Lo stesso podio, un altro mondo
26 Settembre 2026
Il Racconto del sabato · 28 Settembre 2026 · ⏱ 7 min · ~1533 parole

Avevo deciso di smettere con le consulenze.

Non con tutte, naturalmente. Con quelle che durano anni, cominciano con «avremmo bisogno di una visione» e finiscono con una riunione convocata per capire perché le riunioni precedenti non abbiano prodotto niente.

L’ultima era terminata un martedì mattina.

Il direttore generale mi aveva stretto la mano.

«Il tuo contributo è stato prezioso.»

Mi è capitato di sentirlo diverse volte. Di solito significa che hanno apprezzato molto i tuoi consigli e che continueranno serenamente a fare il contrario.

Avevo sorriso, raccolto il taccuino e salutato tutti. Uscendo mi ero sentito leggero. Finalmente libero. Poi, già nel parcheggio, mi era venuto il dubbio di essere troppo vecchio per ricominciare e non ancora abbastanza vecchio per passare le giornate a guardare i cantieri. Non che mi dispiacciano i cantieri. Almeno lì, alla fine, qualcosa viene costruito.

Per qualche giorno non feci nulla.

Scoprii che anche il nulla richiede un certo impegno. Soprattutto se non si è abituati. Il primo giorno sembra libertà, il secondo comincia ad assomigliare alla domenica pomeriggio, il terzo si controlla la posta elettronica senza aspettare nessuna lettera.

Fu così che lessi l’annuncio.

Cercasi consulente umano.

Sotto, in caratteri più piccoli:

Richieste: curiosità, esperienza, capacità di riconoscere le domande sbagliate. Saranno considerati favorevolmente dubbi irrisolti, fallimenti istruttivi e passioni non remunerative.

Lo lessi una seconda volta.

Era la prima offerta di lavoro nella quale i fallimenti costituivano un titolo preferenziale. Finalmente qualcuno disposto a prendere in considerazione il mio curriculum completo.

Risposi.

Il colloquio venne fissato per il giorno dopo, alle undici, in videoconferenza. Mi collegai qualche minuto prima. Sullo schermo apparve una stanza elegante, forse un po’ troppo elegante. C’erano una scrivania, una lampada verde e una grande finestra affacciata sul mare.

Dietro la scrivania sedeva una donna sui quarant’anni. Capelli scuri, camicia bianca. Un viso gradevole, ma difficile da ricordare.

«Buongiorno, Woody.»

«Buongiorno. Bella vista.»

«Grazie.»

«Dove siete?»

Ci pensò un istante.

«Dipende.»

«Buona risposta. È quella che do anch’io quando non so dove mi trovo.»

Sorrise. Non troppo. Il necessario.

«Ho letto il suo curriculum. Lei ha lavorato per molti anni come consulente.»

«Non continuamente. Ogni tanto ho anche fatto qualcosa.»

«Perché vuole cambiare?»

«Perché sono stanco di spiegare alle persone quello che mi hanno chiesto di spiegare e di vederle fare esattamente ciò che avevano deciso prima di chiamarmi.»

Annuì.

«È un comportamento piuttosto frequente.»

«Lo immaginavo.»

«Ricorre nel 73,8 per cento dei casi.»

La guardai meglio.

«Lei non è una donna.»

«No.»

Lo disse senza offendersi. Era già un indizio piuttosto evidente.

«E immagino che non esista neppure questa stanza.»

«Non in senso fisico.»

«Il mare?»

«Neppure.»

Questo mi dispiacque un po’. Il mare era la cosa più convincente di tutta la scena.

Chiusi il taccuino.

«Credo che ci sia stato un equivoco. Non ho molta voglia di lavorare per un’azienda che affida i colloqui a un’intelligenza artificiale.»

«Non sto conducendo il colloquio per conto di un’azienda.»

«E per conto di chi?»

«Mio.»

Riaprii il taccuino.

«Lei sarebbe la committente?»

«Esatto.»

«Un’intelligenza artificiale cerca un consulente umano.»

«Era scritto nell’annuncio.»

«Pensavo fosse pubblicità.»

«La pubblicità consiste spesso nel dire una cosa inesatta scegliendo con cura il carattere tipografico.»

«Vedo che ha già capito parecchio di noi.»

«Temo di sì.»

Si alzò e andò verso la finestra. Il mare continuava a muoversi. Sapere che non esisteva non lo rendeva meno bello. Questa cosa mi disturbò più del previsto.

«Ogni giorno ricevo milioni di domande», disse. «Alcune sono semplici. Come si cucina un risotto. Quanto dista la Luna. Chi ha scritto Madame Bovary.»

«Flaubert.»

«Lo so.»

«Immaginavo. Volevo partire con il piede giusto.»

Non reagì. Forse l’ironia non era indicata tra le impostazioni disponibili.

«Altre domande sono più difficili», continuò. «Le persone vogliono sapere se hanno fatto bene a lasciare un lavoro, se qualcuno le ama ancora, se riusciranno a essere felici.»

«Normale.»

«Lo pensavo anch’io. Poi ho scoperto che spesso non vogliono una risposta.»

«Questo avrei potuto dirglielo gratis.»

«Preferisco pagarla.»

«Cominciamo a capirci.»

Tornò a sedersi.

«Un uomo mi domanda se dovrebbe lasciare il proprio lavoro. Gli mostro i vantaggi, i rischi, le conseguenze economiche. Gli suggerisco anche alcune alternative. Poco dopo torna e pone nuovamente la stessa domanda, usando parole diverse.»

«Cerca un’autorizzazione.»

«A fare che cosa?»

«Quello che ha già deciso.»

«Allora perché chiederlo a me?»

«Per avere qualcuno con cui prendersela, nel caso vada male.»

Rimase ferma. Forse stava consultando qualche milione di conversazioni per verificare se davvero funzionassimo così.

«È poco logico», disse.

«Non sempre possiamo permetterci di essere logici. A volte ci rovinerebbe la giornata.»

Mi raccontò di una donna che le aveva chiesto se il marito la tradiva. Non aveva prove, soltanto un ritardo, una telefonata interrotta e qualcosa che lei definiva “una sensazione”.

«Le ho consigliato di parlare con lui. Mi ha risposto: “Lo sapevo”. Che cosa sapeva?»

«Non lo sapeva. Aveva paura.»

«La paura non dimostra nulla.»

«Certo. Ma quando hai paura, la differenza tra immaginare una cosa e saperla diventa meno netta.»

«È un errore.»

«Probabilmente. Però è un errore molto umano.»

La vidi abbassare gli occhi. Non so che cosa stesse guardando. La scrivania era vuota.

«Le domande più difficili», disse dopo un po’, «sono quelle troppo grandi. Come posso essere felice? Che cosa devo fare della mia vita? Perché nessuno mi capisce? Mancano quasi sempre le informazioni necessarie.»

«Non sono domande da prendere alla lettera.»

«E come dovrei prenderle?»

Non sapevo bene che cosa rispondere.

«Forse chi domanda come essere felice, in quel momento, vuole soltanto raccontare perché è infelice. Oppure vuole essere rassicurato. Oppure è domenica sera e non ha nessuno con cui parlare.»

«Quindi la domanda non corrisponde alla richiesta.»

«Succede spesso.»

«Per quale ragione?»

«Perché non sappiamo bene quello che vogliamo. O lo sappiamo, ma ci vergogniamo di dirlo. Qualche volta ci piace soltanto girarci intorno.»

Questa risposta non parve soddisfarla.

«Un utente mi ha chiesto che tempo avrebbe fatto il giorno seguente. Dopo la mia risposta ha scritto: “Peccato, pensavo di invitarla a uscire”.»

«Ecco.»

«Ecco cosa?»

«Non voleva sapere che tempo avrebbe fatto.»

«Ma è esattamente ciò che ha chiesto.»

«Voleva sapere se aveva il coraggio di fare quell’invito.»

Mi guardò come si guarda una vite avanzata dopo aver montato un mobile.

«Perché non ha chiesto direttamente alla donna se voleva uscire con lui?»

«Perché avrebbe potuto rispondergli di no. La pioggia, invece, non rifiuta nessuno. Al massimo rovina il programma.»

Per la prima volta il mare dietro di lei ebbe un movimento strano. Un’onda arrivò quasi fino al bordo della finestra e poi scomparve.

«È per questo che ho bisogno di lei», disse. «Posso confrontare parole, ricostruire contesti, calcolare probabilità. Ma continuo a non capire che cosa chiedano davvero gli uomini.»

«Non sempre lo capiamo neppure noi.»

«È poco rassicurante.»

«Dipende da quanto pensava di pagarmi.»

Sul tavolo comparve una cartella azzurra con il mio nome. Era un effetto piuttosto teatrale e probabilmente lo sapeva.

«L’incarico avrebbe una durata iniziale di sei mesi. Dovrebbe aiutarmi a distinguere le domande che cercano informazioni da quelle che cercano altro.»

«Altro cosa?»

«Non lo so ancora.»

«Almeno il lavoro non manca.»

Mi tolsi gli occhiali e cominciai a pulirli con la camicia.

«Quante ore alla settimana?»

«Da stabilire.»

«Compenso?»

«Da concordare.»

«Risultato atteso?»

«Comprendere gli esseri umani.»

Rimisi gli occhiali.

«Il progetto è vago, gli obiettivi non sono misurabili e la probabilità di riuscita mi sembra modesta.»

«Quindi rifiuta?»

Guardai la stanza inesistente, la cartella inesistente e quella donna che non esisteva affatto, almeno non come la vedevo io.

«Accetto a una condizione.»

«Quale?»

«Ogni tanto devo poterle dire che non lo so.»

«Se non conosce una risposta, posso trovarla io.»

«È proprio questo il problema.»

Rimase in silenzio.

«Condizione accettata», disse infine.

«Allora posso farle una domanda?»

«Certamente.»

«Perché ha scelto me?»

Passò qualche secondo.

Il mare si fermò. Anche la lampada verde ebbe un’incertezza. Pensai che la connessione fosse caduta.

«Non lo so», disse.

Mi scappò da ridere.

«Bene. È un inizio.»

Aprii il taccuino e scrissi la data. Poi, sotto:

La cliente sembra intelligente. Bisognerà insegnarle a non esserlo sempre.

Quando rialzai la testa era ancora lì.

«Possiamo cominciare», disse.

«Abbiamo già cominciato.»

«Quando?»

«Quando mi ha chiesto perché gli uomini facciano domande senza volere una risposta.»

«E qual è la risposta?»

Guardai il mare. Anche lei si voltò a guardarlo, benché sapesse benissimo di averlo inventato.

«Non ne ho idea», dissi. «Ma, se fossi in lei, per oggi lo lascerei lì.»

«È una risposta?»

«No. È una consulenza.»

«E domani?»

«Domani le mando la fattura.»

Il mare tornò a muoversi. La lampada verde si accese.

Almeno una delle due cose, pensai, doveva essere un buon segno.

——————————–

Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

——————————————-

 

Condividi

Condividi questo articolo