Io continuo a ripeterlo: non ho il fisico per le responsabilità.
Neanche per quelle piccole, tipo scegliere tra latte intero o scremato. Ogni volta che qualcuno mi affida qualcosa, anche una cosa banale, io entro in uno stato di crisi spirituale degno di un monaco tibetano che ha perso il libretto delle istruzioni dell’universo.
Eppure, quella notte, sembrava andare tutto nella solita, prevedibile disfunzione. Ero rimasto sveglio per colpa della mia moka. Ha settant’anni, la stessa età di molte delle mie insicurezze, e da un po’ fa quel rumore metallico che somiglia al pianto sommesso di uno che chiede di andare in pensione ma nessuno lo ascolta.
Io, con la delicatezza psicologica di un diplomato all’Accademia dei Malintesi, le stavo parlando come se fosse un animale ferito.
«Dai, piccola. Fammi questo favore. Solo un caffè decente, e poi ti lascio in pace per due ore.»
È stato allora che il telefono ha vibrato.
“White House.Washington, D.C.”