Riflessioni sulla cultura

13 Ottobre 2026

Francesco d’Assisi

Porziuncola, tardo pomeriggio. L’aria sa di legno e di terra bagnata. Le campane tagliano la luce. Entro per ripararmi da un breve scroscio. Quando gli occhi si abituano al buio, è già lì. Scalzo, il saio consumato, il viso più giovane di quanto dica la storia. Non mi lascia iniziare: mi fa segno di sedere a terra, vicino. “Parliamo semplice.” È lui a cercarmi.
11 Ottobre 2026

Il fotofucile

Non avevo nessuna intenzione di dedicarmi alla fotografia naturalistica. Già faccio fatica a riconoscere gli uccelli che vengono a mangiare sul davanzale. Per me sono quasi tutti passeri, con qualche eccezione per quelli troppo grossi per esserlo. Poi, domenica scorsa, sono andato al mercatino. Lo faccio abbastanza spesso. Non cerco niente di particolare, ed è questo il bello. I mercatini sono pieni di oggetti che qualcuno ha comprato, usato, dimenticato e infine deciso di vendere. Oggetti che hanno avuto una vita, talvolta gloriosa, e ora aspettano su una coperta fra una macchina per il caffè senza coperchio e un servizio di bicchieri spaiati. L'ho visto quasi subito. Era lungo, nero, con una grossa impugnatura, un calcio da fucile e una specie di cannone al posto dell'obiettivo. Aveva l'aria di un'arma progettata per abbattere piccoli satelliti. «È russo», mi ha detto il venditore. Era un'informazione abbastanza superflua. Aveva tutta l'aria di essere russo. Persino le viti sembravano progettate per resistere all'assedio di Stalingrado. «È un fotofucile. Serviva per fotografare gli animali.» «Da vivi, spero.» Non ha riso. I venditori di mercatini hanno un rapporto molto particolare con l'umorismo dei clienti, soprattutto quando sospettano che non compreranno niente. L'oggetto, invece, mi aveva già conquistato.
3 Ottobre 2026

Un nonno disponibile

«Tu sei un nonno?» Avevo appena aperto il giornale. Il bambino era davanti alla panchina, con un monopattino e una scarpa slacciata. «Perché? Si vede?» «Un po’.» «Saranno gli occhiali.» «Anche il collo.» Ripiegai il giornale. «Che cos’ha il mio collo?» «Mio papà dice che dal collo si capisce.» Mi sistemai la sciarpa, benché facesse piuttosto caldo. «Comunque no. Non sono un nonno.» «Ah.» Guardò verso le altalene, ma non si mosse. «Ne cercavi uno?» «Io non ce l’ho. I miei amici sì. Filippo ne ha tre.» «Tre?» «Uno è arrivato dopo.» Non approfondii. Appoggiò il monopattino e si sedette accanto a me, lasciando fra noi lo spazio per un’altra persona. «Il mio non l’ho mai conosciuto. La mamma dice che mi sarebbe piaciuto.» «Può darsi.» «Lo dice anche degli spinaci.» Mi venne da sorridere. Lui stava strofinando la punta della scarpa sulla ghiaia. «E la nonna?» «Abita lontano. Sul telefono mi chiede sempre se ho mangiato.» Una donna, dalla panchina vicino all’altalena, alzò una mano. «È la mamma», disse. «Mi vede.» Salutai anch’io. Lei sorrise e tornò al suo libro.
3 Ottobre 2026

Le parole dopo la paura

Ci sono momenti in cui le parole arrivano troppo in fretta. Il dolore è ancora vivo, le immagini continuano a scorrere, non sappiamo bene che cosa stia accadendo. Eppure sentiamo già il bisogno di indicare un colpevole, scegliere una parte, immaginare una risposta. Accadde dopo l’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle erano crollate da poche settimane quando Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera un lungo intervento destinato a lasciare un segno profondo. Il titolo era già una dichiarazione: La rabbia e l’orgoglio. Non era soltanto la reazione di una grande giornalista a un attentato che aveva colpito la città nella quale viveva. Era uno sfogo, una denuncia, un atto d’accusa contro l’estremismo islamico. Ma anche qualcosa di più vasto e controverso. Nella foga di quelle pagine, il confine tra terrorismo, Islam e mondo musulmano finiva spesso per confondersi. Pochi giorni dopo, l’8 ottobre, Tiziano Terzani le rispose con una lettera aperta: Il sultano e San Francesco. La lettera comincia quasi sottovoce. Terzani è nella campagna toscana e immagina Fallaci davanti alle finestre della sua casa di New York, in un panorama dal quale mancano ormai le Torri. Ricorda una passeggiata fatta insieme molti anni prima, tra i cipressi e gli ulivi. Lei era già una giornalista affermata. Lui stava per partire per la Cina. Avevano pensato di scriversi delle «lettere da due mondi diversi». Non lo fecero. Quella lettera arrivò molti anni dopo, quando la distanza tra i loro mondi non era più soltanto geografica.