Quando il potere smette di spiegarsi

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Politica · 22 Marzo 2026 · ⏱ 4 min · ~692 parole

Leggere la guerra attraverso la retorica, non attraverso i fatti


C’è un passaggio, nell’articolo pubblicato su The Conversation dal professor Casey Ryan Kelly – docente di Communication Studies all’Università del Nebraska-Lincoln – che vale più di molti commenti politici: il potere, oggi, non sente più il bisogno di spiegarsi.

Non è un’opinione giornalistica. È una diagnosi accademica.

Kelly non racconta la guerra in Iran. Non entra nel merito strategico, non valuta le ragioni geopolitiche. Fa un passo indietro, più freddo, più rigoroso: osserva il linguaggio. E nel linguaggio individua un cambio di paradigma.

La sua tesi è semplice e, proprio per questo, inquietante: la retorica pubblica della guerra, negli Stati Uniti contemporanei, non risponde più alle regole implicite della democrazia.

Per capirlo, mette a confronto due figure. Da una parte James Mattis, segretario alla Difesa nel 2017, che parlava di strategia, di regole d’ingaggio, di protezione dei civili. Dall’altra Pete Hegseth, oggi, che parla di “dominanza”, di vittoria, di assenza di regole.

Non è solo una differenza di stile. È una differenza di funzione del linguaggio.

Nel modello classico, il potere giustifica. Spiega. Cerca consenso. Il linguaggio è uno strumento di responsabilità.

Nel modello che Kelly descrive, il linguaggio cambia natura. Non serve più a convincere. Serve a imporsi.

Le frasi di Hegseth – “combattiamo per vincere”, “li colpiamo mentre sono a terra” – non sono semplici eccessi verbali. Sono, per usare le categorie della teoria della comunicazione, atti performativi: costruiscono una realtà in cui la guerra non è più un problema da giustificare, ma un fatto da esibire.

Qui entra in gioco un concetto centrale dell’articolo: il kill talk.
Un linguaggio che non descrive la violenza, ma la trasforma. La semplifica, la spettacolarizza, la rende accettabile.

Non è un’invenzione di oggi. È un codice che nasce nell’addestramento militare. Serve a creare distanza emotiva, a rendere possibile l’azione. Ma quando questo codice esce dalla caserma e diventa linguaggio pubblico, qualcosa cambia.

Il cittadino non è più destinatario di una spiegazione. Diventa spettatore di una performance.

Kelly insiste su questo punto: Hegseth non parla come un ministro. Parla come un caposquadra davanti alle reclute.

E allora la domanda non riguarda più solo la politica. Riguarda il tipo di rapporto che si sta costruendo tra potere e società.

Perché in una democrazia il linguaggio non è un dettaglio. È parte del patto. Quando il governo parla, riconosce implicitamente che deve rendere conto.

Se questo passaggio si interrompe, non cambia solo il tono. Cambia la natura del potere.

L’articolo collega questo slittamento a un ecosistema mediatico preciso: quello della galassia MAGA, dove contano la provocazione, la dominanza, la capacità di “colpire” l’avversario. In quel contesto, la comunicazione non è più mediazione. È scontro.

E la guerra, inevitabilmente, assume la stessa forma.

Non a caso, Kelly cita un episodio quasi simbolico: un video diffuso dalla Casa Bianca che alterna bombardamenti reali a sequenze del videogioco Call of Duty. Non è solo cattivo gusto. È un segnale culturale.

La guerra come gioco.
La violenza come punteggio.
La morte come effetto speciale.

Non è propaganda nel senso tradizionale. È qualcosa di più sottile. È una trasformazione del modo in cui la realtà viene percepita.

E qui sta, forse, il punto più forte dell’analisi accademica: quando il linguaggio smette di rappresentare la realtà e comincia a sostituirla, la politica perde uno dei suoi ultimi vincoli.

Kelly lo dice con una frase che merita di essere presa sul serio: quando il pubblico ha più bisogno di spiegazioni, il potere non ritiene più di doverle fornire.

Non è un giudizio morale. È una constatazione.

E proprio per questo è difficile da ignorare.

Perché ci riguarda più da vicino di quanto sembri. Non solo per ciò che accade negli Stati Uniti, ma per il modello che si diffonde. Il linguaggio politico tende sempre a viaggiare. Le forme comunicative, prima o poi, migrano.

La domanda, allora, è inevitabile.

Se il potere smette di spiegarsi, chi resta a fare le domande?

E soprattutto: siamo ancora disposti ad ascoltare risposte complesse, oppure preferiamo – anche noi – la semplificazione di una frase da film d’azione?

Armando.