Ho letto Karl Popper da giovane, quando studiavo Scienze politiche. Erano anni in cui le grandi ideologie esercitavano ancora un fascino potente. Promettevano di spiegare la storia, qualche volta perfino di conoscerne in anticipo la direzione. Popper insegnava a diffidare proprio di questo: delle teorie che pretendono di avere sempre ragione e di chi, sentendosi dalla parte giusta della storia, finisce per considerare un ostacolo chiunque gli si opponga.
Molte pagine lette allora si sono inevitabilmente allontanate. È rimasta, però, una domanda. Non chi dovrebbe governare, ma come possiamo impedire che governanti incapaci o pericolosi facciano troppo danno.
Sembra una distinzione da filosofi. In realtà cambia il modo di guardare alla democrazia.
Per secoli abbiamo cercato di stabilire chi fosse più adatto a comandare: i sapienti, i virtuosi, i migliori, il popolo, una classe sociale, un uomo investito da Dio o dalla storia. Anche oggi, quando scegliamo un leader, continuiamo spesso a cercare qualità eccezionali. Competenza, coraggio, capacità di decidere. Qualcuno al quale affidarsi.
Popper parte invece da un’ipotesi meno entusiasmante ma più realistica: chiunque arrivi al potere può sbagliare. Può rivelarsi inadeguato, può cedere alla tentazione di abusare del proprio ruolo. Perfino una persona capace e animata dalle migliori intenzioni può prendere decisioni sbagliate. Non esiste un sistema sicuro per riconoscerla prima e, soprattutto, non esiste un’investitura che la renda infallibile dopo.