Il silenzio come bene raro
9 Gennaio 2026
Geografia di un mondo possibile
11 Gennaio 2026
Il Racconto del sabato · 10 Gennaio 2026 · ⏱ 5 min · ~1010 parole

Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano.

Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione.

«Buongiorno», ho detto.

Lui mi ha guardato con una calma sospetta.

«Quanti?»

«Quanti… cosa?»

Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.

Cinque minuti: 2 euro.
Dieci minuti: 3,50.
Mezz’ora: 8.
Un’ora: “su richiesta”.

Ho riso. Quando l’assurdo ti viene incontro, la risata è una cintura di sicurezza.

«È uno scherzo?»

«No. È un servizio.»

Detta così, “servizio”, sembrava che il tempo fosse una consegna a domicilio. Mi è venuta voglia di chiedere se facevano anche il reso.

«E come funziona?»

Ha preso un timbro, ha aperto un quaderno, e mi ha chiesto con la stessa naturalezza con cui ti chiedono “contanti o carta”:

«Le serve oggi o domani?»

Io ho risposto come risponde uno che vive in modalità rincorsa anche quando è fermo:

«Oggi.»

«Cinque minuti?»

Cinque minuti non sono niente. E proprio per questo li compri senza sentirti ridicolo: è una bugia piccola, quindi ti sembra vera.

Ho appoggiato due euro sul banco. Lui non li ha presi. Ha timbrato un cartoncino bianco, senza scritte, e me lo ha passato come fosse un biglietto del tram.

«Quando vuole usarli, lo tocchi col pollice. Ma una volta iniziato… non si interrompe.»

«E gli altri se ne accorgono?»

Ha alzato le spalle.

«Dipende da quanto parlano.»

Sono uscito con il cartoncino in tasca e una sensazione infantile: avere un trucco segreto. Un margine.

Ovviamente non l’ho usato subito. Ho pensato: lo userò quando serve. Che è la frase con cui rimandi tutto, compreso te stesso.

Poi la giornata ha fatto la giornata: messaggi, urgenze, piccole colpe. E io, che sono un uomo moderno e quindi facilmente ricattabile dal calendario, ho ceduto.

Ho tirato fuori il cartoncino. Pollice.

Niente luci. Niente magia. Solo una cosa: il rumore interno si è abbassato di un grado. Il telefono non sembrava più un animale in tasca. La fretta, per un attimo, ha perso il fiato.

Ho guardato l’orologio: andava normale. Eppure io sentivo spazio.

E con quello spazio ho fatto la cosa più umana possibile: l’ho riempito.

Un messaggio “solo per vedere”.
Una risposta “solo a due persone”.
Un controllo “solo un attimo”.

Cinque minuti in più, in una vita piena, sono come un cassetto in più in una casa disordinata: non ti rendono ordinato, ti rendono solo più bravo a nascondere.

Quando l’effetto è finito l’ho capito subito, perché la fretta rientra sempre senza bussare e, se può, ti mette pure le scarpe sul divano.

Sono tornato dal tabaccaio con la faccia di uno che vorrebbe il rimborso di un’emozione.

Lui mi ha guardato.

«Ha speso i cinque minuti come spende tutti gli altri.»

Non era cattivo. Era preciso. E la precisione, quando è su di te, fa male.

«E allora a cosa serve comprarli?»

Ha appoggiato le mani sul banco.

«A vedere cosa fa quando non rincorre il tempo.»

«E cosa dovrei fare?»

«Il tempo non si usa. Si abita.»

Mi è venuto da dirgli che io non ho tempo per “abitare”, io devo “vivere”. Poi ho capito che era proprio quel tipo di frase che mi teneva sempre fuori casa.

Ho abbassato gli occhi sul listino. Stavo per fare l’errore classico: “allora dammene di più”, come se il problema fosse la quantità e non l’uso che ne faccio io.

Lui mi ha anticipato, come se leggesse il pensiero dei clienti ansiosi.

«Non faccia l’errore della quantità.»

«Qual è?»

«Pensare che più tempo la renda una persona diversa.»

Poi ha tirato fuori un altro cartoncino, identico, e me l’ha messo davanti.

«Questo è gratis. Ma è diverso.»

«In che senso?»

«Questo toglie dieci minuti.»

Ho riso. Per forza.

«E perché dovrei perdere tempo?»

«Per capire dove lo perde già.»

Sono uscito con quel cartoncino che toglie e l’ho usato quasi subito, per curiosità.

E ho sentito una cosa stranissima: non panico, ma verità. Dieci minuti in meno non cambiano la giornata. Cambiano le scuse. Ti rendono più nudo, e un uomo nudo capisce subito dove stava fingendo.

E lì mi è arrivata la cosa che non volevo ammettere: la mia ansia non nasce dal poco tempo. Nasce dalla pretesa di controllarlo.

Sono rientrato, più piano.

«Allora?» ha chiesto lui.

Ho sospirato.

«Forse non mi serve comprare tempo. Forse mi serve smettere di venderlo.»

Lui ha annuito, come se aspettasse proprio quella frase.

«Questo è l’unico prodotto che non posso darle.»

Ho sorriso, un po’ sconfitto e un po’ sollevato.

«E allora perché lo vende?»

«Perché ogni tanto qualcuno entra per comprare cinque minuti e esce con una domanda vera. E quella è gratis.»

Ho guardato una sedia in un angolo. Non so perché, ma ho detto:

«Posso averne cinque… senza usarli per fare qualcosa?»

Lui ha indicato la sedia.

«Sieda. Guardi fuori. E non commenti.»

Mi sono seduto. Fuori passavano motorini, voci, vite. Io, per cinque minuti, non dovevo rincorrere niente.

Quando mi sono alzato, ho detto: «Grazie.»

Lui ha risposto senza guardarmi:

«Occhio: il tempo è l’unica cosa che, quando la compri, ti compra un po’ anche lui.»

Sono uscito con quella frase addosso, come un cartoncino invisibile.
E con una decisione piccola, quasi ridicola, ma difficile: oggi non compro tempo. Oggi lo abito.

Armando.

——————————–

Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

——————————————-