C’è una voce che attraversa quarant’anni di cultura italiana senza mai diventare rassicurante. È la voce di Massimo Zamboni. Musicista, scrittore, osservatore laterale del nostro tempo. Fondatore dei CCCP – Fedeli alla Linea, poi dei CSI, Zamboni è stato uno degli autori più radicali e insieme più sobri del rock italiano: mai incline all’estetica della ribellione, sempre interessato alla materia politica e morale della vita quotidiana.
Negli anni, alla musica ha affiancato una scrittura sempre più scabra e riflessiva. Libri come Bestiario Selvatico o Pregate per EA non raccontano il presente da lontano, ma lo scavano da dentro, partendo dai luoghi, dalle storie minori, dai gesti. Non a caso Zamboni vive oggi nell’Appennino emiliano, in una zona interna che considera la vera spina dorsale del Paese: non un rifugio bucolico, ma un punto di osservazione severo.
È da lì che parla, nell’intervista pubblicata da Vita.it il 5 gennaio 2026, quando sceglie un oggetto per l’anno che viene. Non uno strumento tecnologico, non un’idea astratta.
Le mani.
Le definisce “oggetto desueto e trascurato”, pur essendo sempre davanti a noi. Mani che fanno, riparano, accarezzano. Mani che costruiscono e che curano. Mani che permettono, dice, di avere “presa sul mondo”. Non è una metafora gentile. È una dichiarazione di metodo.
Zamboni non parla di manualità per nostalgia. Non difende un passato idealizzato. Le sue mani sono quelle del chitarrista che conosce la tecnica, ma anche quelle dell’uomo che lavora nel bosco, che cura un castagneto, che alleva pecore. Attività che, racconta, “torturano” le mani del musicista ma lo liberano dall’ossessione del controllo. È un passaggio chiave: le mani come antidoto alla pura prestazione.
Il suo discorso arriva in un tempo che ha un problema evidente con la realtà. Post-verità, post-realtà, realtà dichiarata “sopravvalutata”. Lo ricordava la stessa redazione di Vita.it introducendo la serie “Cosa portiamo nel 2026”: viviamo in un’epoca in cui non ci fidiamo di niente ma crediamo a tutto. La realtà, quando resiste, diventa sospetta.
Le mani, invece, resistono senza discutere. Se una cosa è rotta, o la ripari o resta rotta. Se un gesto è violento, lo è davvero. Nei romanzi di Zamboni, come Pregate per EA, le mani diventano anche strumento di ferocia: non c’è consolazione, non c’è filtro. È la stessa concretezza che attraversa la sua musica più aspra.
Quando parla di lavoro manuale come “salutare e salvifico”, Zamboni non propone una fuga individuale. Introduce un criterio. Il sapere manuale educa al limite, al tempo lungo, alla responsabilità delle conseguenze. In un mondo in cui tutto sembra reversibile, aggiornabile, cancellabile, le mani ricordano che ogni gesto pesa.
C’è anche una parola che torna spesso nel suo discorso: gentilezza. Non come sentimento astratto, ma come qualità del gesto. Le mani, dice, comunicano ciò che un messaggio non può dire. Perché espongono il corpo, il rischio, la presenza. Una carezza non è un’opinione. Una stretta di mano non è un commento.
E quando difende le aree interne come luogo decisivo per il futuro del Paese, Zamboni pone un confine netto: trasferirsi lontano dalle città con computer e connessione non basta. Senza il confronto con il lavoro manuale, con la fatica e la cura quotidiana, quel ritorno resta un privilegio estetico. Un’ambientazione, non una scelta.
Riscoprire le mani, allora, non significa rifiutare la tecnica o idealizzare il passato. Significa ristabilire un rapporto di verità con le cose. Tornare a fare i conti con ciò che oppone resistenza. Con ciò che non si lascia raccontare fino in fondo dalle parole, ma chiede gesti, attenzione, responsabilità.
Nel 2026, mentre parliamo di intelligenze artificiali sempre più autonome e di realtà sempre più mediate, partire dalle mani può sembrare marginale. In realtà è una scelta radicale. Perché ci riporta a una domanda semplice e scomoda: quanto siamo ancora capaci di fare, davvero, qualcosa che ci riguarda?
Armando.





