
Terza pagina
Domanda iniziale. Tesi chiara. Tre scene che parlano tra loro (ieri, Novecento, adesso). Poi il meccanismo che spiega le connessioni, le obiezioni oneste, e uno sguardo in avanti: come potrebbero evolvere le cose nei prossimi 5–20 anni e che cosa significa per noi—scuola, lavoro, istituzioni, vita quotidiana.“Terza Pagina” è il nostro laboratorio civile: cultura come strumento di orientamento, non come arredamento. Usiamo un linguaggio pulito, esempi verificabili, fonti indicate senza pedanteria. Niente tecnicismi inutili. Ritmo narrativo, ma precisione. Vogliamo lettori critici, non tifosi.
Se cerchi chiarezza senza semplificazioni brutali, sei nel posto giusto. Qui le idee fanno attrito con la realtà, e dall’attrito nasce luce.
2 Agosto 2026
Elon Musk parla del futuro come se lo avesse già attraversato. È il suo talento, ma anche il limite che impone a chi lo ascolta. Le sue previsioni non sono soltanto analisi: sono atti di comunicazione, talvolta provocazioni, talvolta obiettivi industriali formulati come destino. Vanno prese sul serio, dunque, senza prenderle alla lettera.
Nell’intervista rilasciata a The Economist, Musk dice che entro cinque anni l’intelligenza artificiale potrebbe superare la somma dell’intelligenza umana; entro dieci, le macchine saprebbero fare quasi tutto meglio di noi. A quel punto, aggiunge, i robot porteranno questa potenza nel mondo fisico: produrranno beni, forniranno servizi, renderanno il lavoro una scelta, come coltivare pomodori nell’orto quando il supermercato ne offre di migliori e a minor prezzo.
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1 Agosto 2026
Qualche giorno fa, davanti a una pagina bianca, ho fatto quello che ormai fanno milioni di persone. Ho aperto un programma di intelligenza artificiale e gli ho chiesto un'idea.
La risposta è arrivata in pochi secondi.
Corretta. Ordinata. Persino brillante.
L'ho letta, ho sorriso e ho chiuso la finestra.
Non perché fosse sbagliata. Ma perché, per un istante, mi sono accorto di aver posto la domanda meno importante.
Non era: che cosa sa fare questa macchina?
Era un'altra.
Quanto siamo disposti a delegarle, poco alla volta, il compito di suggerirci la direzione?
È una differenza sottile, ma decisiva.
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22 Luglio 2026
Una sera d’inverno, in un piccolo paese, le finestre si spengono presto. Il bar resta aperto ancora un poco, qualche automobile attraversa la piazza, poi tutto sembra fermarsi.
Ma dietro una porta laterale del municipio, o dentro una vecchia sala parrocchiale, c’è ancora luce.
Qualcuno ripassa una battuta. Qualcun altro sistema una sedia, prova un ingresso, controlla un costume. C’è un pensionato che per qualche settimana sarà un re, una ragazza che non aveva mai parlato davanti a cinquanta persone, un commerciante che dimentica le parole, un’insegnante che dirige tutti con pazienza.
Non sono attori professionisti. Forse lo spettacolo non sarà perfetto. Eppure, in quella sala, sta accadendo qualcosa di importante.
Un paese sta provando a rappresentare se stesso.
Siamo abituati a considerare il teatro come un edificio, un cartellone, una stagione di spettacoli. Pensiamo ai grandi attori, alle tournée, alle platee delle città. Nei piccoli centri, invece, viene spesso trattato come un lusso: bello, certamente, ma non indispensabile.
È un errore.
Un teatro attivo, anche piccolo, non è soltanto un luogo di intrattenimento. È una forma di infrastruttura civile. Come una biblioteca, una scuola, una piazza. Tiene insieme persone, ricordi, linguaggi.
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22 Luglio 2026
Per alcuni è la fine di un incubo. Per altri, l’inizio di una restaurazione.
Le grandi aziende americane cancellano obiettivi di diversità. Le università riscoprono la neutralità istituzionale. Le sponsorizzazioni dei Pride diminuiscono. Nei social tornano l’umorismo scorretto, l’esaltazione della forza individuale e una nuova insofferenza verso il linguaggio considerato moralistico.
È dunque finita l’epoca “woke”?
La risposta più seria è: in parte sì, ma non nel senso annunciato dai suoi avversari.
Sta arretrando una particolare stagione del progressismo occidentale: quella nella quale l’attenzione alle discriminazioni si è trasformata anche in linguaggio aziendale, sistema di certificazioni, campagne pubblicitarie, corsi obbligatori e prese di posizione istituzionali. Non stanno invece scomparendo le questioni che quella stagione aveva portato alla luce: le disparità razziali, le discriminazioni delle donne, i diritti delle persone omosessuali, le difficoltà di accesso ai luoghi del potere.
Più che la fine del woke, stiamo osservando il passaggio dalla sua espansione alla sua revisione.
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19 Luglio 2026
C’è un luogo nel quale impariamo quasi tutto ciò che, più tardi, chiameremo politica.
Impariamo a dividere gli spazi, a rispettare o contestare un’autorità, a condividere le risorse, ad accettare obblighi, a prenderci cura degli altri. Impariamo il conflitto, la dipendenza, la collaborazione, l’ingiustizia. Quel luogo non è il Parlamento, non è il tribunale, non è la piazza.
È la casa.
Eppure la filosofia politica, per secoli, ha parlato soprattutto dello Stato, delle leggi, delle istituzioni e della cittadinanza. Ha discusso a lungo di come gli uomini vivono insieme nella città, ma molto meno di come donne, uomini, bambini, anziani e servitori vivono insieme sotto lo stesso tetto.
La filosofa Sandrine Bergès parte proprio da questa assenza. Nel suo saggio A Philosophy of Home si domanda perché la casa sia quasi scomparsa dalla storia del pensiero occidentale.
La sua risposta è semplice, ma non innocua: la filosofia ha conservato del passato ciò che riteneva degno di essere tramandato. E a decidere che cosa fosse importante sono stati, quasi sempre, uomini.
Così la politica è diventata la scienza dello Stato. La vita domestica è stata retrocessa a fatto privato, naturale, minore. Qualcosa che accadeva dietro le porte chiuse, mentre altrove gli uomini discutevano di giustizia, governo e libertà.
Non era sempre stato così.
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19 Luglio 2026
Nel gennaio del 2026 Elon Musk si trovava davanti al segretario alla Difesa degli Stati Uniti e ai vertici del Pentagono, nella base texana di SpaceX.
«Vogliamo rendere reale Star Trek», disse. Vogliamo grandi astronavi, viaggi tra le stelle, incontri con civiltà aliene. Vogliamo che la fantascienza diventi realtà.
Era una frase perfetta. Entusiasmante, quasi infantile nella sua immediatezza. Chi non vorrebbe vedere l’umanità partire alla scoperta dell’universo?
Eppure mancava qualcosa.
Mancava quasi tutto ciò che rendeva davvero rivoluzionario Star Trek.
Nella società immaginata da Gene Roddenberry il denaro ha perduto la sua importanza, la povertà è stata superata e l’esplorazione spaziale non serve ad arricchire un’azienda o a garantire il predominio militare di una nazione. La Federazione dei Pianeti Uniti è costruita sulla cooperazione, sulla conoscenza e sull’incontro tra culture diverse.
Musk conserva le astronavi, le uniformi e l’avventura. Ma lascia a terra l’idea politica.
Vuole l’Enterprise, purché venga costruita da una società privata e messa a disposizione del complesso militare-industriale.
È un dettaglio? Forse è il cuore della questione.
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7 Luglio 2026
Musei, musica, danza e lettura stanno entrando nei percorsi di cura. Non come alternative alla medicina, ma come strumenti contro isolamento, fragilità e disagio.
Immaginiamo una ricetta un po’ diversa dal solito. Al posto del nome di un farmaco, potrebbe comparire l’indicazione di partecipare a un laboratorio teatrale, visitare un museo, cantare in un coro o prendere parte a un gruppo di lettura.
Si chiama prescrizione sociale. È un modello attraverso il quale medici e operatori sanitari mettono le persone in contatto con attività non cliniche presenti sul territorio.
L’idea nasce da una constatazione semplice: non tutti i problemi che arrivano nello studio di un medico possono essere affrontati soltanto con una medicina. Solitudine, perdita di relazioni, disagio psicologico e isolamento incidono sulla salute, ma spesso richiedono risposte sociali e culturali.
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18 Giugno 2026
Siamo abituati a pensare che la salvezza di una specie possa essere espressa con un numero.
Cento esemplari sono pochi. Mille sono meglio. Diecimila rappresentano un successo. Gli animali tornano a riprodursi, la popolazione cresce, il rischio di estinzione diminuisce. Possiamo tirare un respiro di sollievo.
Ma che cosa stiamo contando davvero?
Qualche anno fa, alcuni ecologi trasferirono gruppi di pecore delle Montagne Rocciose in territori dai quali erano scomparse. Gli animali erano stati scelti con cura. Erano sani, numerosi, capaci di riprodursi. Dal punto di vista biologico sembrava esserci tutto ciò che serviva per ricostruire una popolazione.
Eppure mancava qualcosa.
Quelle pecore non sapevano dove andare.
Non conoscevano le rotte stagionali, i passaggi meno esposti ai predatori, i tempi della vegetazione, i luoghi dove trovare nutrimento nei diversi momenti dell’anno. Alcune seguirono gli animali che già vivevano nella zona e impararono. Altre non migrarono affatto.
Si scoprì così che quei percorsi non erano soltanto il risultato dell’istinto. Erano conoscenze tramandate. Le madri le avevano insegnate ai piccoli, gli anziani ai giovani, una generazione alla successiva.
Gli animali erano vivi. Ma una parte della loro memoria non era arrivata con loro.
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15 Giugno 2026
Un quadro appeso a una parete sembra una cosa silenziosa.
Sta lì. Dentro una cornice. Con la sua luce, i suoi colori, la sua materia. Noi ci avviciniamo, guardiamo, magari ci emozioniamo. Poi abbassiamo gli occhi e leggiamo la targhetta.
Leonardo da Vinci.
Caravaggio.
Vermeer.
Attribuito a.
Bottega di.
Seguace di.
Copia da.
In quel momento, senza che il quadro si sia mosso di un millimetro, tutto cambia.
La stessa immagine può valere centinaia di milioni, oppure poche centinaia di migliaia di euro. Può entrare nei manuali di storia dell’arte, oppure scivolare in una nota a piè di pagina. Può diventare orgoglio di un museo, garanzia per un’assicurazione, investimento per un collezionista, argomento per un governo. Oppure può diventare un problema.
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14 Giugno 2026
Immaginiamo una sala comunale italiana.
Potrebbe essere in provincia, in una città media, in un quartiere di periferia. Sedie di plastica, microfono che gracchia, assessore un po’ stanco, cittadini arrivati dopo cena. Il tema è concreto: una nuova zona a traffico limitato, un centro per migranti, una scuola da accorpare, un impianto da costruire, una piazza da rifare.
All’inizio parlano tutti insieme. C’è chi protesta perché perderà clienti. Chi chiede più sicurezza. Chi difende l’ambiente. Chi teme di essere dimenticato. Chi vuole decidere subito e chi vorrebbe fermare tutto. Qualcuno urla. Qualcuno legge un foglio. Qualcuno racconta un’esperienza personale che non rientra in nessuna tabella.
È faticoso, lento, perfino irritante.
Poi immaginiamo che arrivi una piattaforma intelligente. Una macchina capace di ascoltare tutti, raccogliere gli interventi, ordinarli, trovare le parole ricorrenti, misurare le priorità, individuare una possibile sintesi. In pochi minuti produce un testo equilibrato. Riconosce le ragioni di ciascuno. Evita le frasi aggressive. Smussa gli eccessi. Propone una formula comune.
Tutti respirano.
Finalmente, sembra, la politica ha trovato un traduttore.
Ma proprio qui comincia il problema.
Che cosa è stato salvato da quella sintesi? E che cosa è stato perduto?
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10 Giugno 2026
Che cosa perdiamo se scopriamo che anche l’anima appartiene alla natura?
È una domanda che può sembrare astratta. Una di quelle questioni che si discutono nei dipartimenti di filosofia, tra parole difficili, esperimenti mentali e definizioni che sembrano costruite apposta per tenere lontano il lettore comune.
Eppure ci riguarda molto da vicino.
Riguarda ciò che proviamo quando ricordiamo una persona amata. Riguarda il dolore, la paura, la vergogna, il piacere di una musica. Riguarda quella voce silenziosa con cui parliamo a noi stessi. Riguarda la sensazione, difficile da descrivere ma impossibile da ignorare, di essere qualcuno.
Non soltanto un corpo che funziona.
Non soltanto un organismo che respira, mangia, dorme e reagisce agli stimoli.
Qualcuno.
È da qui che nasce il problema della coscienza. Ed è contro il modo in cui questo problema viene spesso formulato che Carlo Rovelli ha scritto un saggio dal titolo provocatorio: “Non esiste un problema difficile della coscienza”.
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7 Giugno 2026
La carta geografica l’aveva portata Lucio.
Non una carta pieghevole, di quelle che si tengono nel cruscotto. Una carta enorme, piena di appunti, che occupava metà del tavolo e costringeva bottiglie, bicchieri e piatti a disporsi lungo i bordi.
«Hai sempre bisogno di una mappa per cenare?», gli domandai.
Lucio non si scompose.
«No. Ma quando si parla di politica internazionale, aiuta.»
Dario guardò la carta, poi il vino.
«Dipende. A volte aiuta di più questo.»
Eravamo amici da anni. Lucio leggeva ogni numero di Limes come altri leggono un romanzo giallo. Cercava interessi, confini, corridoi, mari, montagne. Dario seguiva soprattutto le analisi di Dario Fabbri. Parlava di imperi, mentalità nazionali, popoli giovani e popoli stanchi.
Io, più modestamente, cercavo di capire che cosa accade alle persone mentre gli imperi perseguono i propri destini.
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7 Giugno 2026
C’è una scena, quasi da romanzo, che sembra inventata per mettere in imbarazzo il nostro tempo.
Una chiesa di cinquecento anni nella campagna toscana. Cipressi, colline verdi, pecore in lontananza. Una campana chiama all’interno non i fedeli, ma scienziati, filosofi, neuroscienziati, ecologi, studiosi indigeni. Non sono lì per celebrare una messa. Sono lì per rifare da capo una parola che credevamo di conoscere: intelligenza.
E già questo basterebbe a incuriosire. Perché oggi l’intelligenza sembra dappertutto. La misuriamo nei test, la inseguiamo nei laboratori, la programmiamo nei computer. Tutto dev’essere intelligente: le città, le case, gli orologi, persino i frigoriferi. Mai nella storia ne abbiamo parlato tanto. E mai come oggi è lecito chiedersi se abbiamo capito davvero che cosa sia.
Il punto è semplice, e un po’ crudele: se siamo così intelligenti, perché stiamo rendendo inabitabile il mondo che ci ospita?
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31 Maggio 2026
Per capire l’America di oggi, bisogna partire da una scena. Non è la Casa Bianca. Non è un comizio nel Midwest. Non è nemmeno uno studio di Fox News. È una sala conferenze del Maine, con stand, volantini, pastori, influencer, giovani militanti, agenti armati e una parola che torna di continuo: fede.
Non fede nel senso quieto, personale, domestico. Non la fede della domenica mattina, del coro, della Bibbia sul comodino, della comunità che accompagna le famiglie nei momenti difficili. Qui la fede entra in scena come linguaggio politico. Diventa bandiera, identità, organizzazione, programma. Diventa una risposta alla paura di perdere il proprio mondo.
L’articolo di Serena Danna pubblicato da Open racconta il primo tour religioso di Turning Point Usa dopo la morte di Charlie Kirk. È un viaggio dentro una parte dell’America che in Europa fatichiamo spesso a capire.
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30 Maggio 2026
Molti pensano di essere poeti perché riescono a far combaciare due parole alla fine di un verso. Amore con cuore. Sole con dolore. Vita con infinita. A volte sono ingenuità innocenti. A volte, diciamolo, sono banalità vestite da poesia. E qualche volta sono proprio scemenze in rima: pensieri poveri che cercano nella sonorità una patente di nobiltà.
Ma la rima non salva un verso debole. Anzi, spesso lo denuncia. È come una cornice dorata: se dentro c’è un quadro vivo, lo esalta; se dentro c’è il vuoto, lo rende ancora più evidente.
Da qui conviene partire. Non per disprezzare la rima, ma per liberarla da un equivoco. La rima non è la poesia. È uno degli strumenti più antichi, più seducenti e più pericolosi della poesia. Può dare memoria, ritmo, piacere, architettura. Ma può anche diventare un automatismo. Una scorciatoia. Il modo più rapido per far sembrare poetico ciò che non lo è.
La rima è una piccola promessa. Una parola chiama, un’altra risponde. Il verso avanza, poi qualcosa torna indietro. Non è soltanto un gioco sonoro. È attesa, riconoscimento, ritorno. Per questo piace ai bambini, resta nelle canzoni, sostiene le filastrocche, aiuta la poesia a camminare di bocca in bocca.
Proprio perché si sente subito, però, la rima rischia di essere scambiata per la poesia stessa. Come se bastasse far combaciare due finali per trasformare un pensiero in verso. Non è così. La poesia può vivere con la rima, senza la rima, contro la rima, oltre la rima. La domanda vera non è: “C’è la rima?”. La domanda vera è: “C’è una necessità?”.
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29 Maggio 2026
C’è un modo ingenuo di parlare dell’intelligenza artificiale: immaginarla come una macchina venuta dal futuro, buona o cattiva a seconda dell’uso che ne faremo. C’è poi un modo più serio, più scomodo, più necessario: chiedersi quale idea di uomo stia entrando nelle macchine che costruiamo.
È qui che l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV diventa interessante anche per chi non la legge da credente. Non perché la Chiesa abbia scoperto ora la tecnologia. Ma perché propone una domanda che la politica, l’economia e spesso anche il giornalismo evitano: l’IA rende la vita più umana o soltanto più efficiente?
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29 Maggio 2026
C’è un museo, nei Pirenei francesi, che sembra nato apposta per ricordarci quanto le società possano essere fantasiose quando devono escludere qualcuno. Si trova ad Arreau, nelle Hautes-Pyrénées, dentro il castello des Nestes, ed è dedicato ai Cagots. Già il nome incuriosisce. Cagots in Francia, Agotes sul versante basco e navarrese, Capotz in certi documenti antichi, poi molte altre varianti locali. Un piccolo dizionario dell’emarginazione.
La storia prende subito una piega strana, perché non stiamo parlando di un popolo lontano, sconfitto in una guerra, arrivato da chissà dove con lingua, costumi e religione diverse. No. I Cagots vivevano lì, nei villaggi dei Pirenei. Parlavano la stessa lingua degli altri, pregavano lo stesso Dio, lavoravano negli stessi paesi. Solo che non erano considerati uguali.
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25 Maggio 2026
Ogni epoca ha il suo modo di immaginare la salvezza.
La nostra, per qualche decennio, l’ha cercata anche nel piatto. Nel pane fatto con grani antichi, nel formaggio di malga, nel mercato contadino, nella bottiglia prodotta senza forzare la terra. In quel gesto semplice — scegliere cosa mangiare — sembrava custodita una promessa: cambiare il mondo partendo da vicino, dal quotidiano, dal corpo.
Comprare locale, preferire il biologico, difendere i produttori, rifiutare l’omologazione del gusto, salvare un formaggio, un seme, una ricetta, una comunità. Era una politica gentile, concreta, persino intima. Una politica che non passava solo dai parlamenti o dai partiti, ma dalla tavola di famiglia, dalla trattoria, dal mercato del sabato, dal gesto apparentemente semplice di dire: questo lo compro, questo no.
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24 Maggio 2026
C’è stato un tempo in cui l’energia non arrivava da un tubo, da una pompa, da una presa nel muro o da un numero sul display dell’auto.
Non aveva l’odore acre della benzina, né il ronzio invisibile delle centrali elettriche.
Aveva il respiro lento dei buoi, il fruscio delle vele, il colpo secco dell’ascia, il cigolio di una ruota ad acqua, il fumo grigio di una carbonaia, il vento che girava le pale di un mulino.
Prima del petrolio, il mondo non era senza energia: ne era pieno. Solo che l’energia era visibile, faticosa, territoriale.
Bisognava andarla a prendere dove stava: nel bosco, nel fiume, nella torbiera, nel muscolo degli animali, nel sole che faceva crescere gli alberi, nel vento che spingeva le barche, nell’acqua che scendeva a valle.
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17 Maggio 2026
C’è un gesto che conosciamo tutti: il pollice che scorre sullo schermo. Una faccia, poi un’altra. Un video, poi un altro. Una promessa, un trucco, una polemica, una pubblicità, un corpo, un avatar, un meme. Tutto sembra vivo, tutto sembra parlare, tutto sembra chiedere la nostra attenzione. Ma a guardare meglio, quasi niente parla davvero. È questa l’immagine da cui parte James O’Sullivan nel saggio “The Last Days of Social Media”, pubblicato su Noema Magazine il 2 settembre 2025. La sua tesi è semplice e radicale: i social media, così come li abbiamo conosciuti, sono entrati nella loro fase terminale. Non perché manchino i contenuti. Al contrario: perché ce ne sono troppi. E sempre meno umani.
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