Immaginiamo una sala comunale italiana.
Potrebbe essere in provincia, in una città media, in un quartiere di periferia. Sedie di plastica, microfono che gracchia, assessore un po’ stanco, cittadini arrivati dopo cena. Il tema è concreto: una nuova zona a traffico limitato, un centro per migranti, una scuola da accorpare, un impianto da costruire, una piazza da rifare.
All’inizio parlano tutti insieme. C’è chi protesta perché perderà clienti. Chi chiede più sicurezza. Chi difende l’ambiente. Chi teme di essere dimenticato. Chi vuole decidere subito e chi vorrebbe fermare tutto. Qualcuno urla. Qualcuno legge un foglio. Qualcuno racconta un’esperienza personale che non rientra in nessuna tabella.
È faticoso, lento, perfino irritante.
Poi immaginiamo che arrivi una piattaforma intelligente. Una macchina capace di ascoltare tutti, raccogliere gli interventi, ordinarli, trovare le parole ricorrenti, misurare le priorità, individuare una possibile sintesi. In pochi minuti produce un testo equilibrato. Riconosce le ragioni di ciascuno. Evita le frasi aggressive. Smussa gli eccessi. Propone una formula comune.
Tutti respirano.
Finalmente, sembra, la politica ha trovato un traduttore.
Ma proprio qui comincia il problema.
Che cosa è stato salvato da quella sintesi? E che cosa è stato perduto?