Mi avevano invitato a una conferenza per imprenditori in qualità di giornalista.
Non era stata una scelta coraggiosa. Era stata una sostituzione.
Il giornalista ufficiale, quello vero, quello che probabilmente possedeva una giacca blu senza macchie di caffè e un taccuino con il logo di una testata importante, aveva avuto un imprevisto. Così qualcuno, in fondo a una catena di telefonate sempre più disperate, aveva fatto il mio nome.
«È disponibile?»
«Fisicamente sì», avevo risposto. «Sul resto preferirei non sbilanciarmi.»
Mi dissero che dovevo solo ascoltare, prendere qualche appunto, magari fare una domanda alla fine. Una cosa semplice. E nella mia esperienza le cose semplici sono quelle che poi richiedono un avvocato.
La sala era piena di imprenditori. Giacche scure, scarpe lucide, sguardi educati e un’attenzione intermittente, come certe lampadine nei pianerottoli. Il pubblico non era ostile. Era peggio: era amorfo. Annuiva quando bisognava annuire, sorrideva quando il relatore faceva una battuta, controllava il telefono con la discrezione di chi pensa di essere invisibile.
Sul grande schermo campeggiava un titolo che prometteva guai:
Profitto, cultura e futuro dell’informazione.