

Vent’anni dopo la morte di Oriana Fallaci, il confronto con Tiziano Terzani seguito all’11 settembre torna a porci una domanda difficile: che cosa accade alle parole quando la paura prende il sopravvento?
Ci sono momenti in cui le parole arrivano troppo in fretta.
Il dolore è ancora vivo, le immagini continuano a scorrere, non sappiamo bene che cosa stia accadendo. Eppure sentiamo già il bisogno di indicare un colpevole, scegliere una parte, immaginare una risposta.
Accadde dopo l’11 settembre 2001.
Le Torri Gemelle erano crollate da poche settimane quando Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera un lungo intervento destinato a lasciare un segno profondo. Il titolo era già una dichiarazione: La rabbia e l’orgoglio.
Non era soltanto la reazione di una grande giornalista a un attentato che aveva colpito la città nella quale viveva. Era uno sfogo, una denuncia, un atto d’accusa contro l’estremismo islamico. Ma anche qualcosa di più vasto e controverso. Nella foga di quelle pagine, il confine tra terrorismo, Islam e mondo musulmano finiva spesso per confondersi.
Pochi giorni dopo, l’8 ottobre, Tiziano Terzani le rispose con una lettera aperta: Il sultano e San Francesco.
La lettera comincia quasi sottovoce. Terzani è nella campagna toscana e immagina Fallaci davanti alle finestre della sua casa di New York, in un panorama dal quale mancano ormai le Torri. Ricorda una passeggiata fatta insieme molti anni prima, tra i cipressi e gli ulivi. Lei era già una giornalista affermata. Lui stava per partire per la Cina.
Avevano pensato di scriversi delle «lettere da due mondi diversi». Non lo fecero. Quella lettera arrivò molti anni dopo, quando la distanza tra i loro mondi non era più soltanto geografica.
Sarebbe facile rileggere oggi quello scambio come una sfida tra chi aveva ragione e chi aveva torto. Forse sarebbe anche rassicurante. Si sceglie uno dei due, lo si porta dalla propria parte e il discorso sembra risolto.
Ma Fallaci e Terzani non erano due figurine messe una di fronte all’altra per rappresentare la guerra e la pace. Erano due giornalisti con esperienze, caratteri e percorsi molto diversi. Entrambi avevano conosciuto la violenza da vicino. Entrambi avevano attraversato guerre e rivoluzioni, incontrato vittime e uomini di potere. Di fronte alla stessa paura, però, reagirono in modo opposto.
Fallaci sentì il bisogno di gridare. Terzani provò a fermarsi.
Non per negare l’attentato o attenuarne la gravità. E neppure per rinunciare alla giustizia. La sua preoccupazione era un’altra: impedire che l’orrore subito decidesse anche il nostro modo di guardare il mondo.
Nella lettera c’è un passaggio che conserva intatta la propria forza. Con il crollo delle Torri, scrive Terzani, erano morte migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza. Nelle invettive di Fallaci rischiavano però di morire anche «il meglio della testa umana, la ragione» e «il meglio del cuore, la compassione».
La ragione e la compassione.
Rilette oggi, queste due parole sembrano quasi estranee al linguaggio pubblico. Non perché siano scomparse, ma perché facciamo sempre più fatica a tenerle insieme. Se proviamo compassione, rischiamo di essere accusati di ingenuità. Se chiediamo di ragionare, qualcuno sospetta che vogliamo sottrarci alla necessità di scegliere.
Eppure forse è proprio nei momenti più drammatici che ragione e compassione avrebbero bisogno l’una dell’altra.
Terzani sapeva bene che le parole non sono innocenti, soprattutto quando vengono pronunciate da qualcuno che possiede una voce autorevole. Una frase scritta sotto l’urto degli avvenimenti può diventare la lente attraverso cui migliaia di persone cominceranno a guardare il vicino di casa, lo straniero incontrato per strada, un’intera cultura della quale conoscono poco.
Fallaci aveva certamente il diritto di esprimere la propria rabbia. Terzani non lo negava. Le ricordava però che la notorietà conquistata in una vita di giornalismo rendeva quelle parole più potenti. Sarebbero entrate nei giornali, nelle case, nelle scuole. Avrebbero dato una forma e un vocabolario a paure già presenti.
È in questo passaggio che la lettera smette di appartenere soltanto al 2001.
Oggi la paura viaggia ancora più velocemente. Non deve aspettare la prima pagina di un giornale. Un’immagine raggiunge milioni di persone in pochi minuti, spesso senza contesto e qualche volta senza neppure essere autentica. La richiesta di una reazione è immediata. Ci viene domandato da che parte stiamo prima ancora di avere capito che cosa sia realmente accaduto.
La parola più violenta parte avvantaggiata. È breve, netta, facile da condividere. Offre anche un sollievo momentaneo: se il nemico è assoluto, non dobbiamo più fare lo sforzo di capire.
Distinguere, invece, richiede tempo. E nei momenti di paura il tempo sembra quasi una colpa.
Possiamo condannare senza esitazioni un attentato senza attribuirne la responsabilità a una religione intera. Possiamo riconoscere il diritto alla sicurezza e domandarci se ogni risposta militare la renderà davvero più solida. Possiamo cercare le cause di una violenza senza per questo giustificarla.
Affermazioni in apparenza semplici, che diventano molto meno semplici quando l’emozione collettiva chiede certezze.
Terzani temeva l’inizio di una catena. All’attacco sarebbe seguita la rappresaglia. Poi un’altra violenza, e quindi una nuova risposta. Scriveva mentre cominciava la guerra in Afghanistan e già evocava l’Iraq come una possibile tappa successiva.
Conosciamo quello che venne dopo. Le guerre, le prigioni segrete, Abu Ghraib, Guantánamo, le popolazioni civili travolte. E altri terrorismi.
Questo non fa di Terzani un profeta e non dimostra che la forza possa essere sempre evitata. La storia non offre quasi mai soluzioni così limpide. Le responsabilità esistono e non sono necessariamente equivalenti. Ci sono aggressori e aggrediti. Ci sono persone che devono essere protette, anche quando farlo comporta decisioni dolorose.
Resta però la domanda che Terzani poneva: prima di cominciare una guerra, sappiamo quale pace vorremmo ottenere?
La sua lettera non conteneva una strategia per catturare i responsabili dell’11 settembre. Non spiegava come prevenire un nuovo attentato. Chiedeva di non considerare la guerra una conseguenza naturale, quasi automatica, del dolore.
Anche questa posizione può essere discussa. Anzi, dovrebbe esserlo. Ma sarebbe difficile negare che la superiorità delle armi non comporti necessariamente la capacità di prevedere ciò che il loro uso metterà in moto.
Il titolo scelto da Terzani richiamava l’incontro tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata. Mentre gli eserciti cristiani e musulmani si combattevano, Francesco attraversò le linee e andò a parlare con l’uomo che avrebbe dovuto considerare soltanto un nemico.
Quell’incontro non fermò la guerra. Non cambiò improvvisamente il corso della storia e non cancellò le ragioni del conflitto. Mostrò però che, anche dentro una guerra, qualcuno poteva rifiutarsi di guardare l’altro soltanto dalla parte opposta di una lama.
Non sappiamo quanto il dialogo riesca davvero a cambiare le cose. Qualche volta fallisce. Altre volte serve soltanto a guadagnare tempo. Ma rinunciarvi in partenza significa accettare che sia la guerra a stabilire non solo ciò che facciamo, ma anche ciò che siamo autorizzati a pensare.
Ricordare Oriana Fallaci a vent’anni dalla morte non obbliga a scegliere tra la celebrazione e la condanna.
Il suo coraggio, le sue interviste, la capacità di stare davanti al potere senza timore appartengono alla storia del giornalismo. Alla stessa storia appartengono le parole dei suoi ultimi anni, la loro durezza e l’effetto che ebbero nel dibattito pubblico.
Possiamo riconoscere entrambe le cose. Possiamo continuare ad ammirare la giornalista senza dover condividere ogni sua posizione. E possiamo leggere Terzani senza trasformarlo nel rappresentante di una pace facile, pronunciata al riparo dalla storia. Anche lui fece una scelta. Decise di opporre a un linguaggio di guerra un altro modo di raccontare il mondo.
Il confronto tra i due, allora, non si chiude assegnando un vincitore.
Ci mette piuttosto davanti a due modi di intendere la responsabilità di chi scrive. Fallaci rivendicava il diritto di dire, senza cautele, ciò che riteneva vero. Terzani le chiedeva di considerare anche ciò che quelle parole avrebbero potuto mettere in movimento.
Non è necessariamente un invito alla moderazione. Ci sono parole dure che devono essere pronunciate. Ci sono situazioni nelle quali il silenzio protegge il più forte e lascia solo chi ha subito violenza.
Esiste però anche un silenzio diverso. Quello che serve a riprendere fiato, verificare i fatti e trovare parole che non allarghino arbitrariamente la colpa. Terzani, citando Karl Kraus, ci ricordava proprio questo.
È uno spazio breve e scomodo. Oggi lo è forse ancora di più. Possiamo reagire a ogni avvenimento in tempo reale, ma non per questo siamo obbligati a farlo. Possiamo aspettare qualche ora, leggere, distinguere. Persino cambiare idea.
Non fermerà un missile e non restituirà la vita a una vittima. Sarebbe ingenuo attribuire alle parole un potere che non hanno. Eppure molte guerre diventano possibili anche attraverso le parole: quando le persone sono ridotte a categorie, quando un popolo viene trasformato in un bersaglio indistinto, quando la compassione è riservata soltanto ai morti che sentiamo dalla nostra parte.
Forse Il sultano e San Francesco continua a parlarci per questo.
Non ci consegna una soluzione. Ci lascia una domanda. Nei momenti in cui la paura sembra autorizzare qualunque risposta, che cosa chiediamo alle parole? Di rappresentare la nostra rabbia o di aiutarci a non diventarne prigionieri?
La risposta non è semplice. Ma vale ancora la pena cercarla.