Riflessioni sulla cultura

28 Marzo 2026

Lasciare scorrere, più o meno

Mi sono svegliato con una sensazione strana. Non era ansia. Non era entusiasmo. Era… assenza di programma. La cosa mi ha preoccupato. Ho fatto il caffè, mi sono scottato la lingua — segno che il mondo funzionava ancora — e ho deciso di uscire. Senza motivo. Che, per me, è già un motivo sospetto. Camminavo cercando di sembrare una persona che passeggia. Non è facile. La gente intorno a me sembrava sapere cosa stava facendo. Io osservavo. Con un certo sospetto. Quando qualcuno è sereno, penso sempre che abbia perso un’informazione importante.
21 Marzo 2026

Domanda e risposta

Non avevo mai vinto nulla in vita mia. Nemmeno una tombola di Natale, e guardi che ci mettevo impegno. Per questo, quando mi è arrivata la mail — “Complimenti, ha vinto un viaggio negli Stati Uniti” — ho pensato a un errore, o a una nuova forma di crudeltà digitale. Invece era vero. Così mi sono ritrovato su un pullman con persone felici, organizzate, fotograficamente pronte. Io avevo una sciarpa fuori stagione e una certa familiarità con il sentirmi fuori posto, che in viaggio torna sempre utile. La guida parlava. Parlava molto. Io ascoltavo poco. Guardavo i dettagli: le scarpe degli altri, i riflessi sui vetri, le cose inutili che poi sono le uniche che restano. Quando siamo arrivati alla Casa Bianca, ho provato una specie di rispetto involontario. Non per la politica — quella mi mette sempre un po’ a disagio — ma per l’idea che lì dentro qualcuno decide, e poi quelle decisioni arrivano fino a uno come me, che perde il filo anche nelle visite guidate. Ci hanno fatto entrare. A un certo punto, la guida ha detto: “Restate uniti”. Io ho fatto esattamente il contrario. Non per ribellione. Per distrazione coerente. Ho visto una porta. Non era diversa dalle altre, ma aveva quell’aria di porta che, se la apri, succede qualcosa. E io, nella vita, ho sempre avuto un debole per le cose che potrebbero succedere. Sono entrato.
14 Marzo 2026

Il quadro che parlava

I musei di notte sono molto più educati che di giorno. Nessuno spinge. Nessuno fotografa. Nessuno dice: «Questo lo potevo fare anch’io». C’è solo il rumore dei passi. E qualche quadro che ti guarda passare con la calma di chi ha già visto tutto. Io ero lì per un lavoro temporaneo. Controllo delle sale dopo la chiusura. Il custode titolare aveva l’influenza e il direttore aveva deciso che, tra tutti i volontari disponibili, io avevo l’aria meno pericolosa.
11 Marzo 2026

L’etica può fermare gli algoritmi della guerra?

C’è un momento, nella storia, in cui una tecnologia smette di essere soltanto una tecnologia e diventa uno specchio. Non ci dice più solo cosa possiamo fare. Ci dice chi siamo. L’intelligenza artificiale è arrivata a quel punto. La notizia che ha riaperto la discussione è concreta. Una società americana, Anthropic, tra i protagonisti della nuova generazione di modelli di AI, ha imposto limiti severi all’uso dei propri sistemi in ambito militare: niente armi completamente autonome, niente sorveglianza di massa, niente utilizzi che possano trasformare l’algoritmo in una macchina di decisione letale. Il Pentagono non l’ha presa bene.