Hannah Arendt

2 Gennaio 2026

Italo Calvino

Mi è venuto incontro senza rumore. Non con l’aria del grande autore che pretende silenzio e deferenza. Piuttosto come uno che entra in un corridoio mentre tu stai già andando, e per un istante vi trovate sullo stesso passo. Avevo appena chiuso il computer. Non per virtù: per stanchezza. Era uno di quei primi giorni dell’anno in cui senti addosso una richiesta implicita di “fare meglio”, “fare di più”, “essere nuovo”. E invece io, in quel momento, volevo solo una cosa: una frase che non fosse una frase fatta. L’ho visto lì, sul margine della stanza. Magro, discreto. Lo sguardo preciso di chi non ti giudica, ma ti legge. «Non ti preoccupare», ha detto. «Non sono venuto per un’intervista. Sono venuto perché stavi pensando troppo forte.» Ho sorriso, più per difesa che per cordialità. Poi ho capito che era vero: avevo dei pensieri che facevano rumore anche a schermo spento. Un inizio d’anno pieno di promesse e insieme pieno di peso. E la paura, sempre la stessa, che la cultura diventi un’altra forma di frastuono.
4 Dicembre 2025

Hannah Arendt

Hannah Arendt è arrivata una sera in cui non avevo nessuna voglia di parlare di politica. Ero rimasto da solo nello studio, i computer spenti, solo una lampada accesa sul tavolo. Stavo rileggendo alcune sue pagine per preparare un pezzo su “banalità del male” e algoritmi: Eichmann a Gerusalemme sullo stesso tavolo del portatile con aperto un social qualunque. Da una parte le frasi sulla burocrazia del male, dall’altra il flusso anonimo di insulti, slogan, campagne montate in serie. Mi sono alzato per prendere un altro libro, e quando mi sono voltato lei era seduta sulla sedia davanti al mio posto, come se fosse stata lì da sempre. Capelli raccolti, sigaretta tra le dita, sguardo vivo e un po’ divertito. Non aveva nulla del monumento; sembrava piuttosto una donna abituata a entrare nelle stanze di lavoro degli altri per chiedere conto di quello che ci fanno.