Riflessioni sulla cultura

11 Gennaio 2026

Geografia di un mondo possibile

Per molto tempo abbiamo dato per scontata un’idea semplice: perché il mondo resti in piedi serve qualcuno che lo regga. Un impero, una potenza guida, un centro capace di garantire sicurezza, commercio, regole. Roma ieri. Londra poi. Washington oggi. Ogni volta con un nome rassicurante: pax. Quando questo centro comincia a incrinarsi, la reazione è quasi automatica. Paura. Disordine. Vuoto di potere. Come se l’alternativa all’egemonia fosse solo il caos. E se non fosse così? Proviamo a smontare l’idea che senza un egemone il mondo sia destinato a rompersi. E facciamolo non con previsioni, ma con la storia. Una storia che raramente entra nei nostri manuali di relazioni internazionali.
10 Gennaio 2026

L’uomo che vendeva tempo

Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano. Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione. «Buongiorno», ho detto. Lui mi ha guardato con una calma sospetta. «Quanti?» «Quanti… cosa?» Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
6 Gennaio 2026

Spiegano o prevedono? Guida rapida agli analisti di geopolitica nell’era Trump

Negli ultimi anni, in Italia e non solo, gli “spiegatori del mondo” sono usciti dai convegni per entrare stabilmente nel salotto di casa: talk show, newsletter, podcast, rubriche su YouTube. In prima fila ci sono figure come Lucio Caracciolo e Dario Fabbri, con scuole diverse e una stessa promessa implicita: dare contesto, trasformare l’attualità breve in storia lunga. La loro popolarità dice una cosa giusta: c’è fame di senso. Ma oggi, con una brutalità nuova, torna la domanda scomoda: queste analisi aiutano davvero a prevedere ciò che accadrà? E, soprattutto, come si leggono senza farsi trascinare dal carisma di chi parla? Lo scrivo con in mente un caso-limite, di quelli che cambiano la temperatura della conversazione in poche ore. Tra il 3 e il 5 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno compiuto un’operazione militare in Venezuela che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti, con accuse di narco-terrorismo discusse in tribunale a New York. Nelle stesse ore, Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni evocando possibili “azioni” o pressioni su Colombia, Messico e Cuba, mentre in parallelo è tornata in primo piano, con parole e gesti ufficiali, l’ipotesi di un controllo statunitense sulla Groenlandia, respinta con fermezza da Nuuk e da Copenaghen. 
4 Gennaio 2026

Chi sostiene il documentario indipendente?

C’è un’immagine che torna spesso quando si parla di documentari: una troupe numerosa, mezzi importanti, tempi lunghi, un nome autorevole (David Attenborough, Alberto Angela) che apre le porte e garantisce ascolti. È un’immagine vera, ma parziale. Racconta una parte del mondo, non la più diffusa. Esiste infatti un altro mestiere del documentario, molto meno raccontato. È quello di chi lavora con strutture simili alla nostra: piccole, spesso minime. Due operatori e un fonico. A volte nemmeno quello: una sola persona che fa quasi tutto. Non per scelta estetica, ma per necessità. Qui il documentarista non è solo chi gira. È chi pensa il progetto, lo scrive, lo difende, lo propone. È chi cerca i fondi, spesso senza trovarli. Chi anticipa spese, tempo, energie. Chi fa la preproduzione, le ricerche, i sopralluoghi. Chi gira, monta, riscrive. Chi sceglie – o compone – le musiche. E poi chi prova a far esistere il film, cercando uno spazio distributivo in un mercato che dice di amare i documentari, ma raramente è disposto a investirci.