un mondo dove possedere qualcosa, possibilmente più degli altri, sembra essere diventato quasi un dovere.

«Non ho mai pensato che le cose fossero cattive. Mio padre vendeva stoffe, non peccati. Il problema comincia quando passi la vita a preoccuparti di quello che hai e di quello che potresti perdere.»

«Però la povertà non è una bella cosa, Francesco. Chi la conosce davvero ne farebbe volentieri a meno.»

Mi ha guardato con attenzione.

«Hai ragione. La miseria fa soffrire. Toglie dignità, qualche volta perfino la speranza. Non c’è niente da celebrare nella fame di un bambino. Io cercavo un’altra povertà. Quella che si sceglie per non diventare servi di ciò che si possiede.»

Poi ha aggiunto, quasi divertito:

«E comunque, credimi, non è necessario andare in giro scalzi per cominciare.»

Abbiamo parlato di San Damiano. Di quella voce che, secondo il racconto della sua vita, gli aveva chiesto di riparare una casa che stava andando in rovina.

«All’inizio ho fatto il muratore», ha ricordato. «Portavo pietre, sistemavo muri. Mi pareva una richiesta abbastanza chiara.»

«Poi hai capito che non si trattava soltanto di una chiesa.»

«Ci ho messo un po’. Del resto, quando qualcuno ti chiede di riparare una casa, la prima cosa che fai è guardare il tetto.»

Ride. E finalmente capisco che cosa mi sembrava familiare nel suo viso. Non ha l’espressione solenne dei santi dipinti nelle chiese. Somiglia piuttosto a certi uomini che ho conosciuto, capaci di prendere terribilmente sul serio le cose importanti senza prendere troppo sul serio se stessi.

Gli chiedo che cosa significhi, per lui, riparare.

«Dipende da quello che si è rotto.»

«Anche una comunità? Una società?»

«Quelle soprattutto. Ma è difficile. Quando si rompe un muro, almeno le pietre non litigano fra loro.»

Mi è venuto in mente quanto tempo si perda, anche nel nostro piccolo mondo, a difendere posizioni, a stabilire chi abbia ragione. Gliel’ho detto. Mi aspettavo un consiglio.

Invece mi ha chiesto: «E tu, qualche volta, sai rinunciare ad avere l’ultima parola?»

Ho preferito cambiare argomento.

Gli ho parlato del lupo di Gubbio. Quella storia che tutti conoscono, o credono di conoscere.

«Ma il lupo c’era davvero?»

«A Gubbio raccontano di sì.»

«E tu ci credi?»

«Credo che gli uomini abbiano sempre avuto paura dei lupi. E che qualche volta, per difendersi, siano diventati più feroci di loro.»

Non ha aggiunto altro. Forse è giusto lasciare al racconto il suo mistero.

Dell’incontro con il sultano d’Egitto, invece, volevo sapere di più. Era il 1219. Francesco aveva attraversato le linee di una guerra combattuta in nome di Dio per incontrare al-Malik al-Kamil, il sovrano musulmano.

«Andare disarmato, in mezzo a una crociata, non era proprio un comportamento prudente.»

«No.»

«Avevi paura?»

«Certo.»

La risposta è arrivata così rapidamente che quasi mi ha spiazzato.

«E allora perché sei andato?»

«Volevo incontrarlo. Volevo parlargli della mia fede. E forse ero anche un po’ testardo.»

«Pensavi di convertirlo?»

«Speravo che ascoltasse. E lui mi ascoltò. Non so se ci capimmo fino in fondo. Ma ci incontrammo.»

Gli ho chiesto se quell’incontro avesse cambiato qualcosa.

«Non fermò la guerra, se è questo che vuoi sapere.»

È rimasto in silenzio per qualche istante.

«Però non credo che incontrare qualcuno sia inutile soltanto perché il mondo, il giorno dopo, continua a essere quello di prima.»

Da giornalista avrei voluto insistere. Ma mi sono accorto che non stavo cercando altre informazioni. Stavo cercando una risposta che andasse bene per il nostro tempo. E lui, fortunatamente, non sembrava intenzionato a darmela.

Poi siamo finiti a parlare di Greccio e di quel Natale del 1223.

«È vero che hai inventato il presepe?»

«Inventato è una parola grossa. Volevo che la gente vedesse come poteva essere stata quella nascita. Il fieno, la mangiatoia, gli animali. Niente di magnifico. Una famiglia povera e un bambino.»

«Oggi il presepe è diventato anche una questione politica.»

Mi ha guardato perplesso.

«In che senso?»

Ho provato a spiegarglielo. Le discussioni sull’identità, le tradizioni da difendere, i simboli religiosi esibiti come bandiere.

Ha ascoltato, poi ha scosso la testa.

«Io volevo mostrare un bambino che non aveva nemmeno un letto.»

Non c’era molto da aggiungere.

Fuori aveva ricominciato a piovere. Si sentiva il rumore dell’acqua, e ogni tanto il passo svelto di qualcuno che cercava riparo.

Gli ho chiesto del Cantico delle creature. È forse la cosa che più mi affascina di lui. Un uomo malato, quasi cieco, che trova ancora la voglia di ringraziare per il sole, l’acqua, il vento. Perfino per la morte.

«Non era un buon periodo», ha ammesso. «Soffrivo molto. E avevo paura anch’io, sai.»

«Eppure hai scritto un canto pieno di gratitudine.»

«Forse proprio per questo. Quando stai male, puoi arrivare a credere che tutto il mondo sia soltanto il tuo dolore. Invece fuori c’è ancora il sole. E l’acqua che scorre. E qualcuno che ti vuole bene.»

«Ti considerano un precursore dell’ecologia.»

«Dell’ecologia?»

Gli ho spiegato, più o meno, di che cosa si tratta. Gli animali da proteggere, le foreste che scompaiono, il clima che cambia. E anche la nostra difficoltà a rinunciare a qualcosa, pur sapendo che la Terra non può continuare a sopportare tutto.

«Non conoscevo queste parole», ha detto. «Però conosco la gratitudine. Se consideri una cosa soltanto tua, puoi convincerti di farne quello che vuoi. Se la senti parte della tua famiglia, diventa più difficile.»

Poi ha sorriso.

«Certo, chiamare fratello il sole è più semplice che chiamare fratello un uomo che non sopporti.»

Questa volta ho riso anch’io.

Restava una domanda. Quella che avevo rimandato fin dall’inizio perché mi sembrava troppo intima.

Le stimmate. Le ferite della Verna. Un episodio che la tradizione racconta come uno dei momenti più misteriosi della sua vita.

Quando gliel’ho chiesto, il suo viso si è fatto serio.

«Di queste cose parlerei poco.»

«Perché?»

«Perché si finisce per guardare le ferite e dimenticare tutto il resto.»

«E il dolore?»

«Quello non si dimentica facilmente.»

Non ho insistito.

Mi sono ricordato allora di un’espressione che avevo incontrato leggendo di lui: la perfetta letizia. Mi era sempre sembrata una formula bellissima e quasi impossibile.

«Ma davvero si può essere lieti quando le cose vanno male?»

«Non sempre. Io non ci riuscivo sempre.»

Finalmente una risposta che mi rassicurava.

«E allora che cos’è, questa perfetta letizia?»

«Non lo so se saprei spiegartela meglio di come ho cercato di fare ai miei frati. Forse comincia quando qualcuno ti tratta male e tu riesci a non restituirgli lo stesso male. Ma non credere che basti desiderarlo.»

Mi sono accorto che il taccuino era rimasto aperto da parecchio e che da un po’ non scrivevo più.

Prima di salutarlo gli ho fatto una domanda che non avevo preparato.

«Francesco, se tornassi a vivere oggi, che cosa faresti?»

Ha alzato le spalle.

«Non ne ho idea. Dovrei prima guardarmi intorno, conoscere le persone, capire qualcosa del vostro mondo.»

«Non proveresti a cambiarlo?»

«Magari. Ma prima dovrei volerci bene.»

Si è alzato. Per un momento ho avuto la tentazione di chiedergli un’ultima frase, qualcosa di memorabile con cui chiudere l’intervista. Una di quelle risposte che diventano titoli.

Per fortuna mi sono trattenuto.

L’ho visto allontanarsi verso la piccola chiesa. Camminava piano, e qualcuno dei visitatori si è voltato a guardarlo. Forse per i piedi nudi.

Uscendo dalla basilica ho ripensato a una cosa che gli avrei voluto chiedere: se, dopo aver rinunciato al denaro, ai vestiti, alla vita agiata, fosse stato altrettanto facile rinunciare alle proprie convinzioni, quando la realtà le metteva alla prova.

Non sono sicuro che avrebbe saputo rispondermi.

E forse mi avrebbe restituito la domanda.

Fuori aveva smesso di piovere. Ho infilato il taccuino in tasca e sono tornato verso la macchina. Avevo ancora molte domande, ma mi sembrava di aver fatto una buona intervista.

Anche se, a pensarci, quello che aveva parlato di più ero stato io.

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