Non avevo nessuna intenzione di dedicarmi alla fotografia naturalistica. Già faccio fatica a riconoscere gli uccelli che vengono a mangiare sul davanzale. Per me sono quasi tutti passeri, con qualche eccezione per quelli troppo grossi per esserlo.
Poi, domenica scorsa, sono andato al mercatino.
Lo faccio abbastanza spesso. Non cerco niente di particolare, ed è questo il bello. I mercatini sono pieni di oggetti che qualcuno ha comprato, usato, dimenticato e infine deciso di vendere. Oggetti che hanno avuto una vita, talvolta gloriosa, e ora aspettano su una coperta fra una macchina per il caffè senza coperchio e un servizio di bicchieri spaiati.
L'ho visto quasi subito.
Era lungo, nero, con una grossa impugnatura, un calcio da fucile e una specie di cannone al posto dell'obiettivo. Aveva l'aria di un'arma progettata per abbattere piccoli satelliti.
«È russo», mi ha detto il venditore.
Era un'informazione abbastanza superflua. Aveva tutta l'aria di essere russo. Persino le viti sembravano progettate per resistere all'assedio di Stalingrado.
«È un fotofucile. Serviva per fotografare gli animali.»
«Da vivi, spero.»
Non ha riso. I venditori di mercatini hanno un rapporto molto particolare con l'umorismo dei clienti, soprattutto quando sospettano che non compreranno niente.
L'oggetto, invece, mi aveva già conquistato.