Lo stesso podio, un altro mondo

Il diritto di mandarli a casa
26 Settembre 2026
Terza pagina · 26 Settembre 2026 · ⏱ 6 min · ~1134 parole

Nel 2025 Trump arrivò all’ONU per contestare l’ordine internazionale. Un anno dopo è tornato per mostrare ciò che ha messo al suo posto.

La sala è la stessa. Il marmo verde alle spalle del podio, l’emblema delle Nazioni Unite, le delegazioni in ascolto. Anche l’uomo è lo stesso, naturalmente. Donald Trump parla con quel tono che conosciamo: un po’ presidente, un po’ uomo d’affari che presenta i risultati dell’ultimo esercizio.

Eppure, riascoltando uno dopo l’altro i suoi due discorsi all’Assemblea generale, si avverte una differenza. Non tanto nel linguaggio. Trump è rimasto Trump. È cambiato il posto dal quale sembra parlare.

Nel settembre del 2025 era tornato all’ONU come un contestatore entrato nel palazzo. Attaccava l’organizzazione per la sua impotenza, l’Europa per l’immigrazione e le politiche ambientali, i governi che avevano affidato una parte della propria autonomia a organismi internazionali. Il cambiamento climatico era una truffa, le frontiere aperte un suicidio, la transizione energetica un errore destinato a impoverire l’Occidente.

Dietro le provocazioni si riconosceva una convinzione precisa: ogni nazione deve pensare prima di tutto a se stessa.

Era il vecchio “America First”, ma pronunciato nel luogo nato, dopo la Seconda guerra mondiale, dalla speranza opposta. L’ONU esiste perché le nazioni, almeno in alcuni momenti, accettino di non poter fare tutto da sole.

Trump diceva che quel sistema non funzionava più. Le organizzazioni internazionali parlavano, approvavano risoluzioni, moltiplicavano uffici. Intanto le guerre continuavano e i confini diventavano più fragili. Nel suo racconto, soltanto il ritorno alla sovranità poteva rimettere ordine nel mondo.

Il discorso del 22 settembre 2026 parte da lì, ma va oltre.

Questa volta Trump non si presenta soltanto come l’uomo che aveva denunciato l’impotenza degli altri. Si presenta come quello che ha agito mentre gli altri discutevano.

Rivendica la scelta di colpire l’Iran e chiede alle altre nazioni di completare l’azione americana isolando economicamente Teheran. Difende l’intervento che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro in Venezuela. Celebra l’accordo sulla presenza militare statunitense in Groenlandia. Parla della guerra di Gaza come di una vicenda che la sua iniziativa è riuscita a chiudere. Assicura che anche fra Russia e Ucraina arriverà presto un risultato.

Bisogna fare attenzione. È il racconto di Trump, non una fotografia imparziale del mondo.

Una pace annunciata può rivelarsi fragile. La guerra con l’Iran non è affatto una questione risolta. L’accordo sulla Groenlandia deve ancora superare passaggi politici importanti. E una cosa è interrompere un conflitto, un’altra costruire le condizioni perché non ricominci.

Tuttavia, proprio il modo in cui Trump racconta questi avvenimenti ci aiuta a comprendere che cosa sia cambiato.

Un anno fa chiedeva che ogni paese tornasse padrone delle proprie decisioni. Oggi sembra attribuire agli Stati Uniti un diritto ulteriore: intervenire quando ritengono che gli altri non siano in grado di governare una crisi.

La sovranità rimane una parola sacra, ma non sembra avere lo stesso peso per tutti.

Nel mondo di Trump è pienamente sovrano chi possiede la forza per esserlo. Gli altri devono trattare, adattarsi, cercare la protezione del più potente. Non è una dottrina scritta in modo ordinato. È qualcosa che emerge dalle decisioni e dal tono con cui vengono presentate.

L’ONU, dentro questa visione, non scompare. Se Trump la considerasse davvero inutile, non tornerebbe ogni anno a parlare da quel podio.

Gli serve quella sala. Gli serve la platea dei capi di Stato. Gli serve perfino la legittimazione di un Consiglio di sicurezza che approvi un piano già negoziato altrove. Ciò che sembra non riconoscerle è la capacità di decidere prima degli Stati Uniti.

Le Nazioni Unite possono accompagnare, ratificare, contribuire. La decisione, però, nasce fuori dal palazzo.

C’è un passaggio del discorso di quest’anno che, in apparenza, porta lontano dalle guerre. Trump parla di intelligenza artificiale, o meglio di “superintelligenza”, come preferisce chiamarla. Anche qui il ragionamento è quello della competizione. Gli Stati Uniti sono davanti alla Cina e devono restarci. I timori sui rischi della tecnologia vengono liquidati come esagerazioni capaci soprattutto di rallentare la corsa.

Forse è questo il filo che unisce il discorso sull’Iran, quello sull’ONU e quello sull’intelligenza artificiale. Trump guarda il mondo come una gara. Le regole comuni sono accettabili finché non impediscono di vincerla.

Non tutto, in questa visione, può essere liquidato con sufficienza. Le istituzioni internazionali sono spesso lente. La diplomazia può trasformarsi in un modo elegante per rinviare le decisioni. Ci sono crisi nelle quali una pressione credibile riesce a ottenere ciò che anni di dichiarazioni non hanno ottenuto.

È anche comprensibile che una parte dell’opinione pubblica trovi rassicurante un presidente che dice di sapere che cosa fare. Dopo anni di guerre senza soluzione, vertici inconcludenti e promesse non mantenute, la rapidità può sembrare una virtù.

Ma la forza apre problemi che non sempre riesce a richiudere.

Può fermare una guerra e preparare la successiva. Può costringere un avversario a trattare senza convincerlo a rispettare l’accordo. Può dare l’impressione di un ordine ritrovato, mentre sotto la superficie crescono nuovi rancori.

C’è poi una questione che riguarda gli stessi Stati Uniti. Dopo il 1945 la loro influenza non è dipesa soltanto dalla superiorità militare o economica. Molti paesi hanno accettato la guida americana anche perché Washington si presentava come garante di un sistema di regole, pur rispettandole in modo tutt’altro che impeccabile.

Trump sembra considerare quella prudenza un residuo del passato. Preferisce il negoziato diretto, la pressione economica, la minaccia che tutti sanno potrebbe essere messa in pratica. È una politica più rapida e più personale. Probabilmente, in alcune occasioni, anche efficace.

Ma proprio qui nasce il dubbio.

Un ordine affidato alla capacità di un uomo di decidere può funzionare finché quell’uomo prende la decisione giusta. Che cosa accade quando sbaglia? E chi può dirgli che sta sbagliando, se le istituzioni incaricate di limitarlo sono state ridotte a semplici spettatrici?

Nel settembre 2025 Trump arrivò all’ONU per dire che il vecchio mondo non funzionava più. Un anno dopo è tornato per mostrare quello che sta costruendo al suo posto.

Forse è presto per capire se quel mondo sarà più stabile. Possiamo però cominciare a riconoscerne i contorni. Meno fiducia nelle regole, più fiducia nella forza. Meno pazienza per le mediazioni, più decisioni affidate a pochi uomini.

A questo punto la domanda non riguarda soltanto Trump.

Siamo davvero disposti ad abitare un mondo così, purché qualcuno ci prometta di tenerlo sotto controllo?

Nota editoriale

Il confronto prende in esame i discorsi pronunciati da Donald Trump davanti all’80ª e all’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 23 settembre 2025 e il 22 settembre 2026. Le registrazioni integrali sono conservate nell’archivio ufficiale UN Web TV.

oggi 20:45

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