Le interviste (im)possibili

Qui non evochiamo fantasmi: riallacciamo conversazioni interrotte. Personaggi lontani tornano a cercarci per mettere alla prova le nostre idee di oggi. L’obiettivo è semplice: far emergere la loro verità civile e il loro metodo, senza retorica.
Il format è netto. Un’apertura-scena, poi una tesi chiara: perché questa (im)possibile adesso. Seguono domande secche e risposte essenziali, con intermezzi brevi di contesto per orientare il lettore. Quando compaiono parole autentiche, lo diciamo. Il resto è ricostruzione verosimile, fondata su fonti note e dichiarata come tale.
Non facciamo monumenti, ma domande scomode e utili: cosa hanno visto, come hanno scelto, quali conseguenze pubbliche hanno prodotto. Alla fine, una chiusura operativa — un gesto, tre verbi, un compito — perché una buona lettura deve lasciare tracce nel presente.
Se hai un nome che “ti cerca”, scrivilo. La porta è socchiusa.

Etichetta di trasparenza. Queste sono ricostruzioni narrative basate su fonti verificabili; eventuali citazioni letterali sono indicate come autentiche o parafrasate. Invitiamo i lettori a segnalare correzioni e nuove piste.
12 Luglio 2026

Simonetta

Non la stavo evocando. Nelle mie interviste gli ospiti arrivano sempre così: mentre penso ad altro, o credo di farlo. Osservavo quella giovane sospinta verso la riva sopra una conchiglia troppo fragile per sostenere un corpo umano. I capelli mossi dal vento, una mano sul seno, l’altra a coprire il ventre. A destra, una figura tendeva un mantello fiorito. A sinistra, Zefiro soffiava con tanta forza che le rose sembravano frammenti di una tempesta. Sul taccuino avevo scritto: Simonetta Vespucci, la donna che prestò il volto alla bellezza. «Non gliel’ho prestato.» La voce veniva dalla stanza. Mi voltai. Era una giovane donna alta, vestita con una semplicità quasi severa. Non portava perle, nastri o gioielli. I capelli erano raccolti. Il volto appariva più vivo e meno perfetto di quello dipinto da Botticelli. «Che cosa non avete prestato?» «Il volto. Non ricordo che qualcuno me l’abbia chiesto.» Guardò la riproduzione appesa alla parete. «E poi non è detto che sia il mio.»
7 Luglio 2026

John Kennedy

Avevo trascorso la serata guardando vecchi discorsi presidenziali americani trovati sul web. Non per nostalgia. La nostalgia è una pessima consigliera, soprattutto quando si occupa di politica. Trasforma i governi in fotografie di famiglia, attenua gli errori e lascia soltanto uomini ben pettinati che pronunciano frasi memorabili. Sul computer era rimasta ferma l’immagine di John Fitzgerald Kennedy durante il discorso inaugurale del 20 gennaio 1961. Il cappotto scuro, i capelli mossi dal vento, lo sguardo rivolto verso una folla che sembrava credere ancora nel futuro. Avevo appena chiuso il filmato quando sentii una voce alle mie spalle. — Non creda troppo a quelle immagini, Armando. Eravamo molto bravi a costruirle. Mi voltai. Era seduto sulla poltrona accanto alla finestra. Non aveva l’aspetto luminoso delle fotografie ufficiali. Sembrava stanco, quasi rigido. Teneva la schiena dritta con evidente fatica. — Presidente Kennedy? — John, la prego. “Presidente Kennedy” è il personaggio. Io sono venuto per parlare dell’uomo.
1 Luglio 2026

Isaac Asimov

Ci sono giorni in cui il futuro sembra arrivare tutto insieme. Una macchina scrive un articolo, un’altra ricostruisce una voce, una terza decide quali notizie mostrarci. Le chiamiamo intelligenti, anche se non sappiamo ancora bene che cosa significhi. E più diventano capaci, più le nostre domande sembrano antiche: chi è responsabile delle loro decisioni? Una regola può impedire il male? E che cosa accade quando gli uomini cominciano a fidarsi delle macchine più di quanto si fidino del proprio giudizio? Stavo pensando proprio alle Tre Leggi della Robotica. Mi chiedevo se potessero ancora dirci qualcosa oppure se fossero soltanto un’elegante invenzione letteraria del secolo scorso. «Erano entrambe le cose.» La voce arriva dalla stanza accanto, benché non ricordassi di avere lasciato aperta alcuna porta.
21 Giugno 2026

Carlo Ginzburg

Carlo Ginzburg mi aspetta in una sala d’archivio. Fuori è già buio. Le finestre riflettono gli scaffali e trasformano la stanza in una seconda biblioteca, rovesciata nel vetro. Sul tavolo non ci sono mappe militari, trattati diplomatici o discorsi di re. C’è un fascicolo sottile. La copertina è consumata. Il nastro che lo tiene chiuso ha perso quasi tutto il colore. Ginzburg posa una mano sulle carte. «È tutto qui?», gli domando. Sorride appena. «La storia non è mai tutta qui. Ma qualche volta comincia da qui». Q. Professore, che cosa contiene quel fascicolo? A. Le parole di un uomo che il potere decise di interrogare. Si chiamava Domenico Scandella, ma tutti lo conoscevano come Menocchio. Era un mugnaio del Friuli. Visse nel Cinquecento. Leggeva libri, parlava molto e si era costruito una propria idea del mondo. Per l’Inquisizione quelle idee erano pericolose. Per lo storico sono una traccia.
16 Giugno 2026

Il viaggiatore nel tempo

Stavo cercando una frase per iniziare un articolo sull’intelligenza artificiale. Ne avevo già scartate una dozzina. Tutte troppo solenni. Tutte troppo sicure. Il problema, con il futuro, è che appena provi a nominarlo diventi ridicolo. O profeta. Che è quasi la stessa cosa, solo con una giacca più lunga. Fuori pioveva. Una di quelle piogge sottili che non lavano niente. Rigano i vetri, fanno rumore sui davanzali, sembrano messe lì per ricordarti che anche il tempo ha i suoi piccoli tic nervosi. Sul tavolo avevo un taccuino, il computer acceso, una tazza di caffè ormai freddo. Sullo schermo una frase incompiuta: “Il futuro non arriva mai all’improvviso…” Poi la luce saltò. Non un blackout drammatico. Nessun tuono. Nessun bagliore azzurro. Solo buio. Quando tornò, davanti a me c’era un uomo. Non saprei dire quanti anni avesse. Potevano essere cinquanta. O ottanta portati bene. Aveva un cappotto grigio, un paio di scarpe troppo leggere per quella pioggia e un piccolo oggetto in mano, simile a un telefono, ma senza schermo. Mi guardava con l’espressione di chi è arrivato in anticipo a un appuntamento e teme di aver sbagliato secolo. «Lei è uno scrittore?» «Dipende. Per chi?» Sorrise appena. «Per quelli che, nel mio tempo, ancora leggono.» La frase mi parve insieme gentile e minacciosa. Gli indicai la sedia. «Viene dal futuro?» «Sì.»
29 Maggio 2026

Cesare Lombroso

Mi capita spesso di pensare a Lombroso. Non lo cerco. Non apro libri. Non prendo appunti. Non preparo domande. Mi torna in mente da solo, come certe figure scomode che la storia non riesce a seppellire del tutto. Cesare Lombroso: medico, antropologo, criminologo, uomo dell’Ottocento e, in modo inquietante, anche nostro contemporaneo. Penso a lui mentre guardo le notizie di cronaca. Un volto fermato in un fotogramma. Una fotografia segnaletica. Un vicino che dice: “Sembrava una persona normale”. Un opinionista che chiede: “Si poteva prevedere?” Ecco, penso, Lombroso sarebbe stato invitato subito. Lo avrebbero messo in collegamento da Torino. Oppure in studio, sotto le luci fredde, con la sua barba bianca, il cranio lucido, lo sguardo del professore che non teme il giudizio morale perché crede di parlare in nome della scienza.
5 Maggio 2026

Tiziano Terzani

La stanza è spoglia. Un tavolo di legno. Mappe alle pareti. Un vecchio taccuino aperto. Fuori, forse, una montagna. O forse una città qualunque del nostro presente, attraversata da slogan, sirene, notifiche, rabbia. Terzani sorride appena. Ha lo sguardo di chi non si scandalizza facilmente. Chi ha visto i carri armati non si impressiona per un insulto in televisione. Ma forse proprio per questo lo prende sul serio. Perché sa che le guerre non cominciano sempre con le bombe. Qualche volta cominciano con le parole.
28 Marzo 2026

Marosa di Giorgio

Mi cercò lei. Non al telefono, che sarebbe stato volgare. Non in sogno, che sarebbe stato troppo facile. Mi cercò in quel modo che hanno certi autori quando non vogliono essere ricordati, ma convocati. Entrò da una porta che non avevo visto. Portava con sé un odore di arance fredde, di terra bagnata e di tovaglie riposte da anni in un armadio di campagna. Non sembrava un’apparizione. Sembrava una donna tornata per controllare se, nel frattempo, il mondo avesse imparato almeno a guardare meglio un fiore.
25 Marzo 2026

Dario Fo

Il teatro era già stato rassettato. Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata. Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse: “Bel funerale. Mancavo solo io.” Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.
23 Marzo 2026

Paolo Poli

Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla. Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi. “Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.” Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma..”
14 Marzo 2026

Albert Camus

La sera è tranquilla. Fuori la città continua a parlare da sola: sirene lontane, televisori accesi, la politica che scorre nei telefoni come una pioggia continua di parole. Sul tavolo ho lasciato un giornale. Titoli grandi: guerre, crisi, governi che oscillano tra promesse e paure. Quando alzo gli occhi, lui è già seduto davanti a me. Albert Camus accende lentamente una sigaretta. Il gesto è calmo, quasi meditato. Non sembra sorpreso di essere qui. Q. Monsieur Camus, molti oggi dicono che la politica è diventata solo una questione di potere. A. Non è una novità. La politica ha sempre avuto a che fare con il potere. La domanda interessante è un’altra: se il potere ricorda ancora di avere un limite.”
14 Febbraio 2026

Gianni Rodari

Omegna, mattino lattiginoso sul lago. In una classe vuota del vecchio edificio comunale c’è gesso nell’aria e un odore di legno bagnato. Appoggio taccuino e penna sul banco. La porta si apre senza rumore: entra un uomo minuto, cappotto scuro, occhi che sorridono prima della bocca. Prende il gessetto, scrive “fantasia”, poi si volta: «Cominciamo? Ma lei non mi interroghi: interroghiamo il mondo».
11 Febbraio 2026

Federico Fellini

A Cinecittà l’aria sa sempre un po’ di polvere e di promessa. Io avevo il taccuino aperto e una domanda chiusa in gola: oggi le immagini sono ovunque, ma mi pare che dicano sempre meno. Lui non entrò. Comparve. Come un regista che arriva quando il set è già stanco. A. “Non sei venuto a chiedermi un parere. Sei venuto a chiedermi il permesso.” Q. “Il permesso di cosa?” A. “Di dire che ti spaventa l’immagine quando diventa rumore.”
2 Gennaio 2026

Italo Calvino

Mi è venuto incontro senza rumore. Non con l’aria del grande autore che pretende silenzio e deferenza. Piuttosto come uno che entra in un corridoio mentre tu stai già andando, e per un istante vi trovate sullo stesso passo. Avevo appena chiuso il computer. Non per virtù: per stanchezza. Era uno di quei primi giorni dell’anno in cui senti addosso una richiesta implicita di “fare meglio”, “fare di più”, “essere nuovo”. E invece io, in quel momento, volevo solo una cosa: una frase che non fosse una frase fatta. L’ho visto lì, sul margine della stanza. Magro, discreto. Lo sguardo preciso di chi non ti giudica, ma ti legge. «Non ti preoccupare», ha detto. «Non sono venuto per un’intervista. Sono venuto perché stavi pensando troppo forte.» Ho sorriso, più per difesa che per cordialità. Poi ho capito che era vero: avevo dei pensieri che facevano rumore anche a schermo spento. Un inizio d’anno pieno di promesse e insieme pieno di peso. E la paura, sempre la stessa, che la cultura diventi un’altra forma di frastuono.
4 Dicembre 2025

Hannah Arendt

Hannah Arendt è arrivata una sera in cui non avevo nessuna voglia di parlare di politica. Ero rimasto da solo nello studio, i computer spenti, solo una lampada accesa sul tavolo. Stavo rileggendo alcune sue pagine per preparare un pezzo su “banalità del male” e algoritmi: Eichmann a Gerusalemme sullo stesso tavolo del portatile con aperto un social qualunque. Da una parte le frasi sulla burocrazia del male, dall’altra il flusso anonimo di insulti, slogan, campagne montate in serie. Mi sono alzato per prendere un altro libro, e quando mi sono voltato lei era seduta sulla sedia davanti al mio posto, come se fosse stata lì da sempre. Capelli raccolti, sigaretta tra le dita, sguardo vivo e un po’ divertito. Non aveva nulla del monumento; sembrava piuttosto una donna abituata a entrare nelle stanze di lavoro degli altri per chiedere conto di quello che ci fanno.
25 Novembre 2025

Elsa Morante

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma è anche il giorno in cui, nel 1985, è morta Elsa Morante, l’autrice de “La Storia”, quella che più di altre ha messo nero su bianco la vulnerabilità dei corpi e la violenza muta della Storia. Stasera, sulla scrivania ho gli appunti che ho utilizzato per l'articolo sulle sorelle Mirabal, e una vecchia copia stropicciata de “La Storia”, aperta proprio sulle pagine dedicate a Ida. Sto cercando un modo per tenere insieme questi due piani, la cronaca e la letteratura, quando qualcuno bussa. Un colpo secco, antico, come sulle porte di legno. Alzo gli occhi e la vedo lì. Cappotto scuro, foulard, sguardo che non ha bisogno di presentazioni. «Signora Morante?» Sorride appena, come chi non ha tempo da perdere con lo stupore altrui. «Mi ha chiamata lei» dice. «O almeno, ha pensato a me forte abbastanza da costringermi a venire.»
7 Novembre 2025

Mahatma Gandhi

Binari vuoti, fine pomeriggio. Il tabellone sfarfalla nomi di città lontane. Sto scrivendo una domanda che non ho il coraggio di pronunciare: a che serve la non-violenza quando il mondo ruggisce? Qualcuno si siede accanto, leggero come un fruscio. Il profilo è inconfondibile. «Non hai bisogno di cercarmi» dice. «Ti ho sentito pensare.» La non-violenza di Gandhi non è mitezza. È un metodo politico che organizza il coraggio e scardina il potere togliendogli il consenso. Funziona solo se diventa disciplina collettiva. Questa è la prova che gli chiedo oggi.
11 Ottobre 2025

Lawrence d’Arabia

Deserto al crepuscolo. La luce cade a strisce, come se il sole, stanco, lasciasse appunti sulla sabbia. La tenda è bassa, le corde tese, un braciere spento. L’aria sa di metallo e cuoio. Sento il passo del cavallo prima di vederlo. Non entra: sposta il telo con due dita e resta mezzo fuori, profilo tagliato come una lama. Niente divisa, niente pose. Solo un uomo magro, gli occhi chiari che guardano lontano e poi tornano su di me, come se mi ricordasse. È lui a cercarmi. Non per rievocare. Per rendere conto.
4 Ottobre 2025

Francesco d’Assisi

Porziuncola, tardo pomeriggio. L’aria sa di legno e di terra bagnata. Le campane tagliano la luce. Entro per ripararmi da un breve scroscio. Quando gli occhi si abituano al buio, è già lì. Scalzo, il saio consumato, il viso più giovane di quanto dica la storia. Non mi lascia iniziare: mi fa segno di sedere a terra, vicino. “Parliamo semplice.” È lui a cercarmi.
4 Ottobre 2025

Letizia Battaglia

È lei che mi cerca. Non il contrario. Mi trova nella luce verticale di Palermo, una mattina che sa di mare e di gesso. Cammina svelta. Non saluta. Si mette di lato, controluce, come una figura che rifiuta la posa. “Allora, che vuoi sapere?” Non è una domanda gentile: è un invito a non perdere tempo.