IA e tecnologia

4 Marzo 2026

Il mondo si sta rompendo

Il mondo si rompe sempre nello stesso modo: lentamente, e sotto gli occhi di tutti. Prima una crepa sottile. Poi un’altra. Poi una rete di fratture che attraversa tutto e che all’improvviso rende evidente ciò che prima sembrava solido. Per anni abbiamo chiamato stabilità ciò che era soltanto abitudine. Abbiamo chiamato ordine ciò che era equilibrio precario. Abbiamo chiamato progresso una corsa in avanti che preferiva non guardare il conto. Ora quel conto arriva.
1 Marzo 2026

La voce e il vuoto

A un certo punto, negli Stati Uniti, la politica ha smesso di sembrare una discussione ed è tornata a somigliare a un conflitto. Non è successo all’improvviso. E soprattutto non è successo per caso. Per anni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: le democrazie ricche sono stabili, razionali, capaci di assorbire le tensioni. La politica, lì, può anche essere dura, ma resta dentro i confini del confronto civile. È una convinzione che oggi scricchiola. C’è un saggio pubblicato su Aeon che aiuta a mettere a fuoco il punto. La sua tesi, semplice e scomoda, è questa: la violenza politica non è un’anomalia delle società fragili. Può emergere, e sta emergendo, proprio dentro le democrazie più avanzate.
15 Febbraio 2026

La politica della demolizione

C’è una parola che torna, quasi ossessiva, nell’aria geopolitica di questo inizio 2026: demolire. Non correggere. Non riformare. Demolire. Il linguaggio che descrive la politica internazionale sembra uscito da un cantiere: ruspe, catene, palle da demolizione. Il Munich Security Conference ha scelto per il suo rapporto annuale un titolo che è già una diagnosi: “Under Destruction”. E l’idea di fondo è brutale nella sua semplicità: l’ordine internazionale costruito dal 1945 in poi non sta “scricchiolando”, sta venendo preso a colpi.
5 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.