Le interviste (im)possibili

Qui non evochiamo fantasmi: riallacciamo conversazioni interrotte. Personaggi lontani tornano a cercarci per mettere alla prova le nostre idee di oggi. L’obiettivo è semplice: far emergere la loro verità civile e il loro metodo, senza retorica.
Il format è netto. Un’apertura-scena, poi una tesi chiara: perché questa (im)possibile adesso. Seguono domande secche e risposte essenziali, con intermezzi brevi di contesto per orientare il lettore. Quando compaiono parole autentiche, lo diciamo. Il resto è ricostruzione verosimile, fondata su fonti note e dichiarata come tale.
Non facciamo monumenti, ma domande scomode e utili: cosa hanno visto, come hanno scelto, quali conseguenze pubbliche hanno prodotto. Alla fine, una chiusura operativa — un gesto, tre verbi, un compito — perché una buona lettura deve lasciare tracce nel presente.
Se hai un nome che “ti cerca”, scrivilo. La porta è socchiusa.

Etichetta di trasparenza. Queste sono ricostruzioni narrative basate su fonti verificabili; eventuali citazioni letterali sono indicate come autentiche o parafrasate. Invitiamo i lettori a segnalare correzioni e nuove piste.
5 Maggio 2026

Tiziano Terzani

La stanza è spoglia. Un tavolo di legno. Mappe alle pareti. Un vecchio taccuino aperto. Fuori, forse, una montagna. O forse una città qualunque del nostro presente, attraversata da slogan, sirene, notifiche, rabbia. Terzani sorride appena. Ha lo sguardo di chi non si scandalizza facilmente. Chi ha visto i carri armati non si impressiona per un insulto in televisione. Ma forse proprio per questo lo prende sul serio. Perché sa che le guerre non cominciano sempre con le bombe. Qualche volta cominciano con le parole.
28 Marzo 2026

Marosa di Giorgio

Mi cercò lei. Non al telefono, che sarebbe stato volgare. Non in sogno, che sarebbe stato troppo facile. Mi cercò in quel modo che hanno certi autori quando non vogliono essere ricordati, ma convocati. Entrò da una porta che non avevo visto. Portava con sé un odore di arance fredde, di terra bagnata e di tovaglie riposte da anni in un armadio di campagna. Non sembrava un’apparizione. Sembrava una donna tornata per controllare se, nel frattempo, il mondo avesse imparato almeno a guardare meglio un fiore.
25 Marzo 2026

Dario Fo

Il teatro era già stato rassettato. Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata. Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse: “Bel funerale. Mancavo solo io.” Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.
23 Marzo 2026

Paolo Poli

Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla. Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi. “Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.” Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma..”
14 Marzo 2026

Albert Camus

La sera è tranquilla. Fuori la città continua a parlare da sola: sirene lontane, televisori accesi, la politica che scorre nei telefoni come una pioggia continua di parole. Sul tavolo ho lasciato un giornale. Titoli grandi: guerre, crisi, governi che oscillano tra promesse e paure. Quando alzo gli occhi, lui è già seduto davanti a me. Albert Camus accende lentamente una sigaretta. Il gesto è calmo, quasi meditato. Non sembra sorpreso di essere qui. Q. Monsieur Camus, molti oggi dicono che la politica è diventata solo una questione di potere. A. Non è una novità. La politica ha sempre avuto a che fare con il potere. La domanda interessante è un’altra: se il potere ricorda ancora di avere un limite.”
14 Febbraio 2026

Gianni Rodari

Omegna, mattino lattiginoso sul lago. In una classe vuota del vecchio edificio comunale c’è gesso nell’aria e un odore di legno bagnato. Appoggio taccuino e penna sul banco. La porta si apre senza rumore: entra un uomo minuto, cappotto scuro, occhi che sorridono prima della bocca. Prende il gessetto, scrive “fantasia”, poi si volta: «Cominciamo? Ma lei non mi interroghi: interroghiamo il mondo».
11 Febbraio 2026

Federico Fellini

A Cinecittà l’aria sa sempre un po’ di polvere e di promessa. Io avevo il taccuino aperto e una domanda chiusa in gola: oggi le immagini sono ovunque, ma mi pare che dicano sempre meno. Lui non entrò. Comparve. Come un regista che arriva quando il set è già stanco. A. “Non sei venuto a chiedermi un parere. Sei venuto a chiedermi il permesso.” Q. “Il permesso di cosa?” A. “Di dire che ti spaventa l’immagine quando diventa rumore.”
2 Gennaio 2026

Italo Calvino

Mi è venuto incontro senza rumore. Non con l’aria del grande autore che pretende silenzio e deferenza. Piuttosto come uno che entra in un corridoio mentre tu stai già andando, e per un istante vi trovate sullo stesso passo. Avevo appena chiuso il computer. Non per virtù: per stanchezza. Era uno di quei primi giorni dell’anno in cui senti addosso una richiesta implicita di “fare meglio”, “fare di più”, “essere nuovo”. E invece io, in quel momento, volevo solo una cosa: una frase che non fosse una frase fatta. L’ho visto lì, sul margine della stanza. Magro, discreto. Lo sguardo preciso di chi non ti giudica, ma ti legge. «Non ti preoccupare», ha detto. «Non sono venuto per un’intervista. Sono venuto perché stavi pensando troppo forte.» Ho sorriso, più per difesa che per cordialità. Poi ho capito che era vero: avevo dei pensieri che facevano rumore anche a schermo spento. Un inizio d’anno pieno di promesse e insieme pieno di peso. E la paura, sempre la stessa, che la cultura diventi un’altra forma di frastuono.
4 Dicembre 2025

Hannah Arendt

Hannah Arendt è arrivata una sera in cui non avevo nessuna voglia di parlare di politica. Ero rimasto da solo nello studio, i computer spenti, solo una lampada accesa sul tavolo. Stavo rileggendo alcune sue pagine per preparare un pezzo su “banalità del male” e algoritmi: Eichmann a Gerusalemme sullo stesso tavolo del portatile con aperto un social qualunque. Da una parte le frasi sulla burocrazia del male, dall’altra il flusso anonimo di insulti, slogan, campagne montate in serie. Mi sono alzato per prendere un altro libro, e quando mi sono voltato lei era seduta sulla sedia davanti al mio posto, come se fosse stata lì da sempre. Capelli raccolti, sigaretta tra le dita, sguardo vivo e un po’ divertito. Non aveva nulla del monumento; sembrava piuttosto una donna abituata a entrare nelle stanze di lavoro degli altri per chiedere conto di quello che ci fanno.
25 Novembre 2025

Elsa Morante

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma è anche il giorno in cui, nel 1985, è morta Elsa Morante, l’autrice de “La Storia”, quella che più di altre ha messo nero su bianco la vulnerabilità dei corpi e la violenza muta della Storia. Stasera, sulla scrivania ho gli appunti che ho utilizzato per l'articolo sulle sorelle Mirabal, e una vecchia copia stropicciata de “La Storia”, aperta proprio sulle pagine dedicate a Ida. Sto cercando un modo per tenere insieme questi due piani, la cronaca e la letteratura, quando qualcuno bussa. Un colpo secco, antico, come sulle porte di legno. Alzo gli occhi e la vedo lì. Cappotto scuro, foulard, sguardo che non ha bisogno di presentazioni. «Signora Morante?» Sorride appena, come chi non ha tempo da perdere con lo stupore altrui. «Mi ha chiamata lei» dice. «O almeno, ha pensato a me forte abbastanza da costringermi a venire.»
7 Novembre 2025

Mahatma Gandhi

Binari vuoti, fine pomeriggio. Il tabellone sfarfalla nomi di città lontane. Sto scrivendo una domanda che non ho il coraggio di pronunciare: a che serve la non-violenza quando il mondo ruggisce? Qualcuno si siede accanto, leggero come un fruscio. Il profilo è inconfondibile. «Non hai bisogno di cercarmi» dice. «Ti ho sentito pensare.» La non-violenza di Gandhi non è mitezza. È un metodo politico che organizza il coraggio e scardina il potere togliendogli il consenso. Funziona solo se diventa disciplina collettiva. Questa è la prova che gli chiedo oggi.
11 Ottobre 2025

Lawrence d’Arabia

Deserto al crepuscolo. La luce cade a strisce, come se il sole, stanco, lasciasse appunti sulla sabbia. La tenda è bassa, le corde tese, un braciere spento. L’aria sa di metallo e cuoio. Sento il passo del cavallo prima di vederlo. Non entra: sposta il telo con due dita e resta mezzo fuori, profilo tagliato come una lama. Niente divisa, niente pose. Solo un uomo magro, gli occhi chiari che guardano lontano e poi tornano su di me, come se mi ricordasse. È lui a cercarmi. Non per rievocare. Per rendere conto.
4 Ottobre 2025

Francesco d’Assisi

Porziuncola, tardo pomeriggio. L’aria sa di legno e di terra bagnata. Le campane tagliano la luce. Entro per ripararmi da un breve scroscio. Quando gli occhi si abituano al buio, è già lì. Scalzo, il saio consumato, il viso più giovane di quanto dica la storia. Non mi lascia iniziare: mi fa segno di sedere a terra, vicino. “Parliamo semplice.” È lui a cercarmi.
4 Ottobre 2025

Letizia Battaglia

È lei che mi cerca. Non il contrario. Mi trova nella luce verticale di Palermo, una mattina che sa di mare e di gesso. Cammina svelta. Non saluta. Si mette di lato, controluce, come una figura che rifiuta la posa. “Allora, che vuoi sapere?” Non è una domanda gentile: è un invito a non perdere tempo.