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7 Febbraio 2026
Sono entrato nella metropolitana di Londra con la stessa fiducia con cui si entra in un museo contemporaneo: sai che qualcosa ti giudicherà, ma non sai bene cosa.
Era una mattina umida, da cartolina grigia. Avevo un appuntamento a King’s Cross, una di quelle riunioni in cui tutti dicono “interesting” e nessuno ammette che non ha capito. Avevo fatto colazione con un caffè che costava come un piccolo mutuo e mi ero convinto, come sempre in viaggio, di essere una persona nuova. Più disciplinata. Più internazionale. Più… adatta.
Sotto terra, naturalmente, l’ego si ridimensiona subito. Alla biglietteria automatica ho litigato con la macchina. La macchina ha vinto. Ho comprato la Oyster, l’ho appoggiata dove non andava, l’ho appoggiata dove andava ma nel verso sbagliato, l’ho appoggiata con troppa convinzione. Ho sentito un bip che mi è parso di scherno.
Poi ho visto lui.
Non “uno”, proprio “lui”: un Neanderthal.
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5 Febbraio 2026
La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei?
La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio.
Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota.
In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto.
Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.
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3 Febbraio 2026
C’è una scena nel film Contact (dal romanzo di Carl Sagan) che funziona come una domanda-madre. A un’astronoma candidata a rappresentare l’umanità davanti a un’altra civiltà chiedono: “Se potessi fare una sola domanda, quale sarebbe?”. Lei risponde: “Come avete fatto? Come siete sopravvissuti alla vostra adolescenza tecnologica senza distruggervi?”
Oggi quella domanda è tornata a circolare perché Dario Amodei l’ha presa come chiave d’apertura di un saggio molto discusso, “The Adolescence of Technology”.
La tesi è questa: stiamo costruendo qualcosa di potentissimo, che cresce più in fretta delle nostre abitudini civili. E quando una tecnologia diventa “adulto” prima delle regole, la società rischia di reagire in due modi ugualmente stupidi: o negando, o vietando a casaccio. L’idea di Amodei, invece, è più inquietante e più utile: trattarla come un’adolescenza, cioè come una fase in cui l’energia è reale, i benefici sono reali, ma il rischio di gesti irreversibili aumenta proprio perché tutto accelera.
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31 Gennaio 2026
Sono salito sul treno con l’aria di chi, per una volta, ha tutto sotto controllo: biglietto, telefono carico, perfino una bottiglietta d’acqua. In pratica, un adulto. Per cinque minuti.
Poi è arrivato il controllore.
Non quello “biglietto, grazie” e via. Questo camminava lento, come se non controllasse i QR code ma le coscienze. Aveva la faccia di uno che ti perdona solo dopo averti capito.
Gli ho mostrato il biglietto con una certa fierezza. Io, nella vita, sbaglio molto. Ma i codici a barre mi riescono.
Lui ha annuito.
«Perfetto.»
Io ho già respirato.
E poi lui ha aggiunto:
«E l’alibi?»
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29 Gennaio 2026
All’inizio c’è sempre una frase che sembra folle.
Compra la Groenlandia.
Alza i dazi al 100%.
Metti in discussione la NATO.
Poi arriva il silenzio. E infine la trattativa.
Ma a quel punto il mondo è già mezzo metro più in là.
Quando si osserva lo stile negoziale di Donald Trump, l’errore più comune è liquidarlo come caos, improvvisazione, istinto. In realtà molte delle sue mosse diventano sorprendentemente leggibili se le guardiamo con un’altra lente: non quella della diplomazia tradizionale, ma quella della psicologia.
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27 Gennaio 2026
Ci sono immagini che non chiedono permesso.
Non entrano nella tua giornata: la interrompono. Ti fermano con una calma implacabile, quella calma che hanno le prove. E capisci subito che non stai guardando “il passato”. Stai guardando una persona che qualcuno ha tentato di cancellare con metodo, con disciplina, con burocrazia.
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25 Gennaio 2026
E’ la mancanza d’immaginazione a spingerci
nei luoghi immaginati anziché restare a casa?
E se Pascal sbagliasse sullo starsene
seduti buoni buoni nella propria stanza?
(Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione)
Arriva l’estate, la grande stagione, e ci disperde. Ci riprende la nostalgia, per il nomadismo, per il mare.
Per viaggiare occorre un certo stoicismo, dobbiamo prendere distanza dalle nostre cose, la casa, gli affari, i genitori anziani.
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25 Gennaio 2026
La democrazia oggi vive dentro una contraddizione: dice di rappresentare tutti, ma ragiona come se il mondo finisse alla prossima scadenza elettorale. Ha un mandato lungo e un respiro corto. Per questo litiga sul presente e perde i processi lenti. Poi, quando quei processi arrivano, li chiama “emergenze”.
Non è solo colpa dei politici. È un problema di forma. La politica contemporanea è costruita per reagire, non per custodire. Premia ciò che si vede subito, non ciò che regge nel tempo. Eppure la nostra vita collettiva è ormai fatta di fenomeni che non rispettano il calendario della settimana: clima, demografia, migrazioni, scuola, infrastrutture, trasformazioni tecnologiche. Sono fiumi lenti. Puoi ignorarli per un po’, ma non puoi trattarli come imprevisti.
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24 Gennaio 2026
Sono entrato in libreria con l’umiltà di un peccatore. Il mio vizio non è l’alcol, non è il fumo: io consiglio libri. È una dipendenza raffinata. Non ti distrugge il fegato, ti distrugge le amicizie.
Appena dentro ho visto un cartello, secco come una diagnosi:
NON CONSIGLIARE LIBRI AGLI AMICI. È VIOLENZA GENTILE
Sono rimasto con la mano sul maniglione, come uno che entra in un locale e legge “qui si parla dei propri sentimenti”. Per un attimo ho riso. Poi ho smesso, perché era vero. Quando consigli un libro non dici “leggilo”. Dici: “Diventa la versione di te che io preferisco”. È un fascismo educato, con la copertina bella.
Mi sono detto: va bene, Woody. Oggi stai zitto.
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21 Gennaio 2026
Un tempo il confine era un luogo. Si arrivava lì, ci si fermava, si mostrava un documento. Poi si passava, oppure no. Il confine aveva una geografia e un tempo preciso. Era davanti a noi.
Oggi il confine non è più soltanto una linea sulla mappa. È una procedura che si sposta. Non aspetta. Ti raggiunge. Può presentarsi in una strada qualsiasi, in una fabbrica, davanti a una scuola, in una notte qualunque. Non chiede dove stai andando, ma che posizione occupi in quel momento.
È dentro questa trasformazione che va letta l’esistenza dell’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement). Non come un’anomalia autoritaria, né come una creazione improvvisa dell’era Trump, ma come un dispositivo pienamente moderno. Un apparato che non difende semplicemente un territorio, ma gestisce una mobilità. E che, proprio per questo, rende visibile una tensione profonda delle democrazie contemporanee.
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20 Gennaio 2026
Il mondo è pieno di occhi. Non solo i nostri: occhi a camera, occhi composti, occhi che sono poco più di una macchia sensibile alla luce. La natura li inventa, li reinventa, li perfeziona. Come se, davanti a certi problemi, tornasse sempre alle stesse soluzioni.
Eppure il mondo non è pieno di menti. Se per “mente” intendiamo la cosa rara che ci ossessiona: linguaggio simbolico, astrazione, capacità di immaginare il futuro, costruire storie condivise, vivere dentro un “come se”. Quella mente, quella sì, sembra un evento raro. Quasi sospetto, come se la natura replicasse volentieri le soluzioni locali, ma faticasse a produrre sistemi generali. Un occhio risolve un compito specifico. Una mente, se la chiamiamo davvero mente, prova a risolvere molti compiti con lo stesso strumento: capire, prevedere, convincere, cooperare, ingannare, ricordare, progettare. È un salto di categoria.i.
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19 Gennaio 2026
C’è un’immagine che mi torna in mente, ogni volta che penso al rapporto tra energia civica e istituzioni: una folla operosa, con le mani piene. Mani che riparano, costruiscono, aprono doposcuola, tengono insieme pezzi di quartiere, organizzano cura. E poi, poco più in là, un grande edificio con le luci accese e nessuno dentro. La stanza dove si decide. Una democrazia senza mani.
Il punto non è che manchino interesse o partecipazione. Al contrario: in questi anni abbiamo visto campagne, movimenti, associazioni, reti di mutualismo, pratiche di rigenerazione che hanno rimesso in moto luoghi e persone. Il cortocircuito sta altrove. Sta in un passaggio diventato sempre più difficile da nominare: come si trasforma il “fare” in “decidere”, l’energia dal basso in rappresentanza, la spinta esterna in una leva dentro le istituzioni.
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17 Gennaio 2026
C’è un momento, davanti alle mappe, in cui la politica smette di parlare di idee e torna a parlare di cose. Non “valori”, ma rotte. Non “principi”, ma minerali. L’Artico è quel momento.
Ho letto un commento di Ian Chambers su il manifesto che insiste su una tesi dura: capitalismo e colonialismo non sono due storie diverse, sono la stessa storia raccontata con nomi più eleganti. È una tesi che, detta così, rischia lo slogan. Ma ha un pregio: ti obbliga a cercare la coerenza dove preferiremmo vedere eccezioni.
Allora provo a spostare lo sguardo più a Nord, dove il mondo cambia forma in modo quasi impudico. In Groenlandia e nelle rotte artiche, oggi, sta succedendo qualcosa che assomiglia a una rivelazione: non tanto “nuove terre”, quanto un vecchio istinto che torna praticabile.
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17 Gennaio 2026
Sono arrivato presto.
Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole.
Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”.
Davanti all’ingresso c’era già una fila.
Non una fila agitata, no.
Una fila composta. Educata. Quasi elegante.
La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera.
Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”.
Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce.
Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto.
Niente.
Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.
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13 Gennaio 2026
C’è una domanda che riguarda tutti noi: se oggi possiamo registrare tutto, perché facciamo sempre più fatica a trasmettere ciò che sappiamo?
Viviamo immersi in un’epoca che ha fatto della conservazione un feticcio. Archiviamo messaggi, immagini, video, gesti. Registriamo lezioni, tutorial, procedure. Accumuliamo dati come se la memoria fosse, finalmente, al sicuro. Eppure basta guardarsi intorno per accorgersi che molte competenze si stanno assottigliando, che alcuni mestieri diventano impraticabili, che certi gesti non passano più di mano in mano. Il paradosso è evidente: mai così tanta memoria, mai così fragile la trasmissione.
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12 Gennaio 2026
Di notte, se guardi una foto satellitare della Pianura Padana, succede una cosa strana. Non vedi più città. Vedi una costellazione continua. Un mare di luci che non rispetta confini amministrativi, non obbedisce alle mappe scolastiche, non si ferma al cartello “fine centro abitato”. È come se l’Italia del Nord si fosse trasformata in un’unica creatura luminosa, con vene e capillari, nodi e diramazioni.
E allora la domanda non è più “quanto cresce una città?”. La domanda è “che cos’è, oggi, una città?”.
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11 Gennaio 2026
Per molto tempo abbiamo dato per scontata un’idea semplice: perché il mondo resti in piedi serve qualcuno che lo regga. Un impero, una potenza guida, un centro capace di garantire sicurezza, commercio, regole. Roma ieri. Londra poi. Washington oggi. Ogni volta con un nome rassicurante: pax.
Quando questo centro comincia a incrinarsi, la reazione è quasi automatica. Paura. Disordine. Vuoto di potere. Come se l’alternativa all’egemonia fosse solo il caos.
E se non fosse così?
Proviamo a smontare l’idea che senza un egemone il mondo sia destinato a rompersi. E facciamolo non con previsioni, ma con la storia. Una storia che raramente entra nei nostri manuali di relazioni internazionali.
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10 Gennaio 2026
Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano.
Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione.
«Buongiorno», ho detto.
Lui mi ha guardato con una calma sospetta.
«Quanti?»
«Quanti… cosa?»
Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
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9 Gennaio 2026
Non lo incontriamo per caso. Lo cerchiamo. Lo prenotiamo. A volte lo paghiamo. Come se fosse una risorsa naturale in via di esaurimento, da proteggere o da conquistare per qualche ora.
Non è sempre stato così.
Il silenzio, un tempo, era la condizione normale delle cose. Interrotto, certo, ma non invaso. C’erano rumori, voci, lavori. Ma c’era anche spazio. Tra un suono e l’altro. Tra una parola e la successiva.
Oggi quello spazio si è ristretto.
Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, sottofondi, commenti, spiegazioni. Anche ciò che nasce per rilassarci spesso arriva già accompagnato da un rumore. Come se il vuoto facesse paura. Come se il silenzio dovesse essere subito riempito, giustificato, tradotto.
Eppure il silenzio non è assenza.
È presenza non mediata.
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7 Gennaio 2026
C’è una voce che attraversa quarant’anni di cultura italiana senza mai diventare rassicurante. È la voce di Massimo Zamboni. Musicista, scrittore, osservatore laterale del nostro tempo. Fondatore dei CCCP – Fedeli alla Linea, poi dei CSI, Zamboni è stato uno degli autori più radicali e insieme più sobri del rock italiano: mai incline all’estetica della ribellione, sempre interessato alla materia politica e morale della vita quotidiana.
Negli anni, alla musica ha affiancato una scrittura sempre più scabra e riflessiva. Libri come Bestiario Selvatico o Pregate per EA non raccontano il presente da lontano, ma lo scavano da dentro, partendo dai luoghi, dalle storie minori, dai gesti. Non a caso Zamboni vive oggi nell’Appennino emiliano, in una zona interna che considera la vera spina dorsale del Paese: non un rifugio bucolico, ma un punto di osservazione severo.
È da lì che parla, nell’intervista pubblicata da Vita.it il 5 gennaio 2026, quando sceglie un oggetto per l’anno che viene. Non uno strumento tecnologico, non un’idea astratta. Le mani.
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6 Gennaio 2026
Negli ultimi anni, in Italia e non solo, gli “spiegatori del mondo” sono usciti dai convegni per entrare stabilmente nel salotto di casa: talk show, newsletter, podcast, rubriche su YouTube. In prima fila ci sono figure come Lucio Caracciolo e Dario Fabbri, con scuole diverse e una stessa promessa implicita: dare contesto, trasformare l’attualità breve in storia lunga. La loro popolarità dice una cosa giusta: c’è fame di senso. Ma oggi, con una brutalità nuova, torna la domanda scomoda: queste analisi aiutano davvero a prevedere ciò che accadrà? E, soprattutto, come si leggono senza farsi trascinare dal carisma di chi parla?
Lo scrivo con in mente un caso-limite, di quelli che cambiano la temperatura della conversazione in poche ore. Tra il 3 e il 5 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno compiuto un’operazione militare in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti, con accuse di narco-terrorismo discusse in tribunale a New York. Nelle stesse ore, Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni evocando possibili “azioni” o pressioni su Colombia, Messico e Cuba, mentre in parallelo è tornata in primo piano, con parole e gesti ufficiali, l’ipotesi di un controllo statunitense sulla Groenlandia, respinta con fermezza da Nuuk e da Copenaghen.
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4 Gennaio 2026
C’è un’immagine che torna spesso quando si parla di documentari: una troupe numerosa, mezzi importanti, tempi lunghi, un nome autorevole (David Attenborough, Alberto Angela) che apre le porte e garantisce ascolti. È un’immagine vera, ma parziale. Racconta una parte del mondo, non la più diffusa.
Esiste infatti un altro mestiere del documentario, molto meno raccontato. È quello di chi lavora con strutture simili alla nostra: piccole, spesso minime. Due operatori e un fonico. A volte nemmeno quello: una sola persona che fa quasi tutto. Non per scelta estetica, ma per necessità.
Qui il documentarista non è solo chi gira. È chi pensa il progetto, lo scrive, lo difende, lo propone. È chi cerca i fondi, spesso senza trovarli. Chi anticipa spese, tempo, energie. Chi fa la preproduzione, le ricerche, i sopralluoghi. Chi gira, monta, riscrive. Chi sceglie – o compone – le musiche. E poi chi prova a far esistere il film, cercando uno spazio distributivo in un mercato che dice di amare i documentari, ma raramente è disposto a investirci.
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3 Gennaio 2026
Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza.
Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina.
All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”.
No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante.
“Troppo rumore. Oggi niente arte.”
Ho riletto due volte.
Non perché non avessi capito.
Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole.
Dietro di me una coppia ha riso.
Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”.
Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero.
Io no.
Io sono rimasto lì, con quella frase addosso.
“Troppo rumore.”
Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”.
Niente di apocalittico.
Eppure, a quanto pare, bastava.
Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.”
E ho bussato.
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2 Gennaio 2026
Mi è venuto incontro senza rumore.
Non con l’aria del grande autore che pretende silenzio e deferenza. Piuttosto come uno che entra in un corridoio mentre tu stai già andando, e per un istante vi trovate sullo stesso passo. Avevo appena chiuso il computer. Non per virtù: per stanchezza. Era uno di quei primi giorni dell’anno in cui senti addosso una richiesta implicita di “fare meglio”, “fare di più”, “essere nuovo”. E invece io, in quel momento, volevo solo una cosa: una frase che non fosse una frase fatta.
L’ho visto lì, sul margine della stanza. Magro, discreto. Lo sguardo preciso di chi non ti giudica, ma ti legge.
«Non ti preoccupare», ha detto. «Non sono venuto per un’intervista. Sono venuto perché stavi pensando troppo forte.»
Ho sorriso, più per difesa che per cordialità. Poi ho capito che era vero: avevo dei pensieri che facevano rumore anche a schermo spento. Un inizio d’anno pieno di promesse e insieme pieno di peso. E la paura, sempre la stessa, che la cultura diventi un’altra forma di frastuono.
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1 Gennaio 2026
Il 3 dicembre 2025 il Louvre e il Musée du quai Branly – Jacques Chirac hanno inaugurato insieme la Galerie des cinq continents, nell’ala Denon, ripensata e riaperta in una nuova configurazione.
Il punto non è “aggiungere” una stanza esotica al tempio dell’arte europea. Il punto è fare una cosa più rischiosa: mettere le opere in conversazione, senza chiedere loro il passaporto. La nuova galleria riunisce 130 opere da più istituzioni: nuclei del Louvre, capolavori del Quai Branly e prestiti (o depositi) da altri musei e collezioni, inclusa la Nigeria.
E, cosa tutt’altro che secondaria, questa presentazione si accompagna a un invito esplicito a interrogarsi sulla provenienza: come gli oggetti sono arrivati fin qui, con quali passaggi, con quali ombre.
L’operazione è chiara: non ordinare il mondo per scaffali (“Europa qui, il resto là”), ma far emergere affinità e risonanze. Non per appiattire le differenze, ma per farle “suonare” sullo stesso tema umano. È un cambio di geometria: dal museo come classifica al museo come dialogo
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28 Dicembre 2025
Me lo ricordo bene, perché non è stata una scoperta “da scaffale”. È stata una scoperta da fermata.
Una di quelle mattine con mezz’ora buca tra due impegni. Invece di mettere ordine nelle mail, entro in una libreria di usato per scaldarmi e prendere fiato. Cercavo tutt’altro, un saggio “serio”, da tavolo grande. Mi capita tra le mani un volumetto sottile, titolo magnifico: Il regno di questo mondo. Carpentier. Nome già sentito, associato vagamente a quel continente narrativo che noi, in Italia, abbiamo imparato a chiamare con troppa fretta “realismo magico”.
La libraia, una di quelle persone che non ti vendono un libro ma ti spostano la testa, mi dice una frase che ancora sento: “Se lo prenda. Ma non lo legga come un romanzo esotico. Lo legga come storia, solo scritta da uno che sa che la storia, quando la vivi, non è mai pulita”.
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27 Dicembre 2025
Mi avevano invitato a cena.
Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto.
«Saremo in pochi», avevano detto.
Frase che, a dicembre, significa tutto e niente.
Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile.
C’era già un’altra ospite.
Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato.
Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva.
Appena mi ha visto, si è alzata di scatto.
«Ma io… io non ci posso credere.»
Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto.
Oppure di essere entrato nella casa sbagliata.
O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata.
«Lei… lei è Woody.»
Ti interessa?86
24 Dicembre 2025
Ogni volta che sento ripetere “si vis pacem, para bellum” mi scatta un riflesso da mestiere. Io ho una formazione storica e diplomatica: conosco il fascino delle formule brevi, ma conosco anche il loro vizio. Le formule tranquillizzano perché chiudono la complessità in una frase. E proprio per questo, se le uso, voglio farle riaprire.
Parto da un fatto semplice: quella sentenza, così come circola oggi, è una versione ridotta. Dietro c’è un autore tardo-romano, Flavio Vegezio Renato, di cui sappiamo meno di quanto vorremmo: un alto funzionario imperiale, cristiano, probabilmente non un militare di carriera, che scrive in un’epoca in cui l’Impero romano sente di non poter più permettersi l’improvvisazione.
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23 Dicembre 2025
Curtis Yarvin è uno scrittore politico americano, programmatore informatico, noto per anni con lo pseudonimo di Mencius Moldbug. Non è un politico, non guida movimenti di massa, non si presenta alle elezioni. Scrive. E come spesso accade, le idee più destabilizzanti arrivano prima dalle tastiere che dalle urne.
Tra la fine degli anni Duemila e oggi, Yarvin ha costruito un corpus teorico coerente e radicale che ruota attorno a una tesi semplice e incendiaria: la democrazia liberale occidentale non è solo in crisi, è un errore storico. Non funziona più, non sa correggersi, e soprattutto non governa davvero. Continuare a difenderla, secondo lui, non è realismo ma nostalgia.
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20 Dicembre 2025
C’è un libro del 1997 di James Dale Davidson e Lord William Rees-Mogg, che, rilanciato nel 2020 con una nuova prefazione di Peter Thiel, il fondatore di Paypal e Palantir, è tornato a circolare come una chiave per capire un certo immaginario della nuova élite tecnologica americana. Si intitola "L'individuo sovrano". Non è un romanzo di fantascienza, ma una previsione travestita da teoria della storia. La tesi è semplice: quando la ricchezza diventa mobile e digitale, lo Stato fa più fatica a tassare, controllare, trattenere. E allora emerge un tipo umano nuovo, l’“individuo sovrano”: competente, globale, leggero, capace di scegliere giurisdizioni e regole come si sceglie un servizio.
Ti interessa?75
20 Dicembre 2025
Mi è successo perché ho risposto a un annuncio.
“Cercasi Elfo. Evento natalizio. Una sera. Pagamento immediato.”
Io non credo agli elfi, come non credo ai parcheggi liberi davanti casa. Però credo nei pagamenti immediati. E poi, diciamolo: fare l’elfo è un lavoro a prova di fallimento. Indossi un cappello a punta, sorridi, fai “oh-oh-oh” e nessuno si aspetta competenza. È un paradiso per chi ha studiato filosofia e poi ha scoperto l’IVA.
Mi presento al punto indicato, che non è l’entrata principale, ovviamente. È un retro, un corridoio che odora di cartone bagnato e panettone industriale. Un addetto mi passa un sacchetto con dentro un costume verde, scarpe che sembrano due canoe e una cintura con una campanella che, immagino, serve a ricordarti che la dignità è un concetto elastico.
“Sei Woody, giusto? Vai dietro. Babbo Natale ti aspetta.”
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18 Dicembre 2025
C’è una frase che torna ciclicamente nei talk, nei post, nelle conversazioni da bar “serio”: la storia insegna. La diciamo come si dice “il tempo guarisce”, con una specie di fiducia automatica. Edgar Morin parte da qui e, con la calma di chi ha attraversato un secolo senza smettere di pensare, ti toglie quella fiducia dalle mani. Non per cinismo. Per igiene.
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17 Dicembre 2025
«Non vedo l’ora di vedere il mio primo cadavere.»
La frase compare in una chat acquisita agli atti dell’Operazione Grimm, l’inchiesta coordinata da Europol che ha portato alla luce reti criminali capaci di reclutare minorenni per compiere atti di violenza su commissione. A scriverla è un bambino di undici anni. Non è una battuta. Non è una provocazione. È una risposta coerente, dentro una conversazione che ha già reso coerente l’idea della morte.
È da qui che conviene partire, se si vuole capire davvero cosa sia Grimm. Non dai numeri, non dagli arresti, ma da questo tono. Da questa assenza di tremore. Perché quella frase non racconta solo un reato. Racconta un clima. Racconta una normalizzazione.
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16 Dicembre 2025
Per capire come sta cambiando l'equilibrio fra i poteri negli Stati Uniti, e se si tratta di una svolta, un atto di forza di Trump o solo una brusca accelerazione di un processo già in corso da tempo, dobbiamo partire da molto lontano, dai 55 delegati che parteciparono alla Convenzione di Filadelfia del 1787. Non tutti sono considerati “Padri fondatori” allo stesso livello, ma tutti contribuirono alla nascita del sistema.
Prima di parlare del prodotto delle loro discussioni, è importante ricordare che i Padri fondatori litigarono su quasi tutto: quanto potere dare al presidente, quanto potesse essere forte il governo federale, che ruolo avessero gli Stati, quanto fidarsi del popolo.
La costituzione americana nasce dal conflitto, non dal consenso. È un documento di compromesso, costruito per reggere anche quando chi governa non è virtuoso.
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14 Dicembre 2025
Una volta la domenica era una cosa semplice. Non perché fosse migliore. Semplice perché non pretendeva niente da te.
Ci si svegliava un po’ più tardi. Si girava per casa senza un vero scopo. C’era sempre qualcuno che diceva: “Che facciamo?”. E qualcun altro rispondeva: “Mah”. Fine del programma.
Non era ozio filosofico, intendiamoci. Era una sospensione. Un tempo un po’ molle, che serviva a far passare la settimana e a preparare, senza saperlo, quella dopo.
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13 Dicembre 2025
Mi avevano detto “Prima della Scala” e io avevo immaginato la scena: ingresso principale, tappeto, un nome pronunciato bene, magari perfino un sorriso che non sottintenda “che ci fa lui qui?”.
Sono arrivato in anticipo, che è una forma di superstizione. Ho attraversato la piazza con l’aria studiata di chi finge di non essere intimidito dai luoghi che intimidiscono. Avevo il frac giusto, il papillon giusto, l’ansia sbagliata.
Davanti all’entrata principale c’era quella luce che non illumina: consacra. Lampadari, velluti, persone che sembravano nate già in abito scuro. Io ho mostrato il mio invito — o meglio, quello che credevo fosse un invito. L’addetto l’ha guardato un secondo, poi mi ha guardato un secondo, come se stesse mettendo insieme due pezzi che non combaciavano.
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12 Dicembre 2025
Continuando nel nostro cammino di sperimentazione, questo è il primo di una serie di testi che affrontano temi civili del presente (guerre, migrazioni, lavoro, diritti, ambiente) con il linguaggio della poesia. Testi da leggere, ascoltare, mettere in musica.
Qua, si sieda pure qua
E mi dica cosa sente
in questa stanza senza pareti.
Non c’è molto da mostrare, lo vede,
solo scaffali mezzo vuoti
e un vento leggero che porta voci lontane.
È tutto qui:
la cultura abita dove passa l’aria.
Io ci lavoro così,
con una sedia che scricchiola
e una finestra che non chiudo mai.
Perché qui, quando arriva una storia,
bisogna farla entrare intera,
con il rumore dei passi
e la polvere del viaggio.
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11 Dicembre 2025
Se c’è una cosa che la storia insegna, e insegna sempre con una certa ironia, è che la lingua pubblica non è mai neutra. È un sismografo dei tempi, certo, ma anche un arnese con cui i tempi stessi vengono plasmati. Ogni epoca ha avuto il suo registro: il latino limpido dei senatori romani che sapevano bene quanto una parola sbagliata potesse costare una congiura; la spavalderia dei tribuni che parlavano al popolo e si concedevano toni più ruvidi; la retorica fiammeggiante delle assemblee rivoluzionarie dove il volume contava quanto l’argomento. E poi — come in una specie di movimento pendolare — la restaurazione della misura, del decoro, del “parlare per costruire”.
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10 Dicembre 2025
Era un regionale del mattino, uno di quelli dove si viaggia quasi in silenzio, con la luce obliqua che entra dal finestrino e i pensieri che ancora non hanno trovato forma. Un ragazzo scorreva il cellulare distrattamente, poi ha rallentato. “Oggi è la Giornata dei diritti umani. Che roba è?”, ha chiesto all’amico accanto. L’altro ha alzato le spalle, come si fa quando qualcosa sembra lontano e un po’ inutile. Stavo per intervenire, quando un signore anziano, seduto di fronte, ha girato la testa con calma. “Non è roba inutile,” ha detto con una voce bassa e ferma. “È il motivo per cui la vostra vita è più larga di quella che ho avuto io.” Il treno continuava ad andare, ma in quel momento sembrava essersi fermato per ascoltare.
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9 Dicembre 2025
Alla Nuvola dell’EUR, a Roma, la piccola e media editoria si incontra per “Più libri più liberi”. Ma il vero protagonista, nei numeri presentati da AIE, non è il libro in sé: sono i mediatori. I programmi televisivi che ancora spingono le vendite. I social network che costruiscono nuove comunità di lettura. Gli strumenti di Intelligenza Artificiale che entrano in silenzio nei flussi di lavoro delle case editrici.
È il ritratto di un settore che non discute più se cambiare, ma come sopravvivere dentro un ecosistema dominato da schermi e algoritmi.
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8 Dicembre 2025
Dal 4 all’8 dicembre 2025, chi entra alla Nuvola dell’Eur a Roma ha subito davanti agli occhi lo slogan: “Più libri, più liberi”. Sulle scale mobili salgono ragazzi con lo zaino, insegnanti che contano le classi, lettori che tengono in mano una lista di editori da cercare come fosse una mappa del tesoro. Dentro, cinquecentosessantanove espositori, circa settecento appuntamenti in cinque giorni, un orario pieno dalle dieci alle venti. È la Fiera nazionale della piccola e media editoria, diventata negli anni uno dei termometri più sinceri dello stato di salute del libro in Italia.
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7 Dicembre 2025
La prima volta che ho incontrato Diane Arbus non è stata in un museo, ma in una foto che sembrava urlare e invece stava soltanto respirando: un bambino con una bomba giocattolo stretta nel pugno, gli occhi che oscillano tra sfida e fragilità. Non ho capito subito perché quella immagine mi restasse addosso. L’ho capito dopo: Arbus non fotografa le persone, fotografa il momento esatto in cui ci scopriamo vulnerabili.
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6 Dicembre 2025
Quando sbaglio piano, di solito non è mai solo il piano.
Quella mattina ero in un immenso centro congressi di vetro e acciaio, in una città qualunque che avrebbe potuto essere ovunque. Di quei posti dove l’aria condizionata ha più carattere delle persone. Mi avevano convocato per un’intervista sul ruolo dei media in tempo di guerra. Cose serie, raccontate con luci gentili e domande rassicuranti.
Il programma era semplice, come sempre sulla carta: ingresso, corridoio, ascensore interno, piano 7, sala “Bernini”, trucco leggero, quindici minuti in cui avrei dovuto spiegare come “la gente normale” vive le guerre dal divano di casa. Poi un caffè troppo corto e il ritorno in albergo con una vaga sensazione di inutilità dignitosa.
Entro nell’ascensore interno con la mia cartellina. Fuori, un mare di roll-up, loghi di tv, registi che parlano più con le mani che con la bocca. Dentro, il solito specchio crudele e una colonna di pulsanti illuminati.
Io premo 7. Almeno, ne sono convinto.
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5 Dicembre 2025
C’è un tratto che colpisce nelle ultime parole di Donald Trump sull’Europa: non è la durezza, non è la postura muscolare, non è nemmeno l’ennesima polemica sulle politiche migratorie o sulla transizione energetica. È l’ambizione di trasformare una valutazione politica in una diagnosi culturale definitiva. L’Europa, secondo la nuova National Security Strategy pubblicata a Washington, sarebbe vittima di una “erosione civilizzazionale”. Un continente che si starebbe perdendo, per colpa di scelte sbagliate e identità confuse. Il punto è che questa lettura non è neutrale. È un racconto costruito, calibrato per servire una visione del mondo molto precisa: quella di un’America che torna a chiedere fedeltà, non collaborazione; che vuole alleati obbedienti, non partner autonomi; che preferisce un’Europa litigiosa a un’Europa capace di decidere da sola
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4 Dicembre 2025
Hannah Arendt è arrivata una sera in cui non avevo nessuna voglia di parlare di politica.
Ero rimasto da solo nello studio, i computer spenti, solo una lampada accesa sul tavolo. Stavo rileggendo alcune sue pagine per preparare un pezzo su “banalità del male” e algoritmi: Eichmann a Gerusalemme sullo stesso tavolo del portatile con aperto un social qualunque. Da una parte le frasi sulla burocrazia del male, dall’altra il flusso anonimo di insulti, slogan, campagne montate in serie.
Mi sono alzato per prendere un altro libro, e quando mi sono voltato lei era seduta sulla sedia davanti al mio posto, come se fosse stata lì da sempre.
Capelli raccolti, sigaretta tra le dita, sguardo vivo e un po’ divertito. Non aveva nulla del monumento; sembrava piuttosto una donna abituata a entrare nelle stanze di lavoro degli altri per chiedere conto di quello che ci fanno.
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3 Dicembre 2025
Non avevo programmato niente. Non c’è stato un momento fondativo, nessuna frase epica appuntata su un taccuino. È successo semplicemente così: qualche anno fa ho iniziato a lavorare ogni giorno dentro una cooperativa sociale di tipo B.
Per chi non la conosce, una cooperativa di tipo B è una realtà che unisce lavoro e inclusione: produce beni o servizi come qualunque impresa, ma lo fa con una missione precisa — inserire nel mondo produttivo persone con disabilità o con fragilità sociali, offrendo loro un posto di lavoro vero, retribuito, stabile, con la stessa dignità degli altri lavoratori.
È un modello italiano, riconosciuto dalla legge, che prova a trasformare la vulnerabilità in partecipazione. Non un laboratorio protetto: un’impresa che compete, produce, fattura, ma che mette al centro chi normalmente viene lasciato ai margini
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2 Dicembre 2025
Per molti anni abbiamo creduto che la diplomazia fosse un patrimonio solido, quasi naturale. Una trama di gesti, rituali, linguaggi che teneva il mondo in equilibrio. Chi, come me, ha studiato quella “vecchia scuola”, conosce bene l’idea di fondo: la pace non la garantisce la forza, ma la pazienza. Non la velocità, ma la continuità dei rapporti. Non il prezzo, ma la fiducia.
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1 Dicembre 2025
Il 1° dicembre è la Giornata mondiale contro l’Aids.
Se hai qualche anno sulle spalle, la parola “Aids” ti riporta subito agli anni Ottanta: notizie cupe, funerali troppo frequenti, un virus misterioso che sembrava poter travolgere un’intera generazione. Oggi lo scenario è molto diverso. Non perché il problema sia finito, ma perché in quarant’anni la ricerca e le battaglie per i diritti hanno cambiato in profondità la storia di questa malattia – e non solo di questa.
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30 Novembre 2025
Non ho mai letto Guerra e pace. L’ho sempre visto come una montagna: bellissima da lontano, irraggiungibile nei giorni in cui il tempo si sgretola in impegni, preoccupazioni, notizie di guerra che entrano nelle case senza bussare. Così ho fatto una cosa semplice, quasi infantile: ho chiesto di parlarmene a un amico che stimo. Lui non è Calvino, ma gli assomiglia in certe pause, nel modo di ragionare ad alta voce, nella cura con cui sceglie le parole. Stavamo condividendo un lungo viaggio in treno. Aveva il libro con sé e si capiva che quella copia era stato letta molte volte, magari da persone diverse, passando di mano in mano prima di finire su una bancarella ad attendere un nuovo lettore. Fuori il paesaggio cambiava lentamente, e dentro, senza rumore, lui ha iniziato a raccontarmi Tolstoj.
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29 Novembre 2025
Io lo sapevo che prima o poi una sciocchezza del passato sarebbe tornata a mordermi.
Non mi aspettavo però che arrivasse con il timbro dell’Agenzia Spaziale Europea.
Era un pomeriggio qualunque: pioggia fine, termos del tè mezzo freddo, la posta sparsa sul tavolo come carte da poker di un giocatore stanco. Pubblicità, bollette, pubblicità, bollette, un volantino di una palestra dove promettono di “trasformarmi in un super-io”… e poi quella busta bianca, pulita, rigida.
La apro pensando a una multa.
Invece leggo: “Gentile signor Woody, siamo lieti di informarLa che è stato selezionato per la missione Artemis-Europa come membro civile dell’equipaggio…”.
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27 Novembre 2025
Eileen Myles arriva sulle pagine di un quotidiano italiano con una frase che, a leggerla oggi, sembra insieme antica e nuova: il socialismo è il futuro. Non è uno slogan. È la sintesi di una vita passata a misurare la distanza tra ciò che una società promette e ciò che consegna. L’intervista pubblicata da La Stampa restituisce questa voce senza filtri, nella sua nudità migliore: la poesia come lingua politica, la vulnerabilità come strumento di conoscenza, il corpo queer come sismografo dell’America.
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26 Novembre 2025
La discussione sulla cultura torna sempre allo stesso punto. Ogni volta che una città inaugura un museo ristrutturato, ogni volta che un festival chiede sostegno pubblico, ogni volta che un ente locale prova a dare un senso alla parola “promozione”, il discorso rimbalza su un’unica metrica: quanto produce in termini economici. Quanti biglietti, quante presenze, quale indotto. È un riflesso quasi automatico. Eppure è proprio questo riflesso che sta consumando l’idea stessa di cultura. Non la difende, la restringe. La spinge a imitare un linguaggio che non le appartiene, quello dell’industria.
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25 Novembre 2025
Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma è anche il giorno in cui, nel 1985, è morta Elsa Morante, l’autrice de “La Storia”, quella che più di altre ha messo nero su bianco la vulnerabilità dei corpi e la violenza muta della Storia.
Stasera, sulla scrivania ho gli appunti che ho utilizzato per l'articolo sulle sorelle Mirabal, e una vecchia copia stropicciata de “La Storia”, aperta proprio sulle pagine dedicate a Ida. Sto cercando un modo per tenere insieme questi due piani, la cronaca e la letteratura, quando qualcuno bussa. Un colpo secco, antico, come sulle porte di legno.
Alzo gli occhi e la vedo lì. Cappotto scuro, foulard, sguardo che non ha bisogno di presentazioni.
«Signora Morante?»
Sorride appena, come chi non ha tempo da perdere con lo stupore altrui.
«Mi ha chiamata lei» dice. «O almeno, ha pensato a me forte abbastanza da costringermi a venire.»
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25 Novembre 2025
Le sorelle Mirabal viaggiano su una strada di montagna, nella Repubblica Dominicana del 1960. L’aria è già buia, il motore della jeep tossisce ad ogni curva, e per un attimo sembra quasi una di quelle sere in cui tutto può ancora cambiare. Ma loro no, loro non cambieranno direzione. Vanno a trovare i mariti in carcere, perché qualcuno deve pur ricordare ai potenti che ogni prigione produce sempre un soprassalto di dignità. Le chiamano “las mariposas”, le farfalle.
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23 Novembre 2025
La COP30 di Belém si è presentata da subito come un passaggio importante, non tanto perché promettesse svolte storiche, ma perché metteva molti Paesi davanti alla domanda più semplice e più difficile: quanto siamo davvero disposti a cambiare? Belém non ha il tono trionfale di altre conferenze e forse, proprio per questo, aiuta a vedere meglio le differenze di sensibilità tra gli Stati, ciò che ognuno porta con sé e ciò che ognuno teme di perdere.
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22 Novembre 2025
Io continuo a ripeterlo: non ho il fisico per le responsabilità.
Neanche per quelle piccole, tipo scegliere tra latte intero o scremato. Ogni volta che qualcuno mi affida qualcosa, anche una cosa banale, io entro in uno stato di crisi spirituale degno di un monaco tibetano che ha perso il libretto delle istruzioni dell’universo.
Eppure, quella notte, sembrava andare tutto nella solita, prevedibile disfunzione. Ero rimasto sveglio per colpa della mia moka. Ha settant’anni, la stessa età di molte delle mie insicurezze, e da un po’ fa quel rumore metallico che somiglia al pianto sommesso di uno che chiede di andare in pensione ma nessuno lo ascolta.
Io, con la delicatezza psicologica di un diplomato all’Accademia dei Malintesi, le stavo parlando come se fosse un animale ferito.
«Dai, piccola. Fammi questo favore. Solo un caffè decente, e poi ti lascio in pace per due ore.»
È stato allora che il telefono ha vibrato.
“White House.Washington, D.C.”
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20 Novembre 2025
Capita ogni tanto che una notizia lontana ci colpisca più del previsto. Succede quando non parla davvero di un Paese straniero, ma di noi. È il caso della decisione della Guardia costiera americana di “declassare” la svastica e il cappio da simboli d’odio a semplici simboli “divisivi”. Un’aggiustatina lessicale, dicono. E invece no. Perché ci ricorda, con un brivido corto, quanto siamo diventati indulgenti verso segni che dovrebbero restare fuori da ogni spazio comune.
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19 Novembre 2025
Cosa fanno i canali culturali indipendenti che funzionano davvero?
In Italia ci ripetiamo che con la cultura non si fa audience. Fuori dall’Italia, intanto, ci sono canali televisivi e piattaforme che vivono solo di cultura. Alcuni sono pubblici, altri privati, altri ancora sono servizi digitali puri. Tutti hanno una cosa in comune: una linea editoriale chiara e una coerenza feroce.
L’ipotesi è semplice: Canale Cultura non è un vezzo romantico. È un progetto che, in piccolo, entra nella stessa famiglia di queste esperienze. Guardarle da vicino serve per capire cosa imitare e cosa evitare.
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18 Novembre 2025
Fuori, in molte città, le sinagoghe preparavano le candele per ricordare la Notte dei cristalli.
Dentro lo schermo del telefono, un generale diventato vicesegretario di partito decideva che era il momento giusto per dare «ripetizioni di storia» a chi – secondo lui – l’ha studiata «sui manuali del Pd».
Il generale è Roberto Vannacci, eurodeputato e da qualche mese uno dei quattro vice di Salvini.
Il post è quello che ormai conosciamo: Mussolini «terzo deputato più votato d’Italia», la marcia su Roma che «non fu un colpo di Stato ma poco più di una manifestazione di piazza» (citazione dello storico Francesco Perfetti), il fascismo che «almeno fino alla metà degli anni Trenta» avrebbe esercitato il potere «attraverso gli strumenti previsti dallo Statuto Albertino», le leggi – «fino alle stesse leggi del 1938» – approvate dal Parlamento e promulgate dal re.
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17 Novembre 2025
Capita a tutti: si accende un talk show, si scorre un podcast di “politica”, si apre il giornale online, e l’illusione è immediata. “Mi sto informando”, pensiamo.
Ma siamo sicuri che sia così?
La domanda la pone con lucidità Filippo Riscica nel suo lungo articolo su Appunti, dove smonta con calma una certezza molto italiana: che ascoltare gli opinionisti equivalga a capire i fatti. Non è così. E non è una questione di fake news o di propaganda: è qualcosa di più profondo e più civile. È l’idea semplice – quasi innocente – che il volto noto coincida con la competenza, che la notorietà sostituisca il metodo, che chi parla “bene” possa parlare di tutto.
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16 Novembre 2025
Lee Miller è passata dall’essere “immagine” perfetta sulle copertine di Vogue a diventare uno degli sguardi più spietati e necessari sulla Seconda guerra mondiale. In mezzo ci sono un trauma infantile, il surrealismo, la moda, la guerra, il silenzio e – molto tardi – un archivio riaperto dal figlio.
Questo pezzo della serie Fotografe prova a tenerli insieme: la bellezza e l’orrore, lo sguardo costruito della moda e quello, quasi insostenibile, dei campi liberati.
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15 Novembre 2025
Io la metropolitana non l’ho mai capita.
Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”.
Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido.
Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati.
Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica.
Alle pareti i soliti manifesti:
“DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”,
“SUPERA TE STESSO”,
“VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”.
Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.
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13 Novembre 2025
Quando gli Alleati liberano Buchenwald, Dachau, Mauthausen, non si limitano a entrare. Registrano. Seguono un ordine preciso: filmare ogni angolo, ogni dettaglio. I soldati non sono preparati a quello che trovano, ma le cineprese sì: lavorano in silenzio, senza tremare.
Il risultato è un film che non vuole commuovere, non vuole convincere, non vuole raccontare. Vuole soltanto dire: è accaduto. Si chiama Nazi Concentration Camps. Dura poco più di un’ora. È talmente diretto da sembrare un’autopsia. Ed è proprio questo che lo rende inaggirabile
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12 Novembre 2025
A volte mi chiedo se, di fronte allo spettacolo offerto da chi ci rappresenta, non sia sempre più necessario creare scuole di politica. Non scuole di partito, non accademie per funzionari, ma luoghi in cui chi desidera dedicarsi alla cosa pubblica possa acquisire strumenti, linguaggio e metodo.
La domanda sembra teorica, ma non lo è: ogni volta che qualcuno decide di esporsi, la sente addosso — da dove comincio?
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11 Novembre 2025
Che cosa si prova a vedere una biblioteca in fiamme? Non è solo carta che brucia: è un futuro che si accorcia. Perché in guerra i libri diventano, insieme, il bersaglio da colpire e lo scudo da difendere?
I libri sono infrastrutture di continuità. In tempo di pace custodiscono memoria e possibilità; in tempo di guerra segnano il confine tra un popolo che resiste e uno che smarrisce la propria voce. Per questo vengono bruciati. Per questo vengono salvati a rischio della vita.
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10 Novembre 2025
Il giuramento militare dei dirigenti della Silicon Valley ha fatto il giro del mondo. Quartier generale dell’Esercito USA, giugno 2025: quattro figure centrali dell’innovazione digitale prestano servizio come tenenti colonnelli della Army Reserve, arruolati nel nuovo Executive Innovation Corps.
Molti hanno letto la foto come una svolta epocale: “I capi della tecnologia sotto il comando diretto del Presidente”. In realtà, il quadro istituzionale è meno drammatico e più interessante. Vale la pena ricostruirlo.
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9 Novembre 2025
Che cosa ci colpisce di più: la bellezza formale o la carica politica? La verità è che, con Muholi, le due cose non si separano. L’immagine è l’argomento. Il volto è l’archivio. E l’archivio, finalmente, cambia padrone.
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8 Novembre 2025
Non ho mai amato Las Vegas. Mi avevano invitato a tenere una conferenza dal titolo “Come sopravvivere all’ansia in tempi di ottimismo forzato” — roba che fa sembrare i manuali di autoaiuto romanzi di guerra. Ho accettato per due motivi: uno, pagano; due, il buffet prometteva tre tipi di cheesecake.
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7 Novembre 2025
Binari vuoti, fine pomeriggio. Il tabellone sfarfalla nomi di città lontane. Sto scrivendo una domanda che non ho il coraggio di pronunciare: a che serve la non-violenza quando il mondo ruggisce? Qualcuno si siede accanto, leggero come un fruscio. Il profilo è inconfondibile. «Non hai bisogno di cercarmi» dice. «Ti ho sentito pensare.»
La non-violenza di Gandhi non è mitezza. È un metodo politico che organizza il coraggio e scardina il potere togliendogli il consenso. Funziona solo se diventa disciplina collettiva. Questa è la prova che gli chiedo oggi.
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6 Novembre 2025
C’è un mestiere, nell’ombra, che tiene in vita le parole degli altri. È quello del traduttore letterario: artigiano della voce, interprete di mondi. In Italia, più che altrove, la traduzione è stata una forma di educazione sentimentale della lingua. Senza di loro, non avremmo né Hemingway né Faulkner, né Kafka né Woolf. Ma, soprattutto, non avremmo la lingua che li ha accolti.
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5 Novembre 2025
I "cavalli di razza” della Prima Repubblica nascevano dentro partiti-scuola, in tempi lenti e densi. Oggi i leader si formano nei feed e nelle arene mediatiche. Non è un declino, ma una mutazione del mestiere politico e dei suoi incentivi. Capire il meccanismo è già un atto civile.
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4 Novembre 2025
Non ci fu un grido, né una fanfara. Solo un silenzio che tagliava l’aria, improvviso come una dimenticanza. Un soldato si svegliò di soprassalto perché mancava qualcosa. Il rombo continuo, il tuono dei cannoni, i colpi brevi che avevano scandito la vita per anni. Niente. Restavano il fumo fermo, l’odore di ferro e la sensazione, difficile da nominare, di essere vivi. Il 4 novembre 1918 non fu un giorno di festa. Fu il giorno in cui il rumore finì.
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4 Novembre 2025
Una classe alle otto del mattino è un luogo fragile. L’aria sa di corridoi lucidi, cartelloni appesi e voci stanche. I ragazzi entrano uno alla volta, qualcuno ride, qualcuno guarda in basso. In cattedra, un insegnante apre un libro. In quel momento può scegliere: versare nozioni come acqua in un vaso, oppure accendere una scintilla.
Vito Mancuso lo chiama così: “educare è accendere l’umano”. Non è uno slogan poetico: è un cambio di prospettiva. Istruire è riempire; educare è accendere.
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3 Novembre 2025
La fotografia, per Lisetta Carmi, è stata un fuoco breve (1960–1978) che ha cambiato il nostro modo di guardare il lavoro, i corpi e le periferie morali d’Italia. Il resto della sua vita spiega quel fuoco: musica prima, spiritualità poi.
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2 Novembre 2025
Non serve parlare di me. Non serve ricordare il giorno in cui mi hanno ucciso. È già tutto scritto in quel corpo sulla sabbia, in quella luce sporca di novembre. Se volete capire, guardate dove è accaduto. Lì, non nei salotti.
Io ho vissuto tra i corpi veri. Non quelli lucidati dalle réclame, ma quelli con le ossa sporgenti, con l’odore addosso. Le borgate non erano uno sfondo romantico. Erano un Paese che non voleva guardarsi allo specchio. Io non li ho “rappresentati”. Ho solo ascoltato.
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1 Novembre 2025
Pioveva sottile. Non quella pioggia romantica da cinema francese. No, quella appiccicosa che si infila nei risvolti del cappotto. Il cinema sembrava un rifugio. Halloween, Bergman, silenzio: il mio piano perfetto.
La sala era un circo gotico. Mantelli, maschere, sangue finto a ettolitri. Mi siedo. E poi vedo la falce.
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31 Ottobre 2025
"A volte viene da pensare che noi, italiani contemporanei, siamo eredi un po’ scriteriati, incapaci non solo di valorizzare ma anche di prenderci cura di ciò che abbiamo ereditato. E tuttavia, il legame tra l’Italia e la bellezza persiste"
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29 Ottobre 2025
C’è un momento, alla fine di ogni conteggio, in cui l’aria cambia. La sala è piena ma il rumore si ferma. Le schede sono state lette, le mani hanno contato, il presidente alza lo sguardo: “Approvato”. A volte basta una parola, a volte basta un numero che supera l’altro di uno. Non sembra molto, eppure sposta destini. Un voto di scarto è una soglia attraversata: la stessa stanza, un attimo prima, diceva “no”; un attimo dopo, dice “sì”.
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28 Ottobre 2025
Una foto trovata in soffitta. Un giornalino parrocchiale. Il volantino di una fabbrica, una cassetta con dialetti dimenticati. Nessun algoritmo le riterrà “virali”. Eppure sono cerniere di identità. La memoria civica vive qui: nelle mani di chi sente che un pezzo di storia comune rischia di sparire.
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27 Ottobre 2025
Novara, 27 ottobre 2025. Una porta si apre e l’aria sa di vernice fresca e accoglienza. Il pavimento invita a piedi piccoli, le luci sono gentili, le mani degli adulti cercano altre mani. C’è un silenzio che non è vuoto: è attesa. Oggi la città consegna ai suoi bambini un luogo che dice, senza proclami: qui si cresce giocando, e nessuno resta fuori.
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27 Ottobre 2025
Non serve un archivio polveroso per scrivere la storia. Oggi basta una piattaforma.
Una manciata di grandi aziende tecnologiche — Meta, Google, Amazon, Apple, TikTok e poche altre — custodiscono una porzione immensa della memoria collettiva contemporanea. Non lo fanno per missione pubblica: lo fanno perché conviene. E proprio qui si apre la faglia.
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26 Ottobre 2025
C’è un tempo in cui la memoria non è un sentimento: è un dovere civile. È quel che accade nei luoghi dove si archivia per mestiere — biblioteche, archivi di Stato, teche radiotelevisive, centri di documentazione. Non sempre sono luoghi scintillanti. Molti sono cantine o palazzi ottocenteschi dove la temperatura è controllata con cura monastica e il personale si muove tra scaffali infiniti. Ma sono loro, silenziosi e lenti, a garantire che almeno una parte di ciò che produciamo non svanisca.
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25 Ottobre 2025
Che cosa succede quando un euro di utile non va al dividendo ma torna nel quartiere, nella scuola, nel lavoro di chi fa più fatica?
La cooperazione sociale è un dispositivo che trasforma margini economici in beni relazionali durevoli. Non beneficenza: ingegneria istituzionale.
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25 Ottobre 2025
La stazione di servizio sembrava un acquario senz’acqua: vetri sporchi, una pianta agonizzante, il sole che si divertiva a friggere le ombre. Io ero lì per gonfiare una ruota di pensieri, niente di grave, solo quella pressione bassa che viene quando leggi i giornali. Poi ho sentito il rumore. Non un rombo: una specie di tosse meccanica ostinata, come se un frigorifero avesse deciso di sognare l’oceano.
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23 Ottobre 2025
Omegna, mattino lattiginoso sul lago. In una classe vuota del vecchio edificio comunale c’è gesso nell’aria e un odore di legno bagnato. Appoggio taccuino e penna sul banco. La porta si apre senza rumore: entra un uomo minuto, cappotto scuro, occhi che sorridono prima della bocca. Prende il gessetto, scrive “fantasia”, poi si volta: «Cominciamo? Ma lei non mi interroghi: interroghiamo il mondo».
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23 Ottobre 2025
Ogni tanto, in mezzo a una Buchmesse affollata di cataloghi, sorrisi forzati e storytelling industriale, succede qualcosa che sposta l’aria. Non serve un applauso. Basta un nome pronunciato sottovoce con rispetto. Quest’anno quel nome è Dorothee Elmiger.
Chi è, per chi non l’avesse ancora incrociata: una scrittrice svizzera, poco più che quarantenne, che scrive come se la lingua fosse materia viva e pericolosa. Non “racconta storie” nel senso comodo del termine. Costruisce paesaggi di domande. E questo, oggi, è già un atto politico.
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22 Ottobre 2025
C’è una frase di Mattia Torre che non smette di lavorare dentro: “La gentilezza è l’atto più politico che ci è rimasto.”
Detta così, sembra una carezza. In realtà è una lama affilata. Perché Torre non parlava di buone maniere, ma di potere.
La gentilezza, quando tutto si incattivisce, non è un gesto neutro. È un atto di resistenza.
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21 Ottobre 2025
Si chiude una settimana che ha rimesso al centro due cose: la voce degli autori e la trasformazione dei contenuti (libro → schermo, audio, giochi). Cornice chiara: fiera in crescita e molto internazionale.
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20 Ottobre 2025
L’Archivio segreto del Vaticano. Basta pronunciare il nome per evocare stanze buie, pergamene maledette, cardinali che tramano. È un nome che sembra uscito da un romanzo di Dan Brown. In realtà, dietro quella parola “segreto” non c’è nessuna cospirazione. C’è un equivoco linguistico. Secretum, in latino, significa semplicemente “privato”. L’Archivio non era nascosto ai nemici della cristianità, ma riservato al Papa. Un luogo dove custodire la memoria della Chiesa e, di riflesso, una fetta importante della storia europea.
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18 Ottobre 2025
Nel padiglione ragazzi senti subito due forze che tirano in direzioni opposte: la voglia adulta di proteggere e la necessità di dire il mondo com’è. In mezzo ci siamo noi, con libri che devono essere ponte e non recinto. Qui si capisce se un progetto per la scuola è vivo: non perché semplifica, ma perché rende dicibile la complessità.
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18 Ottobre 2025
Il portiere mi disse che il teatro era chiuso. Io dissi che anch’io, in fondo, ero chiuso, ma avevo la chiave sbagliata. Mi fece entrare lo stesso. Nel corridoio dei camerini, odore di cipria e sigaro, si sentiva una risata di metronomo: ta–ta–ta, come se l’orologio ridacchiasse.
Bussai. La porta si aprì quel tanto che basta a far passare un sopracciglio.
«Cercavo il signor Marx.»
«Se cerchi il capitale, hai sbagliato secolo. Se cerchi Groucho, entra. Ma sappi che non accetto resi sulle delusioni.»
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17 Ottobre 2025
C’è un corridoio, in fiera, dove la carta cambia stato. Non è Hollywood: sono tavoli, calendari, caselle di posta che si aprono. Qui capisci in un’ora se la tua storia può camminare su uno schermo senza perdere l’anima. Non basta “piacere”. Serve metodo.
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17 Ottobre 2025
In fiera lo capisci subito: la libertà non è un manifesto appeso all’ingresso, è una pratica minuta. Sta nel modo in cui un editore presenta un libro scomodo, nel coraggio di un bibliotecario che lo rimette a scaffale, nella maestra che sceglie di leggerlo in classe. E sta anche nel silenzio con cui, a volte, si toglie di mezzo un titolo “per non avere problemi”. La censura non sempre urla. Spesso sussurra.
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15 Ottobre 2025
La domanda è semplice: cosa ci faccio qui, oggi? La risposta non è “vedere tutto”. È ascoltare bene e tornare a casa con tre idee chiare.
La Buchmesse di quest’anno ha un asse netto: libertà di espressione sotto pressione e il salto dell’editoria verso schermi e audio. Non è un talk-show: è un mercato che osserva il mondo e decide dove mettere lavoro, soldi, tempo. Il resto è rumore di fondo.
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15 Ottobre 2025
Non so chi mi ha fatto più paura, negli anni: le macerie o il dopo. Le macerie si spalano. Il dopo ti entra nei polmoni e ci resta.
La domanda è semplice e spietata: come aiutare i bambini che hanno visto la guerra — Gaza, Ucraina, ogni guerra — a non diventare adulti nutriti di rancore?
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14 Ottobre 2025
Un giorno d’autunno del 1943, il 14 ottobre, in Polonia, dentro un campo di sterminio dove quasi nessuno usciva vivo, accadde l’impensabile. Due uomini — Leon Feldhendler, ebreo polacco, e Aleksandr “Sasha” Pečerskij, ufficiale sovietico — decisero che era meglio morire provando a fuggire che restare lì ad aspettare. Non avevano armi. Non avevano un esercito. Avevano solo un piano fragile, costruito con pochi compagni, tra sguardi rapidi e frasi sussurrate.
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13 Ottobre 2025
C’è un momento in cui l’aria cambia. Ottobre 2016: il Nobel per la Letteratura va a Bob Dylan. Un fulmine. Non perché Dylan “non sia letteratura”, ma perché nessuno aveva osato dirlo così, davanti al mondo. L’Accademia svedese apre una porta che sembrava murata: la poesia cantata entra dalla porta principale. E lo fa senza chiedere permesso.
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12 Ottobre 2025
Quella sera andai al cinema per vedere un film di Woody Allen. Il mio mito. La sua ironia, la sua nevrosi, quella New York nervosa e brillante che sembrava fatta apposta per chi non riesce mai a sentirsi davvero al posto giusto. Sedetti in sala per lui. Ma uscii pensando a lei. Diane Keaton.
Fu una sorpresa netta, quasi uno spostamento di asse. Mi resi conto, a metà film, che non stavo più seguendo Woody. Lo guardavo solo attraverso i suoi occhi, quelli di Annie. E capii che senza di lei quella storia non avrebbe avuto lo stesso battito.
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12 Ottobre 2025
Che cosa ci ha colpito di più: le sue fotografie o la favola del ritrovamento? La verità è che le due cose si tengono. Da una parte c’è l’asta di scatoloni abbandonati, i negativi finiti per poche centinaia di dollari nelle mani giuste, il passaparola fino ai musei. Dall’altra c’è lo sguardo di una donna che ha camminato per anni tra New York e Chicago con una Rolleiflex al petto, senza chiedere attenzione, senza chiedere permesso, eppure restituendo dignità a tutti.
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12 Ottobre 2025
I social non inventano il complottismo, ma lo rendono performativo, monetizzabile e auto-rigenerante. La novità non è l’idea stramba in sé: è l’ecosistema che la nutre.
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12 Ottobre 2025
Il creazionismo non cresce perché l’America “torna indietro”, ma perché un pezzo di società usa un racconto originario per difendere identità, scuole e potere locale. È una storia politica prima che teologica.
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11 Ottobre 2025
Il mio agente ha detto: “Oslo. Missione nobile.”
Io: “Pagano?”
Lui: “Sono nordici.”
“E che devo fare?”
“Perorare una causa impopolare con garbo. Vai lì e chiedi ai signori della Pace perché Rump non è il loro prescelto. Porti tre argomenti. Ti farai voler bene da nessuno. Perfetto per te.”
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11 Ottobre 2025
Deserto al crepuscolo. La luce cade a strisce, come se il sole, stanco, lasciasse appunti sulla sabbia. La tenda è bassa, le corde tese, un braciere spento. L’aria sa di metallo e cuoio. Sento il passo del cavallo prima di vederlo. Non entra: sposta il telo con due dita e resta mezzo fuori, profilo tagliato come una lama. Niente divisa, niente pose. Solo un uomo magro, gli occhi chiari che guardano lontano e poi tornano su di me, come se mi ricordasse. È lui a cercarmi. Non per rievocare. Per rendere conto.
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7 Ottobre 2025
Una ragazza con un taccuino, ferma. Davanti a lei, un frammento di foresta che respira. Non spiega, non forza, non interrompe. Ascolta. Da quella semplice postura—stare e guardare—è nata una delle rivoluzioni culturali più pacate e decisive del Novecento: l’idea che conoscere significhi prima di tutto lasciare che l’altro, perfino quando è uno scimpanzé, si racconti.
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6 Ottobre 2025
Sai cosa colpisce? Che in un’epoca in cui tutti gridano la propria libertà, ci sia ancora qualcuno disposto a rischiarla per gli altri. Le persone della Sumud Flotilla, e chi è sceso in piazza pacificamente, non hanno fatto un gesto romantico. Hanno ricordato che la solidarietà non è un sentimento, è un’azione.
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4 Ottobre 2025
Porziuncola, tardo pomeriggio. L’aria sa di legno e di terra bagnata. Le campane tagliano la luce. Entro per ripararmi da un breve scroscio. Quando gli occhi si abituano al buio, è già lì. Scalzo, il saio consumato, il viso più giovane di quanto dica la storia. Non mi lascia iniziare: mi fa segno di sedere a terra, vicino. “Parliamo semplice.” È lui a cercarmi.
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4 Ottobre 2025
Il mio agente mi ha mandato un messaggio con solo due parole: “tasse” e “cachet”. Ha aggiunto un’emoji col cappellino da festa, che ho letto come: “non è arte, ma paga l’idraulico”. L’accordo era semplice: un politico italiano — famoso in Italia, praticamente anonimo altrove — desiderava un’intervista con me. Niente televisione, niente giornali. Voleva pubblicarla sui suoi social, insieme a un selfie “storico” con Woody. Io dovevo fare domande serie su tre temi “di fondo”: i ponti, il Milan, i selfie. In questo ordine, come se fossero i tre atti di una tragedia o tre portate di un fast food.
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4 Ottobre 2025
È lei che mi cerca. Non il contrario. Mi trova nella luce verticale di Palermo, una mattina che sa di mare e di gesso. Cammina svelta. Non saluta. Si mette di lato, controluce, come una figura che rifiuta la posa. “Allora, che vuoi sapere?” Non è una domanda gentile: è un invito a non perdere tempo.
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4 Ottobre 2025
All’inizio c’è sempre una stanza. A Ginevra, nel 1919, le sedie sono in fila perfetta: la Società delle Nazioni immagina un mondo nuovo dopo le trincee. A San Francisco, nel 1945, le sedie sono più robuste: nascono le Nazioni Unite, con un’idea semplice e ambiziosa—fermare le guerre grandi con un minimo di regole e un massimo di realismo.
La domanda di oggi è brusca: ha fallito anche l’ONU?
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4 Ottobre 2025
Prima la vedi dall’alto, dietro un vetro. Studio da ritrattista a San Francisco, luce morbida, fondali di seta, clienti ben pettinati. Poi lo sguardo scivola fuori: cappelli logori, mani in tasca, uomini in fila ad aspettare un lavoro qualunque. Non una scena. Un urlo muto. In quell’istante Dorothea capisce che la fotografia, se resta chiusa in studio, mente. Esce. Cammina con la sua gamba ferita dalla poliomielite. Scatta “White Angel Breadline”. Non consola. Accusa.
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2 Ottobre 2025
Brunete, 26 luglio 1937. Polvere, urla, sole verticale. Un carro armato repubblicano fa retromarcia nella confusione. Taro è lì, macchina bassa, mezzo passo oltre la linea sicura. Scatta ancora. Poi il metallo la prende di lato. Ventisei anni. Fine del rullo, non della storia.
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28 Settembre 2025
Le Giornate Europee del Patrimonio non sono “la domenica al museo”, ma una prova generale di cittadinanza culturale: aprono porte, saldano memoria e futuro, misurano quanto davvero teniamo alla nostra casa comune.
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27 Settembre 2025
Atlanti geografici e storici non erano solo libri: erano finestre da aprire per viaggiare con il dito sulle mappe. Oggi il digitale li ha sostituiti, ma la loro lentezza resta insostituibile.
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27 Settembre 2025
Il giorno in cui ho sostituito mio cugino Isaac alle scale mobili e al teleprompter dell’ONU ho visto come un secondo possa cambiare la temperatura di un discorso: scala ferma, prompter in freeze e un “big trouble” che fa il giro del mondo.
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26 Settembre 2025
Prima di parlare, un leader si veste. Prima della voce, arriva il colore. È un gesto antico: mettere addosso un’idea e farla vedere da lontano. Nelle epoche senza microfoni, il potere si riconosceva dalla stoffa e dalla tinta: porpora per chi poteva permettersi un pigmento raro, nero o bruno per chi voleva mostrarsi corpo di milizia, bianco per chi rivendicava purezza e diritti, come le suffragette nelle piazze di inizio Novecento. L’abito, insomma, non è un accessorio del discorso: è il discorso che comincia.
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25 Settembre 2025
Nel greco dei classici, kalós significa insieme “bello” e “buono”. Da quell’unità nasce un’idea operativa: la bellezza come comportamento che genera valore.
Non cosmesi, ma pratica quotidiana: cura, misura, manutenzione, apprendistato. È qui che l’estetica incontra l’etica e diventa economia.
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24 Settembre 2025
L’immagine è sempre la stessa: il podio di legno, il blu profondo alle spalle, l’eco nelle cuffie dei traduttori. Lì, dal 1953, i presidenti degli Stati Uniti si sono rivolti non solo “al mondo”, ma — più spesso — alla propria opinione pubblica usando il mondo come platea. È uno degli usi più rivelatori dell’ONU: palcoscenico universale, ma anche strumento domestico.
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23 Settembre 2025
Cominciamo da un’immagine semplice: tetti assolati, pannelli fotovoltaici e settantuno persone che decidono di metterci la faccia, una quota e un po’ di tempo. È il 2011, Melpignano, Salento. Da quell’atto collettivo, apparentemente minimo, si innesca un circuito virtuoso: l’energia prodotta non diventa solo bollette più leggere, ma borse di studio, verde curato, doposcuola, agricoltura sociale. In breve: servizi di prossimità che restituiscono al paese il suono della vita quotidiana. È la fotografia di cosa intendiamo quando diciamo “cooperativa di comunità”: cittadini che smettono di essere semplici utenti e si organizzano come impresa civica per custodire e rigenerare un luogo.
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21 Settembre 2025
Certe storie si leggono come un thriller: una notte di blackout a Vilnius, ospedali a generatori, traffico in tilt, sirene. È la scena d’apertura che molti chiamerebbero “apocalittica”. A noi interessa per un altro motivo: gli scenari estremi sono stress test, non profezie. Servono a misurare tempi, coesione e logistica di un’alleanza quando la realtà decide di correre più veloce della politica.
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16 Settembre 2025
Dal fascino del male alla forza dei simboli, fino alla semplicità narrativa che li rende materia di consumo, questi regimi continuano a dominare librerie e schermi. Ma il rischio è trasformare la memoria in routine, dimenticando il resto della storia.
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10 Settembre 2025
Da Archimede a Galileo, da Croce a Snow: la contrapposizione tra umanisti e scienziati sembra eterna. Ma il nostro tempo, dove poesia ed etica devono dialogare con dati e algoritmi, ci invita a superare lo steccato. Forse le “due culture” sono sempre state, in realtà, una sola.
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8 Settembre 2025
Quanti di noi saprebbero dire cosa facevano i propri bisnonni, dove vissero, che vita condussero? Non parliamo dei nonni – che spesso ricordiamo ancora attraverso racconti diretti, fotografie, abitudini – ma di quella generazione più indietro, la cui memoria si perde in un cono d’ombra.
I bisnonni, in media, sono nati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Hanno attraversato guerre, emigrazioni, cambiamenti epocali. Eppure, nella maggior parte delle famiglie italiane, sono figure sbiadite, ridotte a nomi scritti in qualche registro parrocchiale o a poche foto in bianco e nero incollate in album dal cartoncino spesso.
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7 Settembre 2025
Quanti di noi saprebbero dire cosa facevano i propri bisnonni, dove vissero, che vita condussero? Non parliamo dei nonni – che spesso ricordiamo ancora attraverso racconti diretti, fotografie, abitudini – ma di quella generazione più indietro, la cui memoria si perde in un cono d’ombra.
I bisnonni, in media, sono nati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Hanno attraversato guerre, emigrazioni, cambiamenti epocali. Eppure, nella maggior parte delle famiglie italiane, sono figure sbiadite, ridotte a nomi scritti in qualche registro parrocchiale o a poche foto in bianco e nero incollate in album dal cartoncino spesso.
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7 Settembre 2025
Il Festival dei Sensi è diventato, negli anni, un piccolo classico dell’estate pugliese. Chi lo ha vissuto conserva il ricordo come di una parentesi rarefatta, dove il sapere incontra la bellezza e ne esce trasformato. Per chi non c’era, restano foto, video e parole che continuano a circolare in rete: frammenti che invitano già a prepararsi alla prossima occasione.
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4 Settembre 2025
Sono Armando Lorenzini, il fondatore e direttore editoriale di Canale Cultura – e sì, ci metto la faccia.
Ho passato la vita tra comunicazione, editoria e produzione. Ho imparato che il lavoro ben fatto non ha bisogno di clamore, ma di costanza, trasparenza e rispetto delle persone. Oggi ho deciso di mettermi in gioco in prima persona: non solo dietro le quinte, ma davanti al pubblico, come guida e narratore dei progetti di Canale Cultura.
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4 Settembre 2025
Negli ultimi anni il nome di Dario Fabbri è diventato familiare anche a chi, di geopolitica, non si era mai occupato. Dagli studi televisivi alle conferenze gremite, fino alla rivista Domino di cui è direttore, Fabbri ha trasformato un linguaggio tecnico e spesso elitario in una narrazione che arriva a un pubblico largo. Lo fa con sicurezza, a volte con toni apodittici, sempre con l’aria di chi vuole mettere ordine in un mondo che appare caotico. Per alcuni è un merito: un intellettuale italiano che osa dare una cornice leggibile ai grandi movimenti della politica mondiale. Per altri, invece, è un difetto: quella cornice sarebbe troppo rigida, incapace di cogliere le sfumature.
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4 Settembre 2025
Un ricordo personale e una rilettura senza mito del pensiero di Gianfranco Miglio: dalle tre repubbliche federali all’idea che la politica sia una macchina di regole, incentivi e responsabilità.
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1 Settembre 2025
C’è una frase che resta addosso: i libri devono accendere micce e fuochi, non versare acqua fresca. Funziona come una prova del nove. Davanti a un testo, domandiamoci: scalda o rinfresca? Illumina o anestetizza? In tempi in cui ci promettono di “capire tutto” in 15 minuti e le app rispondono in tre secondi, l’editoria è davanti a un bivio: rincorrere la semplificazione fino a negare se stessa, oppure difendere il diritto alla complessità. Non per snobismo: per rispetto del lettore.
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1 Settembre 2025
A Canale Cultura non abbiamo ricette pronte. Scrivere di cultura è un esercizio di equilibrio: troppo facile scivolare nell’accademico o, al contrario, nel banale. Per orientarci abbiamo scelto due motivi ispiratori, diversi e complementari: Hemingway, con la sua scrittura essenziale e diretta, e Woody Allen, capace di sorprendere con ironia e leggerezza.
Non sono modelli da imitare, ma orizzonti a cui tendere. Ci ricordano che la cultura può essere al tempo stesso rigore e sorriso, chiarezza e cortocircuito, sostanza e leggerezza. È in questo spazio imperfetto che proviamo a muoverci, con la convinzione che cercare uno stile – più che raggiungerlo – sia già un modo di fare cultura.
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22 Agosto 2025
C’è un filo rosso che unisce la buona divulgazione alla buona cittadinanza: imparare a guardare il mondo da più angolazioni, senza dogmi, con curiosità operosa. È il cuore del ritratto che Daniele Scarampi dedica a Piero Angela su Treccani, dove emerge una lezione che oggi suona più attuale che mai: rendere la complessità accessibile senza semplificarla male.
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22 Agosto 2025
Riflessioni a partire da interviste e appunti di viaggio, mentre ad Aliano torna “La luna e i calanchi”
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15 Agosto 2025
La storia profonda della Terra non può più essere considerata roba da geologi: il suo ritmo a scala non umana è diventato un criterio di giudizio per quel che accade oggi.
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14 Luglio 2025
L'emergenza climatica rappresenta oggi non solo una sfida globale, ma anche un'opportunità concreta per ripensare il ruolo della cultura nella società contemporanea. In un momento storico complesso, segnato dall'incertezza e dalle profonde trasformazioni, le istituzioni culturali, gli artisti e le organizzazioni creative possono diventare agenti essenziali del cambiamento, stimolando riflessioni e comportamenti virtuosi orientati alla sostenibilità ambientale e sociale.
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14 Luglio 2025
Viviamo in un'epoca in cui la cultura non rappresenta più solo un patrimonio da tutelare, ma una risorsa attiva capace di generare sviluppo sociale, economico e umano.
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10 Luglio 2025
Il documentario non smette mai di sorprenderci. È una lente che osserva, racconta, svela, emoziona. Ma è anche uno specchio: riflette il mondo e riflette noi stessi, spettatori, registi, narratori. Tra chi ha saputo indagarne la natura più profonda c’è Bill Nichols, teorico americano del cinema documentario, che ne ha classificato le forme in sei modalità narrative, ciascuna con un proprio linguaggio e una propria verità.
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12 Maggio 2025
Gavirate celebra Gianni Rodari con un progetto ambizioso e coinvolgente: il Festival Praticamente Rodari. Presentato ufficialmente dall'Assessore ai Servizi Educativi e alla Comunicazione, Marta Maggiolaro, il Festival rappresenta un passo importante nella valorizzazione dell'eredità culturale del grande scrittore e pedagogista, che proprio a Gavirate trascorse gli anni fondamentali della sua formazione.
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28 Aprile 2025
Gavirate celebra Gianni Rodari con un progetto ambizioso e coinvolgente: il Festival Praticamente Rodari. Presentato ufficialmente dall'Assessore ai Servizi Educativi e alla Comunicazione, Marta Maggiolaro, il Festival rappresenta un passo importante nella valorizzazione dell'eredità culturale del grande scrittore e pedagogista, che proprio a Gavirate trascorse gli anni fondamentali della sua formazione.
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15 Aprile 2025
Il programma sarà presentato ufficialmente durante una conferenza stampa online giovedì 17 aprile, ma la notizia è già ufficiale: Gavirate rende omaggio a Gianni Rodari, uno dei più amati pedagogisti e scrittori italiani, con la nascita di un Festival a lui dedicato.
“Il Festival Gianni Rodari è uno dei punti fondanti del programma culturale della mia Amministrazione”, ha dichiarato il sindaco Massimo Parola, annunciando che l’evento sarà proposto per almeno quattro anni consecutivi, sempre nei primi giorni di maggio. Un impegno culturale di lungo periodo che vuole valorizzare l’opera e l’eredità creativa di Rodari, rendendola viva e partecipata.
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3 Dicembre 2024
Da martedì 3 dicembre, presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, apre al pubblico la mostra “Il Tempo del Futurismo”, promossa e sostenuta dal Ministero della Cultura e curata da Gabriele Simongini.
L’esposizione celebra l’ottantesimo anniversario dalla scomparsa di Filippo Tommaso Marinetti, avvenuta il 2 dicembre 1944 e, diversamente dalle mostre del passato dedicate al rivoluzionario movimento d’avanguardia fondato nel 1909, si concentra sul rapporto tra arte e scienza/tecnologia.
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20 Novembre 2024
Per certi versi, l’evoluzione a gran velocità delle tecnologie ci mette oggi, almeno metaforicamente, di fronte alla possibilità di realizzare nuove vie consolari per l’accessibilità e l’inclusione, fornendoci gli strumenti per il tracciamento (dalle realtà aumentate e virtuali, all’AI) e i materiali per lastricarle (l’interazione tra mondo digitale e percezione fisica).
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20 Novembre 2024
Questo nuovo rapporto di Fondazione Symbola e Coldiretti “Piccoli Comuni e Tipicità” ci restituisce il quadro aggiornato di questa dimensione produttiva estesa e radicata che contribuisce al presidio di territori e paesaggi e a mantenere la ricchezza della nostra biodiversità.
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19 Novembre 2024
L’impatto dell’intelligenza artificiale sul copyright si fa sentire sia “a monte” che "a valle" dei processi.
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19 Novembre 2024
Promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere, il Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, Deloitte con la collaborazione dell’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, Fondazione Fitzcarraldo, Fornasetti e con il patrocinio del Ministero della Cultura.
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19 Novembre 2024
«Cerco di raccontare delle storie che diano una speranza a chi è nato dopo di me». Marco Paolini parlerà di futuro, del domani che ci aspetta. Con il suo stile, con la sua profondità
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18 Novembre 2024
La Collezione Peggy Guggenheim rinnova il suo impegno verso l'accessibilità con la ripartenza di Doppio Senso. Percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim. Alla vigilia del suo decimo anniversario, nel 2025, il programma si arricchisce di nuove proposte, attività, e si avvale di sempre più materiali di supporto per le visite in autonomia, offrendo al pubblico un'esperienza ancora più coinvolgente e inclusiva e rendendo così il patrimonio artistico del museo accessibile a tutti attraverso il tatto.
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18 Novembre 2024
Gli organizzatori: "Oggi possiamo assistere a tre assunzioni di impegno molto importanti: la conversione delle Domeniche gratuite dei musei statali in giornate di sensibilizzazione al dono per il patrimonio storico-artistico e in un'ottica di mecenatismo diffuso, la disponibilità di enti e operatori a costituire un Tavolo di ricerca sul fundraising culturale che collabori con il Ministero della Cultura e l’impegno ad investire sulla formazione da parte del DiVa - Dipartimento per la Valorizzazione dei Beni culturali del Ministero"
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5 Giugno 2024
A distanza di qualche tempo dalla chiusura del Salone del Mobile 2024, è più semplice tirare le somme e riflettere su quello che è stato uno degli eventi più affascinanti e discussi dell’edizione: Interiors by David Lynch. A Thinking Room. Un’installazione che non si limitava a essere una semplice esperienza visiva, ma che, come spesso accade con il regista di Twin Peaks, andava ben oltre il concetto tradizionale di design, trasformandosi in un viaggio nell’inconscio.
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3 Maggio 2024
Cammino tra i padiglioni di Fiera Milano Rho con una domanda che mi ronza in testa: quanto è "cultura" il Salone del Mobile? Il design ha la capacità di plasmare lo spazio, modificare il nostro modo di vivere, influenzare la percezione della bellezza e del comfort. Ma è sufficiente per definirlo “cultura” nel senso più alto del termine?
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12 Febbraio 2023
L’edizione 2023 della fiera d’arte di Bologna, la quarta sotto la direzione artistica di Simone Menegoi, svoltasi dal 3 al 5 febbraio, nella sede storica nei padiglioni 25 e 26, ha segnato un cambiamento su più fronti: il public program, l’allestimento delle aree comuni e l’accoglienza del pubblico, oltre a registrare ben 50 mila visitatori e ottime vendite.
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13 Giugno 2022
Presso il polo fieristico di Rho si è svolta la sessantesima edizione del Salone del mobile dal 7 al 12 giugno 2022. Si tratta dell’evento più importante a livello mondiale per gli operatori del settore casa-arredamento. Una citazione dei Gordon Guillumier racchiude il senso di questa edizione: ″la semplicità non esclude il comfort, la matericità e la sensorialità. Si può essere essenziali senza diventare minimalisti″.
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26 Marzo 2022
Si è conclusa il 20 marzo un’edizione di successo della fiera d’arte moderna “ArtParma Fair”. La manifestazione ha avuto luogo nei week-end del 12-13 e 18-19-20 marzo 2022 presso il quartiere fieristico parmense nel padiglione 7 in concomitanza con Mercanteinfiera primavera, la più grande fiera di antiquariato d’Europa.
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26 Ottobre 2021
Martedì 26 ottobre 2021 presso il Piccolo Teatro Grassi di via Rovello 2 è prevista la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2021 di BookCity Milano. L’iniziativa culturale sostenuta dal Comune di […]
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3 Luglio 2021
Opere di narrativa, poesia, teatro La mostra ospitata dal 19 maggio al 18 giugno 2021 presso la Kasa dei Libri in via Largo de Benedetti 4 […]
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3 Luglio 2021
Mostra/Evento presso lo Spazio Moderno di Arona Lo Spazio Moderno, situato in via Martiri della Libertà 38 ad Arona, ha ospitato nei giorni 18-19-20 giugno 2021 […]
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