Quei ragazzi nelle strade di Milano

Al museo ci andrei. Ma con chi?
18 Ottobre 2026
Terza pagina · 24 Ottobre 2026 · ⏱ 9 min · ~1925 parole

Le vetrine infrante, la paura e una vecchia storia americana che forse merita di essere riletta.

Ho riguardato alcune immagini dei disordini di Milano. Ragazzi incappucciati che corrono, vetrine sfondate, merce portata via dai negozi. Un poliziotto colpito, i passanti che cercano riparo. E i telefoni, tanti telefoni che riprendono tutto. Qualcuno sembra persino preoccuparsi di essere inquadrato.

È successo il 17 e il 18 ottobre, nel centro di una città che siamo abituati a considerare tra le più moderne e dinamiche d’Europa. Non era la prima volta che Milano vedeva scene di violenza. Ma questa volta colpisce soprattutto l’età di molti dei protagonisti.

Secondo i dati diffusi dalla polizia, 271 persone sono state accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni. Naturalmente non significa che tutti abbiano commesso un reato. Essere identificati non equivale a essere arrestati, e le responsabilità andranno accertate una per una. Tra i ragazzi identificati, però, c’era persino un bambino di undici anni.

Undici anni.

Mi domando che cosa cercasse in mezzo a quella confusione. Forse era arrivato per curiosità, forse trascinato dagli amici. Non lo so. Ed è proprio questo il punto: dalle immagini si vede molto, ma si capisce assai meno.

La prima giornata era cominciata con una manifestazione contro il carovita, i salari bassi, le difficoltà delle famiglie. Poi gli scontri, i saccheggi. Il giorno successivo altri gruppi di giovani sono tornati in centro, richiamati anche attraverso i social. Le violenze hanno occupato quasi interamente il racconto giornalistico, lasciando in secondo piano le ragioni della protesta e le differenze tra chi manifestava e chi approfittava della situazione per distruggere o rubare.

Chi ha visto devastare il proprio negozio non ha bisogno di spiegazioni sociologiche. Vuole poter riaprire, lavorare, sentirsi al sicuro. È comprensibile. E non credo che cercare di capire le ragioni di una violenza significhi trovare una giustificazione a chi l’ha commessa.

Ma quei ragazzi continuano a incuriosirmi. Soprattutto perché la vicenda milanese mi ha riportato alla mente un articolo che avevo letto qualche tempo fa.

Lo ha scritto Dana Liebelson per la New York Review of Books. Racconta il ritorno, negli Stati Uniti, della paura della criminalità giovanile e il progressivo abbandono di alcune riforme che avevano cercato di distinguere la responsabilità dei minorenni da quella degli adulti.

Non è una storia cominciata con Donald Trump.

Nel 1995 un politologo americano, John DiIulio, annunciò l’arrivo di una generazione di giovani criminali particolarmente pericolosi. Li chiamò superpredatori. Ragazzi descritti come incapaci di provare rimorso, pronti a uccidere e a rapinare senza esitazione. L’immagine ebbe un successo enorme. Giornali e televisioni la ripresero, i politici la utilizzarono. In diversi Stati furono approvate leggi che rendevano più facile processare gli adolescenti come adulti.

La prevista invasione di superpredatori non arrivò mai. Lo stesso DiIulio, molti anni dopo, riconobbe di essersi sbagliato.

Le leggi, invece, erano rimaste. E avevano già cambiato la vita di migliaia di giovani.

Quella vicenda è interessante anche per un altro motivo. Liebelson ricorda che il panico degli anni Novanta aveva a sua volta dei precedenti, come l’allarme per le rapine attribuite ai giovani neri nella Gran Bretagna degli anni Settanta. Paesi diversi, epoche diverse, con problemi reali e non sempre comparabili. Eppure ritorna qualcosa di familiare: la difficoltà degli adulti di interpretare una generazione che sembra sfuggire alle categorie conosciute.

Una difficoltà che talvolta diventa paura. E la paura, in politica, è un sentimento molto potente.

Negli Stati Uniti, dopo una lunga stagione di riforme sostenute anche dalle neuroscienze, oggi si torna a discutere della possibilità di processare come adulti ragazzi sempre più giovani. Trump ha rilanciato apertamente questa richiesta. Diversi Stati hanno già modificato le norme che proteggevano i minorenni dal sistema carcerario ordinario.

Non intendo suggerire che Milano stia vivendo la stessa situazione. Le differenze tra la giustizia americana e quella italiana sono profonde. Ma una domanda mi sembra legittima: quanto può pesare un episodio di violenza, o una successione di episodi amplificati dai mezzi di comunicazione, nell’orientare per anni le leggi di un Paese?

In Italia una prima risposta è già arrivata.

Il 22 ottobre il governo ha varato un decreto sulla sicurezza pubblica e sulla criminalità minorile, entrato in vigore il giorno successivo. Introduce nuovi strumenti per contrastare la violenza organizzata durante le manifestazioni, aggrava alcune pene e prevede sanzioni economiche per i genitori di minorenni coinvolti in determinati reati.

C’è anche una modifica meno immediata da comprendere, ma importante. Per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni, la capacità di intendere e di volere viene ora presunta, salvo prova contraria. Fino a ieri doveva essere accertata positivamente. L’età minima dell’imputabilità resta quattordici anni, ma cambia il criterio con cui si valuta la responsabilità penale.

Il decreto dovrà essere esaminato dal Parlamento per la conversione in legge. Non è ancora possibile sapere quale sarà la sua formulazione definitiva.

Mi ha colpito la rapidità della risposta. In pochi giorni, dalle immagini delle devastazioni si è arrivati a modificare norme che riguardano tutti i minorenni, non soltanto quelli coinvolti nei fatti di Milano.

La politica ha naturalmente il dovere di reagire. Sarebbe strano il contrario. Mi chiedo soltanto se il tempo della decisione politica, comprensibilmente breve quando si tratta di garantire la sicurezza, coincida sempre con il tempo necessario per comprendere un fenomeno sociale.

Anche perché qualcosa, in questi episodi, resta poco chiaro.

C’erano ragazzi mossi dalla protesta, altri probabilmente interessati soprattutto al saccheggio. C’era chi cercava lo scontro con la polizia. C’era, forse, chi voleva soltanto partecipare a un evento destinato a circolare sui social. Sarebbe imprudente attribuire a tutti una motivazione comune.

E tuttavia una cosa incuriosisce.

Molti dei negozi presi di mira vendevano abbigliamento e oggetti di consumo. Merci che, nel mondo degli adolescenti, possono rappresentare qualcosa di più del loro valore commerciale. Una felpa di marca, un paio di scarpe, un telefono diventano talvolta strumenti per misurare l’appartenenza a un gruppo.

Naturalmente non basta questo per spiegare un saccheggio. E sarebbe ingiusto trasformare ogni giovane che desidera un oggetto costoso in un potenziale delinquente.

Ma la contraddizione esiste. Si cresce in una società che invita continuamente a desiderare, a mostrarsi, a confrontarsi con gli altri attraverso quello che si possiede. E non tutti hanno le stesse possibilità di partecipare a questo gioco.

Poi c’è la questione dei social. Non so quanto abbiano contribuito a provocare gli scontri, ma certamente hanno contribuito a diffonderne le immagini e, secondo le ricostruzioni, anche a richiamare partecipanti nella seconda giornata.

Per chi ha quindici anni essere visto può contare moltissimo. Forse più di quanto un adulto riesca a immaginare. Un gesto che un tempo sarebbe rimasto confinato a una strada può oggi essere ripreso e condiviso migliaia di volte. Diventare un piccolo spettacolo.

La storia insegna che le forme della trasgressione cambiano insieme agli strumenti di comunicazione. Non è detto, però, che cambino altrettanto rapidamente i bisogni che le alimentano.

Ho cercato qualche dato anche sulla situazione italiana. Secondo il rapporto 2026 dell’associazione Antigone, alla fine di aprile negli istituti penali minorili erano detenuti 581 giovani, il 52,5 per cento in più rispetto alla fine del 2022. L’associazione collega questa crescita soprattutto all’inasprimento della risposta penale seguito al decreto Caivano.

È un dato che meriterebbe maggiore attenzione.

Non dimostra che la criminalità giovanile stia aumentando nelle stesse proporzioni. Dice piuttosto che sta crescendo il numero dei giovani presenti nelle strutture detentive. E che la scelta di ricorrere più frequentemente al carcere ha conseguenze concrete, indipendentemente dalla sua efficacia nel ridurre i reati.

Fra qualche anno sarà possibile valutare anche gli effetti delle nuove norme. Si potrà verificare se le violenze saranno diminuite, se la recidiva avrà registrato cambiamenti, se gli istituti minorili saranno in grado di continuare a svolgere la loro funzione educativa.

Non escludo che una maggiore severità possa avere, in determinate circostanze, un effetto deterrente. Sarebbe sbagliato negarlo per principio. Ma altrettanto sbagliato sarebbe considerarlo un risultato acquisito prima di averlo misurato.

L’esperienza americana suggerisce prudenza. Le politiche costruite nei momenti di maggiore allarme non sempre hanno prodotto i risultati promessi. Talvolta hanno lasciato in eredità sistemi penali più affollati e comunità più divise.

E non è soltanto una questione di carceri.

Se una generazione comincia a percepire le istituzioni principalmente attraverso il controllo, le perquisizioni, le sanzioni e i processi, potrebbe diventare più difficile costruire un rapporto di fiducia. Soprattutto nei quartieri dove quel rapporto è già fragile.

D’altra parte, lasciare i cittadini senza protezione produrrebbe una sfiducia altrettanto profonda.

È una situazione meno semplice di quanto possa apparire nei dibattiti televisivi.

Mi chiedo allora che cosa potrebbe accadere se, accanto alle nuove misure di sicurezza, si decidesse di investire con altrettanta determinazione nelle occasioni di incontro tra questi ragazzi e il resto della società.

Scuole aperte anche oltre l’orario delle lezioni. Laboratori, sport, iniziative culturali, percorsi nei quali imparare un mestiere o realizzare qualcosa insieme agli altri. Non iniziative simboliche organizzate dopo un fatto di cronaca, ma presenze continuative nei luoghi in cui i ragazzi vivono.

Qualche esperienza interessante esiste già, anche negli Stati Uniti. Nell’articolo di Liebelson vengono raccontati programmi nei quali giovani con precedenti giudiziari lavorano con educatori e persone che hanno attraversato difficoltà simili alle loro. Si parla di formazione, di lavoro retribuito, persino di letture collettive e discussioni su come immaginare la propria vita.

Non so quanto questi modelli siano trasferibili in Italia. Probabilmente richiederebbero adattamenti importanti.

Mi sembra però significativo che, mentre una parte della politica americana torna a chiedere pene sempre più severe, altre realtà cerchino ancora di capire come evitare che un adolescente identificato come delinquente finisca per diventarlo stabilmente.

C’è una questione di risorse, naturalmente. Il nuovo decreto italiano, fatta eccezione per lo stanziamento destinato al rafforzamento della presenza militare a Milano, prevede che le amministrazioni utilizzino i mezzi già disponibili.

La prevenzione educativa, almeno in questo provvedimento, non riceve un analogo investimento aggiuntivo.

Forse arriverà attraverso altre iniziative. Sarebbe interessante seguirle, verificarne i risultati, capire dove funzionano e dove no.

Perché l’impressione, guardando queste vicende da una certa distanza, è che il dibattito pubblico si concentri quasi sempre su ciò che deve accadere dopo un reato. Molto meno su ciò che potrebbe impedire a un ragazzo di commetterlo.

È una differenza che la storia rende abbastanza evidente, anche se non offre soluzioni semplici.

Tra cinque o dieci anni Milano sarà probabilmente ancora più ricca, tecnologica, internazionale. Resta da capire se sarà diventata anche una città nella quale i ragazzi, compresi quelli che oggi crescono ai margini delle sue opportunità, troveranno un posto riconoscibile.

Oppure se alcune distanze saranno aumentate. Se la sicurezza sarà affidata soprattutto a nuovi controlli e a nuove pene, mentre una parte dei giovani continuerà a vedere nella città qualcosa a cui partecipare soltanto da spettatore, o contro cui sfogare la propria rabbia.

Sono possibilità, non previsioni. La storia serve anche a questo: non a indovinare il futuro, ma a riconoscere qualche strada già percorsa e a ricordare dove, qualche volta, ha portato.

Fra un anno le vetrine di Milano saranno state sostituite. I negozi avranno ripreso la loro attività, le immagini degli scontri saranno state superate da altre notizie.

Mi piacerebbe sapere, a quel punto, che cosa sarà accaduto ai ragazzi di quelle fotografie.

Quanti saranno tornati a scuola, quanti avranno trovato un lavoro, quanti saranno ancora alle prese con la giustizia. E se qualcuno avrà provato a capire che cosa cercavano davvero, quel pomeriggio, nelle strade del centro.

Probabilmente non sarà una notizia da prima pagina.

Ma potrebbe raccontare qualcosa di importante sul futuro di Milano. E non soltanto di Milano.

Armando

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