Una specie può sopravvivere e perdere la propria cultura

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Siamo abituati a pensare che la salvezza di una specie possa essere espressa con un numero.

Cento esemplari sono pochi. Mille sono meglio. Diecimila rappresentano un successo. Gli animali tornano a riprodursi, la popolazione cresce, il rischio di estinzione diminuisce. Possiamo tirare un respiro di sollievo.

Ma che cosa stiamo contando davvero?

Qualche anno fa, alcuni ecologi trasferirono gruppi di pecore delle Montagne Rocciose in territori dai quali erano scomparse. Gli animali erano stati scelti con cura. Erano sani, numerosi, capaci di riprodursi. Dal punto di vista biologico sembrava esserci tutto ciò che serviva per ricostruire una popolazione.

Eppure mancava qualcosa.

Quelle pecore non sapevano dove andare.

Non conoscevano le rotte stagionali, i passaggi meno esposti ai predatori, i tempi della vegetazione, i luoghi dove trovare nutrimento nei diversi momenti dell’anno. Alcune seguirono gli animali che già vivevano nella zona e impararono. Altre non migrarono affatto.

Si scoprì così che quei percorsi non erano soltanto il risultato dell’istinto. Erano conoscenze tramandate. Le madri le avevano insegnate ai piccoli, gli anziani ai giovani, una generazione alla successiva.

Gli animali erano vivi. Ma una parte della loro memoria non era arrivata con loro.

La scena ci obbliga a modificare una convinzione molto radicata. Abbiamo a lungo pensato che gli esseri umani possedessero la cultura, mentre gli animali fossero guidati quasi esclusivamente dall’istinto. Noi impariamo, ricordiamo, insegniamo. Loro reagiscono.

La ricerca degli ultimi decenni ha reso questa frontiera assai meno netta.

Esistono gruppi di capodogli che comunicano attraverso repertori sonori differenti da quelli di altre comunità. Alcune popolazioni di scimpanzé utilizzano pietre per rompere gusci e noci, mentre altre, pur vivendo in ambienti simili, non lo fanno. Gli elefanti seguono le matriarche lungo reti di percorsi che attraversano territori vastissimi. Alcuni uccelli costruiscono nidi secondo stili caratteristici del gruppo nel quale sono cresciuti.

Non si tratta soltanto di comportamenti individuali. Sono pratiche apprese socialmente, conservate e trasmesse. Possono durare per molte generazioni. Possono cambiare. Possono anche scomparire.

È qui che la questione diventa più profonda.

Una specie può evitare l’estinzione biologica e subire ugualmente una perdita irreversibile. Può continuare a esistere dopo avere dimenticato come si attraversa una valle, dove si trova l’acqua durante una siccità, quale richiamo segnala un pericolo, come si usa uno strumento, dove avvengono gli incontri stagionali.

Noi continueremmo a vedere quegli animali. Li fotograferemmo. Li conteremmo. Forse li indicheremmo come prova del successo di un programma di conservazione.

Ma sarebbero gli stessi?

La domanda può sembrare eccessiva soltanto finché non la rivolgiamo a noi stessi.

Un borgo può continuare a essere abitato e avere perduto il proprio dialetto. Le case restano, le strade portano gli stessi nomi, il campanile segna ancora le ore. Eppure le parole con cui gli abitanti nominavano i campi, gli attrezzi, i venti e i legami familiari non vengono più pronunciate.

Un quartiere può conservarsi quasi intatto e perdere la propria vita comunitaria. I negozi diventano appartamenti per soggiorni brevi, le persone si incrociano senza conoscersi, i cortili restano chiusi. L’architettura sopravvive. Il tessuto umano no.

Anche un mestiere può essere formalmente salvato e sostanzialmente morto. Una tecnica artigiana viene mostrata durante una festa o ripetuta davanti ai turisti. I gesti sono ancora visibili, ma non appartengono più alla vita quotidiana. Non servono a produrre, riparare, costruire. Sono diventati una rappresentazione di se stessi.

In tutti questi casi qualcosa resiste e qualcosa scompare.

Ed è proprio questo che rende insufficiente una concezione del patrimonio fondata soltanto sugli oggetti, sui luoghi e sui numeri.

Il patrimonio non è semplicemente ciò che rimane. È ciò che continua a essere trasmesso.

Una strada migratoria non è soltanto una linea sulla carta. È una sequenza di decisioni accumulate nel tempo. Un richiamo non è soltanto un suono. È un segnale riconosciuto da una comunità. Un luogo di incontro non è un semplice spazio fisico. È un punto della geografia al quale vengono associati comportamenti, attese e relazioni.

Se interrompiamo questa trasmissione, potremmo conservare l’ambiente e perdere il sapere che permetteva di abitarlo.

È una difficoltà che le politiche di conservazione stanno cominciando a riconoscere. Proteggere un territorio è indispensabile, ma potrebbe non essere sufficiente. Una comunità animale può spostarsi, essere frammentata oppure ricostituita altrove. Tuttavia, se vengono spezzati i rapporti tra generazioni, il patrimonio di conoscenze può svanire molto più rapidamente del patrimonio genetico.

Un animale nato in cattività e liberato in natura può possedere un corpo perfettamente adatto al proprio ambiente, ma non necessariamente la mappa necessaria per attraversarlo.

Un branco giovane può essere numeroso, ma avere perduto gli individui anziani che ricordavano come affrontare una stagione eccezionalmente secca.

Una popolazione può crescere all’interno di un’area protetta e non poter più raggiungere i luoghi nei quali per secoli sono avvenuti incontri, migrazioni o corteggiamenti.

La cultura, umana o animale, non è immobile. Non va conservata come un insetto dentro l’ambra. Vive proprio perché cambia, incorpora nuove esperienze e risponde a condizioni diverse.

Ma per cambiare deve avere qualcosa da cui partire.

Quando una catena di trasmissione si spezza completamente, non abbiamo una trasformazione. Abbiamo una cancellazione.

Riconoscere l’esistenza di culture animali non significa sostenere che gli animali siano persone travestite da creature selvatiche. Non occorre attribuire loro parlamenti, religioni o coscienze identiche alle nostre.

Anzi, il rischio più grande sarebbe accettare come cultura soltanto ciò che ci somiglia: l’uso di strumenti, il lutto, il canto, la costruzione. Continueremmo così a giudicare le altre specie usando noi stessi come unico modello.

Alcuni animali percepiscono frequenze che non udiamo, vedono ciò che per noi è invisibile, si orientano attraverso campi magnetici che non avvertiamo. È possibile che molte loro forme di comunicazione e trasmissione ci sfuggano semplicemente perché non possediamo gli strumenti sensoriali o concettuali per riconoscerle.

La prudenza scientifica resta necessaria. Non ogni abitudine è cultura. Non ogni comportamento collettivo viene appreso. Occorre distinguere ciò che deriva dall’istinto, ciò che dipende dall’ambiente e ciò che viene trasmesso socialmente.

Ma la prudenza non può più essere usata come un alibi per ignorare ciò che sappiamo.

Se una pratica viene appresa dagli altri, condivisa da un gruppo, modificata nel tempo e trasmessa tra generazioni, siamo davanti a qualcosa che somiglia molto a ciò che, parlando di noi, chiamiamo cultura.

Questa consapevolezza modifica anche il modo in cui dovremmo pensare la parola “estinzione”.

Esistono estinzioni rumorose: l’ultimo esemplare muore, una specie scompare, il mondo registra una perdita evidente.

Ma esistono anche estinzioni silenziose.

Un percorso non viene più seguito. Un richiamo non riceve più risposta. Una tecnica non viene insegnata. Un luogo d’incontro resta vuoto. Gli animali continuano a vivere, ma il filo che li collegava alle generazioni precedenti si è spezzato.

Forse dovremmo imparare a contare anche questo.

Non soltanto quanti individui restano, ma quanta memoria riescono ancora a trasmettere.

Non soltanto quanto spazio occupano, ma se sanno ancora attraversarlo.

Non soltanto se sopravvivono, ma che cosa sopravvive con loro.

Perché il patrimonio, alla fine, non è la semplice presenza di qualcosa che appartiene al passato. È una relazione viva tra chi è venuto prima e chi verrà dopo.

Vale per una lingua. Vale per un mestiere. Vale per un quartiere.

E, con ogni probabilità, vale anche per un branco di pecore che, davanti a una montagna sconosciuta, non ricorda più la strada.

Armando.