Terza pagina

Domanda iniziale. Tesi chiara. Tre scene che parlano tra loro (ieri, Novecento, adesso). Poi il meccanismo che spiega le connessioni, le obiezioni oneste, e uno sguardo in avanti: come potrebbero evolvere le cose nei prossimi 5–20 anni e che cosa significa per noi—scuola, lavoro, istituzioni, vita quotidiana.
“Terza Pagina” è il nostro laboratorio civile: cultura come strumento di orientamento, non come arredamento. Usiamo un linguaggio pulito, esempi verificabili, fonti indicate senza pedanteria. Niente tecnicismi inutili. Ritmo narrativo, ma precisione. Vogliamo lettori critici, non tifosi.
Se cerchi chiarezza senza semplificazioni brutali, sei nel posto giusto. Qui le idee fanno attrito con la realtà, e dall’attrito nasce luce.
17 Maggio 2026

I social media stanno finendo. O forse stanno solo diventando irriconoscibili

C’è un gesto che conosciamo tutti: il pollice che scorre sullo schermo. Una faccia, poi un’altra. Un video, poi un altro. Una promessa, un trucco, una polemica, una pubblicità, un corpo, un avatar, un meme. Tutto sembra vivo, tutto sembra parlare, tutto sembra chiedere la nostra attenzione. Ma a guardare meglio, quasi niente parla davvero. È questa l’immagine da cui parte James O’Sullivan nel saggio “The Last Days of Social Media”, pubblicato su Noema Magazine il 2 settembre 2025. La sua tesi è semplice e radicale: i social media, così come li abbiamo conosciuti, sono entrati nella loro fase terminale. Non perché manchino i contenuti. Al contrario: perché ce ne sono troppi. E sempre meno umani.
17 Maggio 2026

Il labirinto dei libri e i ragazzini che lo attraversano

C’è un luogo, a Torino, dove per cinque giorni le parole smettono di stare ferme. Escono dalle copertine, salgono sulle scale mobili, si infilano tra gli stand, prendono il tram, si siedono nei bar, aspettano in fila accanto ai lettori. Alcune sono parole antiche, con il passo lento dei classici. Altre arrivano trafelate, appena stampate, ancora calde di tipografia. Altre ancora non sanno bene che cosa diventeranno: romanzo, saggio, poesia, fumetto, confessione, promessa. Quel luogo è il Salone Internazionale del Libro di Torino, che nel 2026 abita ancora una volta il Lingotto Fiere, dal 14 al 18 maggio
11 Maggio 2026

Piazza Rossa, la vittoria che non riesce a finire

C’è una cosa che colpisce, ogni volta che la Piazza Rossa torna a riempirsi di soldati, bandiere e passi cadenzati. Non sono soltanto le uniformi, né il profilo del Cremlino, né San Basilio sullo sfondo, quasi fosse una scenografia preparata dalla storia. È il fatto che, in Russia, la Seconda guerra mondiale non è mai davvero finita. È finita nei trattati, nei libri, nelle fotografie in bianco e nero, con Berlino distrutta e la bandiera rossa sul Reichstag. Ma nella coscienza politica russa la “Grande Guerra Patriottica” continua a essere un presente. Non un semplice ricordo, ma una chiave di lettura. Non una commemorazione, ma un linguaggio di potere.
30 Aprile 2026

La giornata del libro è passata. E forse va bene così

Adesso che la Giornata del libro è passata, forse si può parlare dei libri con un po’ più di verità e un po’ meno cerimonia. È finita la parte in cui tutti, giustamente, dicono che leggere è importante, che i libri aprono la mente, che una società senza lettura si impoverisce. Tutte cose vere. Ma anche cose che, ripetute nel giorno giusto, rischiano di suonare come certe frasi affettuose dette per calendario: sincere, magari, ma un po’ costrette. Forse i libri meritano un’altra temperatura. Meno celebrativa, più reale.
13 Aprile 2026

Persia, America e la lunga biografia degli imperi

Quando la Persia governava mezzo mondo, l’America non era ancora un nome della storia. Non era una potenza, non era uno Stato, non era un’idea politica. Era un immenso spazio abitato da molte società diverse, distribuite fra foreste, pianure, fiumi, deserti, coste. Comunità vive, complesse, radicate. Ma senza un centro unico, senza una capitale, senza una struttura capace di trasformare quel territorio in una forma comune di comando. Dall’altra parte del mondo, invece, quella forma esisteva già. L’impero achemenide, al suo culmine sotto Dario e Serse, si estendeva dal Mediterraneo orientale fino all’Indo e governava popoli diversi attraverso province, tributi, strade, corrieri, gerarchie, esercito e una solida amministrazione imperiale. Aveva soprattutto una qualità decisiva: la capacità di rendere governabile la vastità.
13 Aprile 2026

Crescita contro società

Da anni il confronto viene raccontato sempre allo stesso modo: gli Stati Uniti crescono, l’Europa rallenta. L’America innova, l’Europa regola. Di qua il dinamismo, di là la prudenza. Da questo schema discende una conclusione politica precisa: se l’America corre, l’Europa deve imitarla. Meno tasse, meno vincoli, meno welfare, meno Stato.
9 Aprile 2026

Quando sarà il nostro turno?

La vera domanda, dopo la minaccia di Trump contro la “civiltà iraniana”, non riguarda solo l’Iran. Riguarda il criterio che quelle parole provano a introdurre. Se un leader può evocare senza scandalo la distruzione di una civiltà intera, allora il problema non è soltanto il bersaglio di oggi. È il principio che si deposita per domani. Trump ha pronunciato quella frase nel pieno di un ultimatum sull’Iran, accompagnandola con minacce contro infrastrutture civili e dentro una crisi che solo dopo si è momentaneamente fermata in una fragile tregua. È qui che nasce la domanda: quando sarà il nostro turno?
30 Marzo 2026

La fine dell’appartenenza

Non ricordo quando fu l’ultima volta che vidi un simbolo. Una bandiera. Un logo. Una sede con una targa. Qualcosa che dicesse: qui si sta da una parte. All’inizio non ci feci caso. Sembrava solo un cambiamento di stile. Meno colori. Meno slogan. Più sobrietà. Poi sparirono anche i nomi. Le persone non dicevano più “io sono di…”. Dicevano: “su questo tema sono più vicino a…” Era una frase elegante. Sembrava più intelligente. E in parte lo era. Il sistema politico si era adattato. Niente più partiti stabili. Niente più programmi complessivi. Solo piattaforme. Su ogni singolo tema — lavoro, scuola, sicurezza — venivano costruite maggioranze variabili. Fluide.
26 Marzo 2026

L’Apocalisse come strategia?

C’è una scena che torna, ascoltando Peter Thiel. Non è una catastrofe. Non è una guerra. Non è nemmeno un crollo. È una stanza piena di persone molto razionali — investitori, politici, tecnici — che annuiscono mentre qualcuno dice, con calma: il mondo potrebbe non reggere così com’è. Prima però conviene fermarsi un attimo su chi parla, e a chi. Thiel non è un commentatore. È uno dei protagonisti della Silicon Valley degli ultimi vent’anni: cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook, fondatore di Palantir Technologies, una delle aziende più influenti — e meno visibili — nel campo dell’analisi dei dati per governi e grandi organizzazioni. E i luoghi in cui parla contano quanto le parole.
25 Marzo 2026

Il mestiere del dubbio.

Non sempre la politica mente. A volte fa una cosa più sottile, e forse più pericolosa: insinua. Non nega apertamente i fatti. Li avvolge. Non dice “questa verità è falsa”. Dice: “Siamo proprio sicuri?”. “Perché non se ne può discutere?”. “Non sarà che qualcuno ci nasconde qualcosa?”. È una tecnica antica. Ma nel nostro tempo è diventata un linguaggio di governo, di opposizione, di propaganda, di identità. Il caso di Robert F. Kennedy Jr. è interessante proprio per questo. Non solo per ciò che dice sui vaccini, sulla salute pubblica o sulle istituzioni scientifiche. Ma per il modo in cui lo dice. Per la grammatica del sospetto che costruisce, frase dopo frase. Per la sua capacità di presentare la sfiducia non come un eccesso, ma come una virtù. Non come una rottura, ma come una forma di coraggio civile.
22 Marzo 2026

Quando il potere smette di spiegarsi

C’è un passaggio, nell’articolo pubblicato su The Conversation dal professor Casey Ryan Kelly – docente di Communication Studies all’Università del Nebraska-Lincoln – che vale più di molti commenti politici: il potere, oggi, non sente più il bisogno di spiegarsi. Non è un’opinione giornalistica. È una diagnosi accademica. Kelly non racconta la guerra in Iran. Non entra nel merito strategico, non valuta le ragioni geopolitiche. Fa un passo indietro, più freddo, più rigoroso: osserva il linguaggio. E nel linguaggio individua un cambio di paradigma.
18 Marzo 2026

La preghiera e il comando

C’è un’immagine che racconta più di molte analisi ciò che sta accadendo in America. Nella Sala Ovale, il presidente degli Stati Uniti tiene gli occhi chiusi. Accanto a lui, un pastore gli posa una mano sulla spalla e prega. La scena potrebbe sembrare privata, quasi intima. In realtà è una scena pubblica. E soprattutto è una scena politica. Perché la Sala Ovale non è una chiesa, né una casa. È il luogo in cui il potere si rappresenta. E quando il linguaggio della fede entra lì, o viene portato lì con tanta evidenza, non parla soltanto di spiritualità. Parla di legittimazione, di appartenenza, di missione.
11 Marzo 2026

L’etica può fermare gli algoritmi della guerra?

C’è un momento, nella storia, in cui una tecnologia smette di essere soltanto una tecnologia e diventa uno specchio. Non ci dice più solo cosa possiamo fare. Ci dice chi siamo. L’intelligenza artificiale è arrivata a quel punto. La notizia che ha riaperto la discussione è concreta. Una società americana, Anthropic, tra i protagonisti della nuova generazione di modelli di AI, ha imposto limiti severi all’uso dei propri sistemi in ambito militare: niente armi completamente autonome, niente sorveglianza di massa, niente utilizzi che possano trasformare l’algoritmo in una macchina di decisione letale. Il Pentagono non l’ha presa bene.
4 Marzo 2026

Il mondo si sta rompendo

Il mondo si rompe sempre nello stesso modo: lentamente, e sotto gli occhi di tutti. Prima una crepa sottile. Poi un’altra. Poi una rete di fratture che attraversa tutto e che all’improvviso rende evidente ciò che prima sembrava solido. Per anni abbiamo chiamato stabilità ciò che era soltanto abitudine. Abbiamo chiamato ordine ciò che era equilibrio precario. Abbiamo chiamato progresso una corsa in avanti che preferiva non guardare il conto. Ora quel conto arriva.
1 Marzo 2026

La voce e il vuoto

A un certo punto, negli Stati Uniti, la politica ha smesso di sembrare una discussione ed è tornata a somigliare a un conflitto. Non è successo all’improvviso. E soprattutto non è successo per caso. Per anni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: le democrazie ricche sono stabili, razionali, capaci di assorbire le tensioni. La politica, lì, può anche essere dura, ma resta dentro i confini del confronto civile. È una convinzione che oggi scricchiola. C’è un saggio pubblicato su Aeon che aiuta a mettere a fuoco il punto. La sua tesi, semplice e scomoda, è questa: la violenza politica non è un’anomalia delle società fragili. Può emergere, e sta emergendo, proprio dentro le democrazie più avanzate.
26 Febbraio 2026

Il potere e il limite

Non è una storia di sesso. È una storia di potere. A un certo punto la domanda cambia forma. Non è più "che cosa è successo nel caso Epstein", ma qualcosa di più scomodo: perché il potere, quando diventa davvero potere, sembra smarrire il senso del limite proprio lì dove dovrebbe essere più evidente? Se restiamo sulla superficie, la risposta è facile e anche un po' consolatoria: devianza, patologia, eccezione. Funziona perché ci permette di chiudere il caso dentro una categoria e andare oltre. Ma se allarghiamo lo sguardo, quella spiegazione inizia a scricchiolare. Non perché sia falsa, ma perché è insufficiente.
24 Febbraio 2026

Perché ci attrae il modello americano?

Noi europei diciamo “America” e spesso non stiamo parlando di un Paese. Stiamo parlando di una promessa. Di un pacchetto di immagini che ci arriva addosso da decenni, lucido, coerente, quasi inevitabile. Libertà. Velocità. Reinvenzione. Successo visibile. E una politica che sembra sempre una scena decisiva, mai una riunione di condominio. La prima cosa che ci attrae, psicologicamente, è l’idea che tu possa ricominciare. Non domani. Oggi. Cambi città, cambi lavoro, cambi storia. Ti presenti con un nome e con un progetto. E il mondo, almeno nel racconto, non ti chiede permesso.
15 Febbraio 2026

La politica della demolizione

C’è una parola che torna, quasi ossessiva, nell’aria geopolitica di questo inizio 2026: demolire. Non correggere. Non riformare. Demolire. Il linguaggio che descrive la politica internazionale sembra uscito da un cantiere: ruspe, catene, palle da demolizione. Il Munich Security Conference ha scelto per il suo rapporto annuale un titolo che è già una diagnosi: “Under Destruction”. E l’idea di fondo è brutale nella sua semplicità: l’ordine internazionale costruito dal 1945 in poi non sta “scricchiolando”, sta venendo preso a colpi.
5 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.
3 Febbraio 2026

Adolescenza tecnologica: come non autodistruggerci

C’è una scena nel film Contact (dal romanzo di Carl Sagan) che funziona come una domanda-madre. A un’astronoma candidata a rappresentare l’umanità davanti a un’altra civiltà chiedono: “Se potessi fare una sola domanda, quale sarebbe?”. Lei risponde: “Come avete fatto? Come siete sopravvissuti alla vostra adolescenza tecnologica senza distruggervi?” Oggi quella domanda è tornata a circolare perché Dario Amodei l’ha presa come chiave d’apertura di un saggio molto discusso, “The Adolescence of Technology”. La tesi è questa: stiamo costruendo qualcosa di potentissimo, che cresce più in fretta delle nostre abitudini civili. E quando una tecnologia diventa “adulto” prima delle regole, la società rischia di reagire in due modi ugualmente stupidi: o negando, o vietando a casaccio. L’idea di Amodei, invece, è più inquietante e più utile: trattarla come un’adolescenza, cioè come una fase in cui l’energia è reale, i benefici sono reali, ma il rischio di gesti irreversibili aumenta proprio perché tutto accelera.