Fotografia

17 Giugno 2026

David Hockney, l’uomo che dipingeva la gioia

David Hockney è morto. E la prima cosa che viene in mente sono le piscine. Azzurre, immobili, geometriche. Ville californiane, corpi giovani, vetrate, prati tagliati con precisione. Una luce così netta da sembrare artificiale. Una vita sospesa pochi centimetri sopra la realtà. Ma fermarsi alle piscine sarebbe come ricordare Monet soltanto per le ninfee. Hockney non ha dipinto per tutta la vita un mondo felice. Ha cercato di capire perché il mondo, guardato davvero, continui a sorprenderci. La sua non era pittura dell’ottimismo. Era pittura dell’attenzione. Una differenza decisiva. Perché l’ottimista pensa che le cose andranno bene. Hockney sapeva che possono andare malissimo. Che gli amici muoiono. Che i corpi invecchiano. Che l’amore finisce. Che la primavera arriva mentre gli uomini si ammalano e le città si chiudono. Eppure continuava a dipingere. Non per consolarci, ma per dirci: guarda meglio.
17 Maggio 2026

Zofia Rydet

Una donna di sessantasette anni bussa a una porta. Non cerca un ministro, un generale, un poeta famoso. Non cerca la scena madre della Storia. Non cerca la piazza, il comizio, la fabbrica, il monumento. Cerca una stanza. Chiede di entrare. Saluta. Parla con chi vive lì. Poi sistema la macchina fotografica e guarda. Davanti a lei c’è una persona seduta nella propria casa: un uomo, una donna, una coppia, un bambino, un’anziana. Dietro, una parete. E su quella parete, un mondo: fotografie di famiglia, immagini sacre, quadri, calendari, fiori finti, centrini, tappeti, mobili, oggetti poveri e ostinati. Da questo gesto semplice nasce uno dei grandi progetti fotografici del Novecento europeo: Zapis socjologiczny, il Registro sociologico di Zofia Rydet.
24 Febbraio 2026

Vivian Maier: la fotografa che non cercava nessuno (e che ci ha trovati tutti)

Che cosa ci ha colpito di più: le sue fotografie o la favola del ritrovamento? La verità è che le due cose si tengono. Da una parte c’è l’asta di scatoloni abbandonati, i negativi finiti per poche centinaia di dollari nelle mani giuste, il passaparola fino ai musei. Dall’altra c’è lo sguardo di una donna che ha camminato per anni tra New York e Chicago con una Rolleiflex al petto, senza chiedere attenzione, senza chiedere permesso, eppure restituendo dignità a tutti.
7 Dicembre 2025

Diane Arbus. La donna che ci ha insegnato a guardare senza scappare

La prima volta che ho incontrato Diane Arbus non è stata in un museo, ma in una foto che sembrava urlare e invece stava soltanto respirando: un bambino con una bomba giocattolo stretta nel pugno, gli occhi che oscillano tra sfida e fragilità. Non ho capito subito perché quella immagine mi restasse addosso. L’ho capito dopo: Arbus non fotografa le persone, fotografa il momento esatto in cui ci scopriamo vulnerabili.