Nel 2025 Trump arrivò all’ONU per contestare l’ordine internazionale. Un anno dopo è tornato per mostrare ciò che ha messo al suo posto.
La sala è la stessa. Il marmo verde alle spalle del podio, l’emblema delle Nazioni Unite, le delegazioni in ascolto. Anche l’uomo è lo stesso, naturalmente. Donald Trump parla con quel tono che conosciamo: un po’ presidente, un po’ uomo d’affari che presenta i risultati dell’ultimo esercizio.
Eppure, riascoltando uno dopo l’altro i suoi due discorsi all’Assemblea generale, si avverte una differenza. Non tanto nel linguaggio. Trump è rimasto Trump. È cambiato il posto dal quale sembra parlare.
Nel settembre del 2025 era tornato all’ONU come un contestatore entrato nel palazzo. Attaccava l’organizzazione per la sua impotenza, l’Europa per l’immigrazione e le politiche ambientali, i governi che avevano affidato una parte della propria autonomia a organismi internazionali. Il cambiamento climatico era una truffa, le frontiere aperte un suicidio, la transizione energetica un errore destinato a impoverire l’Occidente.
Dietro le provocazioni si riconosceva una convinzione precisa: ogni nazione deve pensare prima di tutto a se stessa.
Era il vecchio “America First”, ma pronunciato nel luogo nato, dopo la Seconda guerra mondiale, dalla speranza opposta. L’ONU esiste perché le nazioni, almeno in alcuni momenti, accettino di non poter fare tutto da sole.
Trump diceva che quel sistema non funzionava più. Le organizzazioni internazionali parlavano, approvavano risoluzioni, moltiplicavano uffici. Intanto le guerre continuavano e i confini diventavano più fragili. Nel suo racconto, soltanto il ritorno alla sovranità poteva rimettere ordine nel mondo.
Il discorso del 22 settembre 2026 parte da lì, ma va oltre.