Terza pagina

Domanda iniziale. Tesi chiara. Tre scene che parlano tra loro (ieri, Novecento, adesso). Poi il meccanismo che spiega le connessioni, le obiezioni oneste, e uno sguardo in avanti: come potrebbero evolvere le cose nei prossimi 5–20 anni e che cosa significa per noi—scuola, lavoro, istituzioni, vita quotidiana.
“Terza Pagina” è il nostro laboratorio civile: cultura come strumento di orientamento, non come arredamento. Usiamo un linguaggio pulito, esempi verificabili, fonti indicate senza pedanteria. Niente tecnicismi inutili. Ritmo narrativo, ma precisione. Vogliamo lettori critici, non tifosi.
Se cerchi chiarezza senza semplificazioni brutali, sei nel posto giusto. Qui le idee fanno attrito con la realtà, e dall’attrito nasce luce.
3 Ottobre 2026

Le parole dopo la paura

Ci sono momenti in cui le parole arrivano troppo in fretta. Il dolore è ancora vivo, le immagini continuano a scorrere, non sappiamo bene che cosa stia accadendo. Eppure sentiamo già il bisogno di indicare un colpevole, scegliere una parte, immaginare una risposta. Accadde dopo l’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle erano crollate da poche settimane quando Oriana Fallaci pubblicò sul Corriere della Sera un lungo intervento destinato a lasciare un segno profondo. Il titolo era già una dichiarazione: La rabbia e l’orgoglio. Non era soltanto la reazione di una grande giornalista a un attentato che aveva colpito la città nella quale viveva. Era uno sfogo, una denuncia, un atto d’accusa contro l’estremismo islamico. Ma anche qualcosa di più vasto e controverso. Nella foga di quelle pagine, il confine tra terrorismo, Islam e mondo musulmano finiva spesso per confondersi. Pochi giorni dopo, l’8 ottobre, Tiziano Terzani le rispose con una lettera aperta: Il sultano e San Francesco. La lettera comincia quasi sottovoce. Terzani è nella campagna toscana e immagina Fallaci davanti alle finestre della sua casa di New York, in un panorama dal quale mancano ormai le Torri. Ricorda una passeggiata fatta insieme molti anni prima, tra i cipressi e gli ulivi. Lei era già una giornalista affermata. Lui stava per partire per la Cina. Avevano pensato di scriversi delle «lettere da due mondi diversi». Non lo fecero. Quella lettera arrivò molti anni dopo, quando la distanza tra i loro mondi non era più soltanto geografica.
1 Ottobre 2026

Abbiamo aggiunto anni alla vita. Ma sappiamo cosa farne?

Per buona parte della storia umana il problema è stato vivere abbastanza. Arrivare all’età adulta, superare una malattia, mettere al mondo dei figli e vederli crescere. La vecchiaia era una possibilità concessa a qualcuno, non una stagione della vita nella quale prima o poi sarebbe entrata una parte consistente della popolazione. Poi è successo qualcosa di straordinario. Medicina, igiene, alimentazione, condizioni di vita migliori hanno allungato enormemente la nostra esistenza. Nel 1950 l’aspettativa media di vita nel mondo era inferiore ai cinquant’anni. Oggi supera i settanta e nei paesi più ricchi è molto più alta. Naturalmente queste medie vanno maneggiate con attenzione. In passato pesava enormemente la mortalità infantile e non è vero che a cinquant’anni fossero tutti vecchi e prossimi alla morte. Però il cambiamento rimane impressionante. Abbiamo conquistato anni. Il fatto curioso è che non sembra altrettanto chiaro che cosa farne. Continuiamo infatti a raccontare la vita più o meno con la stessa vecchia mappa. C’è il tempo in cui si cresce e si studia. Quello in cui si lavora, si costruisce una famiglia, si fanno progetti. Poi arriva la pensione e comincia una zona più indistinta. La chiamiamo vecchiaia. Solo che quella zona, oggi, può durare venti o trent’anni.
26 Settembre 2026

Lo stesso podio, un altro mondo

Nel 2025 Trump arrivò all’ONU per contestare l’ordine internazionale. Un anno dopo è tornato per mostrare ciò che ha messo al suo posto. La sala è la stessa. Il marmo verde alle spalle del podio, l’emblema delle Nazioni Unite, le delegazioni in ascolto. Anche l’uomo è lo stesso, naturalmente. Donald Trump parla con quel tono che conosciamo: un po’ presidente, un po’ uomo d’affari che presenta i risultati dell’ultimo esercizio. Eppure, riascoltando uno dopo l’altro i suoi due discorsi all’Assemblea generale, si avverte una differenza. Non tanto nel linguaggio. Trump è rimasto Trump. È cambiato il posto dal quale sembra parlare. Nel settembre del 2025 era tornato all’ONU come un contestatore entrato nel palazzo. Attaccava l’organizzazione per la sua impotenza, l’Europa per l’immigrazione e le politiche ambientali, i governi che avevano affidato una parte della propria autonomia a organismi internazionali. Il cambiamento climatico era una truffa, le frontiere aperte un suicidio, la transizione energetica un errore destinato a impoverire l’Occidente. Dietro le provocazioni si riconosceva una convinzione precisa: ogni nazione deve pensare prima di tutto a se stessa. Era il vecchio “America First”, ma pronunciato nel luogo nato, dopo la Seconda guerra mondiale, dalla speranza opposta. L’ONU esiste perché le nazioni, almeno in alcuni momenti, accettino di non poter fare tutto da sole. Trump diceva che quel sistema non funzionava più. Le organizzazioni internazionali parlavano, approvavano risoluzioni, moltiplicavano uffici. Intanto le guerre continuavano e i confini diventavano più fragili. Nel suo racconto, soltanto il ritorno alla sovranità poteva rimettere ordine nel mondo. Il discorso del 22 settembre 2026 parte da lì, ma va oltre.
26 Settembre 2026

Il diritto di mandarli a casa

Ho letto Karl Popper da giovane, quando studiavo Scienze politiche. Erano anni in cui le grandi ideologie esercitavano ancora un fascino potente. Promettevano di spiegare la storia, qualche volta perfino di conoscerne in anticipo la direzione. Popper insegnava a diffidare proprio di questo: delle teorie che pretendono di avere sempre ragione e di chi, sentendosi dalla parte giusta della storia, finisce per considerare un ostacolo chiunque gli si opponga. Molte pagine lette allora si sono inevitabilmente allontanate. È rimasta, però, una domanda. Non chi dovrebbe governare, ma come possiamo impedire che governanti incapaci o pericolosi facciano troppo danno. Sembra una distinzione da filosofi. In realtà cambia il modo di guardare alla democrazia. Per secoli abbiamo cercato di stabilire chi fosse più adatto a comandare: i sapienti, i virtuosi, i migliori, il popolo, una classe sociale, un uomo investito da Dio o dalla storia. Anche oggi, quando scegliamo un leader, continuiamo spesso a cercare qualità eccezionali. Competenza, coraggio, capacità di decidere. Qualcuno al quale affidarsi. Popper parte invece da un’ipotesi meno entusiasmante ma più realistica: chiunque arrivi al potere può sbagliare. Può rivelarsi inadeguato, può cedere alla tentazione di abusare del proprio ruolo. Perfino una persona capace e animata dalle migliori intenzioni può prendere decisioni sbagliate. Non esiste un sistema sicuro per riconoscerla prima e, soprattutto, non esiste un’investitura che la renda infallibile dopo.
8 Settembre 2026

L’Africa non era così piccola

L’ONU invita a cambiare il planisfero che conosciamo da secoli. Non è solo una questione geografica: le mappe raccontano anche chi occupa il centro del mondo. C’è una carta geografica che quasi tutti abbiamo conosciuto da bambini. Stava appesa alla parete della scuola, spesso accanto alla lavagna. L’Europa al centro, la Russia distesa per mezza parete, il Canada enorme e una Groenlandia grande quasi quanto l’Africa. Nessuno ci spiegava che quell’immagine non era il mondo. Era uno dei molti modi possibili di rappresentarlo. Il 4 settembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato, con 164 voti favorevoli, sei astensioni e il solo voto contrario degli Stati Uniti, una risoluzione intitolata Correct the Map: correggere la mappa. L’iniziativa è stata presentata dal Togo, a nome dei paesi africani, e sostenuta dall’Unione Africana. A leggere molti titoli sembrerebbe che l’ONU abbia deciso di sostituire il vecchio planisfero con uno nuovo. Non è esattamente così. La risoluzione non è vincolante, non mette al bando la proiezione di Mercatore e non impone un’unica carta ufficiale. Invita governi, scuole, mezzi d’informazione, istituzioni e piattaforme digitali a usare, quando si devono confrontare le dimensioni dei continenti, mappe che ne rispettino le reali proporzioni. Fra quelle indicate c’è Equal Earth, una proiezione realizzata nel 2018 dai cartografi Bojan Šavrič, Tom Patterson e Bernhard Jenny. Mantiene corretti i rapporti fra le superfici e cerca, nello stesso tempo, di conservare ai continenti un aspetto riconoscibile. I bordi sono curvi, quasi a ricordare che dietro quella figura distesa su un foglio continua a esserci un pianeta rotondo.
6 Settembre 2026

Una forma nuova per un progetto che cresce

In questi mesi Canale Cultura è cambiato. Non nell’idea da cui era partito, ma nelle possibilità che ha cominciato a intravedere. All’inizio c’era una convinzione piuttosto semplice. Esiste una cultura che fatica a trovare spazio nei grandi circuiti dell’informazione e ancora meno ne trova nel rumore quotidiano dei social. È la cultura custodita negli archivi, nei piccoli musei, nelle biblioteche e nei territori. Vive nelle storie locali, nelle fotografie dimenticate, nelle opere che abbiamo davanti agli occhi e che spesso non sappiamo più guardare. Ma è anche la cultura delle domande del presente. Quelle che non ammettono risposte frettolose e chiedono attenzione, competenza, qualche minuto in più. Da questa convinzione sono nati articoli, rubriche, interviste, documentari e progetti audiovisivi. Abbiamo costruito siti e canali di distribuzione. Incontrato studiosi, autori, produttori, amministratori e persone che conservano materiali preziosi, talvolta senza sapere come restituirli al pubblico. Ci siamo imbattuti anche in filmati realizzati da enti, musei e istituzioni con grande cura e investimenti importanti, ma rimasti quasi invisibili dopo poche presentazioni. Materiali che meriterebbero una seconda vita, un pubblico nuovo, un contesto capace di rimetterli in circolazione. È stato allora che abbiamo capito che Canale Cultura non era più soltanto un progetto editoriale. Stava prendendo la forma di qualcosa di più ampio: un luogo d’incontro tra ricerca e divulgazione, memoria e linguaggi contemporanei, produzione e distribuzione. Un piccolo ecosistema culturale che prova a trasformare patrimoni dispersi in racconti pubblici. Dagli archivi alle storie, dalle storie alle persone. La decisione di diventare Associazione di Promozione Sociale nasce da qui.
1 Settembre 2026

Il giorno in cui consegneremo le chiavi

C’è un modo abbastanza semplice per non prendere troppo sul serio le profezie sulla fine dell’umanità per colpa dell’intelligenza artificiale: immaginare Terminator. Una macchina diventa cosciente, ci guarda e decide che saremmo più utili da morti. Poi comincia lo sterminio. A quel punto possiamo quasi rassicurarci. È fantascienza. Il problema è che Andrew Critch e Jacob Tsimerman hanno provato a raccontare una storia diversa. Una storia in cui le macchine non ci odiano, non si vendicano e non hanno neppure bisogno di diventare “cattive”. Nel luglio del 2025 hanno pubblicato un breve saggio dal titolo poco rassicurante: A Taxonomy of Omnicidal Futures Involving Artificial Intelligence. Una tassonomia dei possibili futuri omnicidi legati all’intelligenza artificiale. Tsimerman non è un profeta della Silicon Valley. È un matematico dell’Università di Toronto e, un anno dopo la pubblicazione del saggio, avrebbe ricevuto la Medaglia Fields, il riconoscimento più prestigioso della matematica. Critch studia invece a Berkeley i problemi di compatibilità tra intelligenza artificiale e interessi umani. Questo, naturalmente, non trasforma le loro ipotesi in previsioni. Un grande matematico può sbagliarsi sul futuro come chiunque altro. Però rende un po’ più difficile liquidare tutto con una battuta. La domanda da cui partono è semplice: se un’intelligenza artificiale molto avanzata può rappresentare un rischio esistenziale per l’umanità, come potrebbe accadere?
23 Agosto 2026

Dove ci portano le storie

Quando abbiamo cominciato a lavorare a Canale Cultura l’idea era abbastanza semplice. Fare un buon sito culturale. Sembra poco, detto così. In realtà significava già prendere qualche decisione. Non inseguire le notizie a tutti i costi. Non parlare soltanto agli specialisti. Non confondere la cultura con l’accademia e nemmeno con quella specie di intrattenimento culturale nel quale, alla fine, tutto deve essere facile, veloce e possibilmente divertente. Volevamo soprattutto raccontare delle cose che ci interessavano. La storia, certamente. Ma anche i libri, la musica, il cinema, i territori, le persone. E poi alcune domande sul presente che difficilmente trovano posto nella cronaca quotidiana perché richiedono un po’ più di tempo. L’intelligenza artificiale, il cambiamento della televisione, la memoria dei luoghi, la trasformazione dei piccoli paesi. Canale Cultura è cresciuto così. In maniera abbastanza disordinata, a dire il vero. Ed è forse una delle cose che oggi mi piacciono di più.
20 Agosto 2026

Il silenzio come bene raro

Non lo incontriamo per caso. Lo cerchiamo. Lo prenotiamo. A volte lo paghiamo. Come se fosse una risorsa naturale in via di esaurimento, da proteggere o da conquistare per qualche ora. Non è sempre stato così. Il silenzio, un tempo, era la condizione normale delle cose. Interrotto, certo, ma non invaso. C’erano rumori, voci, lavori. Ma c’era anche spazio. Tra un suono e l’altro. Tra una parola e la successiva. Oggi quello spazio si è ristretto. Viviamo immersi in un flusso continuo: notifiche, sottofondi, commenti, spiegazioni. Anche ciò che nasce per rilassarci spesso arriva già accompagnato da un rumore. Come se il vuoto facesse paura. Come se il silenzio dovesse essere subito riempito, giustificato, tradotto. Eppure il silenzio non è assenza. È presenza non mediata.
13 Agosto 2026

La geopolitica spiegata troppo bene

La politica internazionale è un territorio nel quale agiscono contemporaneamente geografia, economia, ideologie, interessi, paure, ambizioni personali, memoria storica e perfino errori di valutazione. Ogni teoria illumina una parte della scena. Nessuna, da sola, accende tutte le luci. C’è stato un momento in cui, quasi all’improvviso, tutto è diventato geopolitico. La data simbolica può essere individuata nel 24 febbraio 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Da allora abbiamo cominciato a parlare quotidianamente di profondità strategica, sfere d’influenza, accesso ai mari, corridoi energetici, terre di confine. Abbiamo riscoperto che le montagne possono proteggere uno Stato, che gli stretti possono condizionare i commerci, che una pianura può diventare una via d’invasione. Abbiamo capito che una carta geografica non è soltanto il disegno del mondo: può essere anche il progetto di chi vuole dominarne una parte.
2 Agosto 2026

Musk, il profeta che ci chiede di non avere paura

Elon Musk parla del futuro come se lo avesse già attraversato. È il suo talento, ma anche il limite che impone a chi lo ascolta. Le sue previsioni non sono soltanto analisi: sono atti di comunicazione, talvolta provocazioni, talvolta obiettivi industriali formulati come destino. Vanno prese sul serio, dunque, senza prenderle alla lettera. Nell’intervista rilasciata a The Economist, Musk dice che entro cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe superare la somma dell’intelligenza umana; entro dieci, le macchine saprebbero fare quasi tutto meglio di noi. A quel punto, aggiunge, i robot porteranno questa potenza nel mondo fisico: produrranno beni, forniranno servizi, renderanno il lavoro una scelta, come coltivare pomodori nell’orto quando il supermercato ne offre di migliori e a minor prezzo.
22 Luglio 2026

Dove una comunità prende voce

Una sera d’inverno, in un piccolo paese, le finestre si spengono presto. Il bar resta aperto ancora un poco, qualche automobile attraversa la piazza, poi tutto sembra fermarsi. Ma dietro una porta laterale del municipio, o dentro una vecchia sala parrocchiale, c’è ancora luce. Qualcuno ripassa una battuta. Qualcun altro sistema una sedia, prova un ingresso, controlla un costume. C’è un pensionato che per qualche settimana sarà un re, una ragazza che non aveva mai parlato davanti a cinquanta persone, un commerciante che dimentica le parole, un’insegnante che dirige tutti con pazienza. Non sono attori professionisti. Forse lo spettacolo non sarà perfetto. Eppure, in quella sala, sta accadendo qualcosa di importante. Un paese sta provando a rappresentare se stesso. Siamo abituati a considerare il teatro come un edificio, un cartellone, una stagione di spettacoli. Pensiamo ai grandi attori, alle tournée, alle platee delle città. Nei piccoli centri, invece, viene spesso trattato come un lusso: bello, certamente, ma non indispensabile. È un errore. Un teatro attivo, anche piccolo, non è soltanto un luogo di intrattenimento. È una forma di infrastruttura civile. Come una biblioteca, una scuola, una piazza. Tiene insieme persone, ricordi, linguaggi.
22 Luglio 2026

Dopo il woke

Per alcuni è la fine di un incubo. Per altri, l’inizio di una restaurazione. Le grandi aziende americane cancellano obiettivi di diversità. Le università riscoprono la neutralità istituzionale. Le sponsorizzazioni dei Pride diminuiscono. Nei social tornano l’umorismo scorretto, l’esaltazione della forza individuale e una nuova insofferenza verso il linguaggio considerato moralistico. È dunque finita l’epoca “woke”? La risposta più seria è: in parte sì, ma non nel senso annunciato dai suoi avversari. Sta arretrando una particolare stagione del progressismo occidentale: quella nella quale l’attenzione alle discriminazioni si è trasformata anche in linguaggio aziendale, sistema di certificazioni, campagne pubblicitarie, corsi obbligatori e prese di posizione istituzionali. Non stanno invece scomparendo le questioni che quella stagione aveva portato alla luce: le disparità razziali, le discriminazioni delle donne, i diritti delle persone omosessuali, le difficoltà di accesso ai luoghi del potere. Più che la fine del woke, stiamo osservando il passaggio dalla sua espansione alla sua revisione.
19 Luglio 2026

La casa dimenticata dalla filosofia

C’è un luogo nel quale impariamo quasi tutto ciò che, più tardi, chiameremo politica. Impariamo a dividere gli spazi, a rispettare o contestare un’autorità, a condividere le risorse, ad accettare obblighi, a prenderci cura degli altri. Impariamo il conflitto, la dipendenza, la collaborazione, l’ingiustizia. Quel luogo non è il Parlamento, non è il tribunale, non è la piazza. È la casa. Eppure la filosofia politica, per secoli, ha parlato soprattutto dello Stato, delle leggi, delle istituzioni e della cittadinanza. Ha discusso a lungo di come gli uomini vivono insieme nella città, ma molto meno di come donne, uomini, bambini, anziani e servitori vivono insieme sotto lo stesso tetto. La filosofa Sandrine Bergès parte proprio da questa assenza. Nel suo saggio A Philosophy of Home si domanda perché la casa sia quasi scomparsa dalla storia del pensiero occidentale. La sua risposta è semplice, ma non innocua: la filosofia ha conservato del passato ciò che riteneva degno di essere tramandato. E a decidere che cosa fosse importante sono stati, quasi sempre, uomini. Così la politica è diventata la scienza dello Stato. La vita domestica è stata retrocessa a fatto privato, naturale, minore. Qualcosa che accadeva dietro le porte chiuse, mentre altrove gli uomini discutevano di giustizia, governo e libertà. Non era sempre stato così.
19 Luglio 2026

Hanno rubato il futuro alla fantascienza?

Nel gennaio del 2026 Elon Musk si trovava davanti al segretario alla Difesa degli Stati Uniti e ai vertici del Pentagono, nella base texana di SpaceX. «Vogliamo rendere reale Star Trek», disse. Vogliamo grandi astronavi, viaggi tra le stelle, incontri con civiltà aliene. Vogliamo che la fantascienza diventi realtà. Era una frase perfetta. Entusiasmante, quasi infantile nella sua immediatezza. Chi non vorrebbe vedere l’umanità partire alla scoperta dell’universo? Eppure mancava qualcosa. Mancava quasi tutto ciò che rendeva davvero rivoluzionario Star Trek. Nella società immaginata da Gene Roddenberry il denaro ha perduto la sua importanza, la povertà è stata superata e l’esplorazione spaziale non serve ad arricchire un’azienda o a garantire il predominio militare di una nazione. La Federazione dei Pianeti Uniti è costruita sulla cooperazione, sulla conoscenza e sull’incontro tra culture diverse. Musk conserva le astronavi, le uniformi e l’avventura. Ma lascia a terra l’idea politica. Vuole l’Enterprise, purché venga costruita da una società privata e messa a disposizione del complesso militare-industriale. È un dettaglio? Forse è il cuore della questione.
7 Luglio 2026

Quando il medico prescrive il teatro

Musei, musica, danza e lettura stanno entrando nei percorsi di cura. Non come alternative alla medicina, ma come strumenti contro isolamento, fragilità e disagio. Immaginiamo una ricetta un po’ diversa dal solito. Al posto del nome di un farmaco, potrebbe comparire l’indicazione di partecipare a un laboratorio teatrale, visitare un museo, cantare in un coro o prendere parte a un gruppo di lettura. Si chiama prescrizione sociale. È un modello attraverso il quale medici e operatori sanitari mettono le persone in contatto con attività non cliniche presenti sul territorio. L’idea nasce da una constatazione semplice: non tutti i problemi che arrivano nello studio di un medico possono essere affrontati soltanto con una medicina. Solitudine, perdita di relazioni, disagio psicologico e isolamento incidono sulla salute, ma spesso richiedono risposte sociali e culturali.
18 Giugno 2026

Una specie può sopravvivere e perdere la propria cultura

Siamo abituati a pensare che la salvezza di una specie possa essere espressa con un numero. Cento esemplari sono pochi. Mille sono meglio. Diecimila rappresentano un successo. Gli animali tornano a riprodursi, la popolazione cresce, il rischio di estinzione diminuisce. Possiamo tirare un respiro di sollievo. Ma che cosa stiamo contando davvero? Qualche anno fa, alcuni ecologi trasferirono gruppi di pecore delle Montagne Rocciose in territori dai quali erano scomparse. Gli animali erano stati scelti con cura. Erano sani, numerosi, capaci di riprodursi. Dal punto di vista biologico sembrava esserci tutto ciò che serviva per ricostruire una popolazione. Eppure mancava qualcosa. Quelle pecore non sapevano dove andare. Non conoscevano le rotte stagionali, i passaggi meno esposti ai predatori, i tempi della vegetazione, i luoghi dove trovare nutrimento nei diversi momenti dell’anno. Alcune seguirono gli animali che già vivevano nella zona e impararono. Altre non migrarono affatto. Si scoprì così che quei percorsi non erano soltanto il risultato dell’istinto. Erano conoscenze tramandate. Le madri le avevano insegnate ai piccoli, gli anziani ai giovani, una generazione alla successiva. Gli animali erano vivi. Ma una parte della loro memoria non era arrivata con loro.
15 Giugno 2026

Il nome sotto il quadro

Un quadro appeso a una parete sembra una cosa silenziosa. Sta lì. Dentro una cornice. Con la sua luce, i suoi colori, la sua materia. Noi ci avviciniamo, guardiamo, magari ci emozioniamo. Poi abbassiamo gli occhi e leggiamo la targhetta. Leonardo da Vinci. Caravaggio. Vermeer. Attribuito a. Bottega di. Seguace di. Copia da. In quel momento, senza che il quadro si sia mosso di un millimetro, tutto cambia. La stessa immagine può valere centinaia di milioni, oppure poche centinaia di migliaia di euro. Può entrare nei manuali di storia dell’arte, oppure scivolare in una nota a piè di pagina. Può diventare orgoglio di un museo, garanzia per un’assicurazione, investimento per un collezionista, argomento per un governo. Oppure può diventare un problema.
14 Giugno 2026

La democrazia ha bisogno di attrito

Immaginiamo una sala comunale italiana. Potrebbe essere in provincia, in una città media, in un quartiere di periferia. Sedie di plastica, microfono che gracchia, assessore un po’ stanco, cittadini arrivati dopo cena. Il tema è concreto: una nuova zona a traffico limitato, un centro per migranti, una scuola da accorpare, un impianto da costruire, una piazza da rifare. All’inizio parlano tutti insieme. C’è chi protesta perché perderà clienti. Chi chiede più sicurezza. Chi difende l’ambiente. Chi teme di essere dimenticato. Chi vuole decidere subito e chi vorrebbe fermare tutto. Qualcuno urla. Qualcuno legge un foglio. Qualcuno racconta un’esperienza personale che non rientra in nessuna tabella. È faticoso, lento, perfino irritante. Poi immaginiamo che arrivi una piattaforma intelligente. Una macchina capace di ascoltare tutti, raccogliere gli interventi, ordinarli, trovare le parole ricorrenti, misurare le priorità, individuare una possibile sintesi. In pochi minuti produce un testo equilibrato. Riconosce le ragioni di ciascuno. Evita le frasi aggressive. Smussa gli eccessi. Propone una formula comune. Tutti respirano. Finalmente, sembra, la politica ha trovato un traduttore. Ma proprio qui comincia il problema. Che cosa è stato salvato da quella sintesi? E che cosa è stato perduto?
10 Giugno 2026

L’anima è tornata nella natura

Che cosa perdiamo se scopriamo che anche l’anima appartiene alla natura? È una domanda che può sembrare astratta. Una di quelle questioni che si discutono nei dipartimenti di filosofia, tra parole difficili, esperimenti mentali e definizioni che sembrano costruite apposta per tenere lontano il lettore comune. Eppure ci riguarda molto da vicino. Riguarda ciò che proviamo quando ricordiamo una persona amata. Riguarda il dolore, la paura, la vergogna, il piacere di una musica. Riguarda quella voce silenziosa con cui parliamo a noi stessi. Riguarda la sensazione, difficile da descrivere ma impossibile da ignorare, di essere qualcuno. Non soltanto un corpo che funziona. Non soltanto un organismo che respira, mangia, dorme e reagisce agli stimoli. Qualcuno. È da qui che nasce il problema della coscienza. Ed è contro il modo in cui questo problema viene spesso formulato che Carlo Rovelli ha scritto un saggio dal titolo provocatorio: “Non esiste un problema difficile della coscienza”.