Riflessioni sulla cultura

3 Ottobre 2026

Un nonno disponibile

«Tu sei un nonno?» Avevo appena aperto il giornale. Il bambino era davanti alla panchina, con un monopattino e una scarpa slacciata. «Perché? Si vede?» «Un po’.» «Saranno gli occhiali.» «Anche il collo.» Ripiegai il giornale. «Che cos’ha il mio collo?» «Mio papà dice che dal collo si capisce.» Mi sistemai la sciarpa, benché facesse piuttosto caldo. «Comunque no. Non sono un nonno.» «Ah.» Guardò verso le altalene, ma non si mosse. «Ne cercavi uno?» «Io non ce l’ho. I miei amici sì. Filippo ne ha tre.» «Tre?» «Uno è arrivato dopo.» Non approfondii. Appoggiò il monopattino e si sedette accanto a me, lasciando fra noi lo spazio per un’altra persona. «Il mio non l’ho mai conosciuto. La mamma dice che mi sarebbe piaciuto.» «Può darsi.» «Lo dice anche degli spinaci.» Mi venne da sorridere. Lui stava strofinando la punta della scarpa sulla ghiaia. «E la nonna?» «Abita lontano. Sul telefono mi chiede sempre se ho mangiato.» Una donna, dalla panchina vicino all’altalena, alzò una mano. «È la mamma», disse. «Mi vede.» Salutai anch’io. Lei sorrise e tornò al suo libro.
3 Ottobre 2026

Le parole dopo la paura

Ci sono momenti in cui le parole arrivano troppo in fretta. Il dolore è ancora vivo, le immagini continuano a scorrere, non sappiamo bene che cosa stia accadendo. Eppure sentiamo già il bisogno di indicare un colpevole, scegliere una parte, immaginare una risposta. Accadde dopo l’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle erano crollate da poche settimane quando Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera un lungo intervento destinato a lasciare un segno profondo. Il titolo era già una dichiarazione: La rabbia e l’orgoglio. Non era soltanto la reazione di una grande giornalista a un attentato che aveva colpito la città nella quale viveva. Era uno sfogo, una denuncia, un atto d’accusa contro l’estremismo islamico. Ma anche qualcosa di più vasto e controverso. Nella foga di quelle pagine, il confine tra terrorismo, Islam e mondo musulmano finiva spesso per confondersi. Pochi giorni dopo, l’8 ottobre, Tiziano Terzani le rispose con una lettera aperta: Il sultano e San Francesco. La lettera comincia quasi sottovoce. Terzani è nella campagna toscana e immagina Fallaci davanti alle finestre della sua casa di New York, in un panorama dal quale mancano ormai le Torri. Ricorda una passeggiata fatta insieme molti anni prima, tra i cipressi e gli ulivi. Lei era già una giornalista affermata. Lui stava per partire per la Cina. Avevano pensato di scriversi delle «lettere da due mondi diversi». Non lo fecero. Quella lettera arrivò molti anni dopo, quando la distanza tra i loro mondi non era più soltanto geografica.
1 Ottobre 2026

Abbiamo aggiunto anni alla vita. Ma sappiamo cosa farne?

Per buona parte della storia umana il problema è stato vivere abbastanza. Arrivare all’età adulta, superare una malattia, mettere al mondo dei figli e vederli crescere. La vecchiaia era una possibilità concessa a qualcuno, non una stagione della vita nella quale prima o poi sarebbe entrata una parte consistente della popolazione. Poi è successo qualcosa di straordinario. Medicina, igiene, alimentazione, condizioni di vita migliori hanno allungato enormemente la nostra esistenza. Nel 1950 l’aspettativa media di vita nel mondo era inferiore ai cinquant’anni. Oggi supera i settanta e nei paesi più ricchi è molto più alta. Naturalmente queste medie vanno maneggiate con attenzione. In passato pesava enormemente la mortalità infantile e non è vero che a cinquant’anni fossero tutti vecchi e prossimi alla morte. Però il cambiamento rimane impressionante. Abbiamo conquistato anni. Il fatto curioso è che non sembra altrettanto chiaro che cosa farne. Continuiamo infatti a raccontare la vita più o meno con la stessa vecchia mappa. C’è il tempo in cui si cresce e si studia. Quello in cui si lavora, si costruisce una famiglia, si fanno progetti. Poi arriva la pensione e comincia una zona più indistinta. La chiamiamo vecchiaia. Solo che quella zona, oggi, può durare venti o trent’anni.
28 Settembre 2026

Cercasi consulente umano

Avevo deciso di smettere con le consulenze. Non con tutte, naturalmente. Con quelle che durano anni, cominciano con «avremmo bisogno di una visione» e finiscono con una riunione convocata per capire perché le riunioni precedenti non abbiano prodotto niente. L’ultima era terminata un martedì mattina. Il direttore generale mi aveva stretto la mano. «Il tuo contributo è stato prezioso.» Mi è capitato di sentirlo diverse volte. Di solito significa che hanno apprezzato molto i tuoi consigli e che continueranno serenamente a fare il contrario. Avevo sorriso, raccolto il taccuino e salutato tutti. Uscendo mi ero sentito leggero. Finalmente libero. Poi, già nel parcheggio, mi era venuto il dubbio di essere troppo vecchio per ricominciare e non ancora abbastanza vecchio per passare le giornate a guardare i cantieri. Non che mi dispiacciano i cantieri. Almeno lì, alla fine, qualcosa viene costruito. Per qualche giorno non feci nulla. Scoprii che anche il nulla richiede un certo impegno. Soprattutto se non si è abituati. Il primo giorno sembra libertà, il secondo comincia ad assomigliare alla domenica pomeriggio, il terzo si controlla la posta elettronica senza aspettare nessuna lettera. Fu così che lessi l’annuncio. Cercasi consulente umano.