Riflessioni sulla cultura

4 Maggio 2026

Milano ti misura. Poi ti prende

Ci sono città che ti accolgono. Milano no. Milano ti esamina. Ti guarda arrivare con quell’aria intelligente e un po’ diffidente di chi non ha nessuna intenzione di facilitarti il compito. Non ti sorride subito. Non ti abbraccia. Non ti dice: accomodati. Ti dice piuttosto: vediamo. Vediamo come entri. Vediamo come guardi. Vediamo se hai capito dove sei. E forse è proprio per questo che, alla fine, la ami.
10 Aprile 2026

Il bambino che non sembrava affatto smarrito

Il bambino era fermo in mezzo alla piazza con quell’aria che hanno certe persone molto giovani e certi statisti molto anziani: sembrava convinto che il problema fosse del mondo, non suo. Io, per prudenza, cercai di passargli accanto senza farmi notare. Non per cattiveria. Per realismo. Ci sono persone nate per consolare, persone nate per guidare, persone nate per dire con calma: adesso sistemiamo tutto. Io sono nato, credo, per sembrare preoccupato in modo credibile.
4 Aprile 2026

La lezione che non tenevo io

Quando mi invitarono a tenere una lezione all’università della Terza età, pensai che ci fosse stato un errore. Succede. Il mondo è pieno di persone competenti, ma ogni tanto chiamano me. Forse perché ho un’aria riflessiva. È uno dei grandi equivoci della mia vita. In realtà passo molto tempo a fissare il vuoto con espressione intensa, sperando che nessuno verifichi il contenuto. Il titolo dell’incontro era Capire il presente. Una richiesta sproporzionata. Io faccio già fatica a capire i menù digitali, le ricevute del bancomat e certe confezioni di medicinali che sembrano progettate da persone ostili all’umanità. E avrei dovuto spiegare il presente a persone che avevano visto molto più passato di me. Il passato, tra le altre cose, ha il brutto vizio di rendere il presente confrontabile. Accettai. Lo faccio sempre quando una cosa mi sembra chiaramente inadatta a me. È una forma di autolesionismo con buone maniere.
28 Marzo 2026

Lasciare scorrere, più o meno

Mi sono svegliato con una sensazione strana. Non era ansia. Non era entusiasmo. Era… assenza di programma. La cosa mi ha preoccupato. Ho fatto il caffè, mi sono scottato la lingua — segno che il mondo funzionava ancora — e ho deciso di uscire. Senza motivo. Che, per me, è già un motivo sospetto. Camminavo cercando di sembrare una persona che passeggia. Non è facile. La gente intorno a me sembrava sapere cosa stava facendo. Io osservavo. Con un certo sospetto. Quando qualcuno è sereno, penso sempre che abbia perso un’informazione importante.