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Sotto i papaveri, dove Dio ogni tanto passa travestito da cervo

Mi cercò lei.

Non al telefono, che sarebbe stato volgare. Non in sogno, che sarebbe stato troppo facile. Mi cercò in quel modo che hanno certi autori quando non vogliono essere ricordati, ma convocati. Entrò da una porta che non avevo visto. Portava con sé un odore di arance fredde, di terra bagnata e di tovaglie riposte da anni in un armadio di campagna. Non sembrava un’apparizione. Sembrava una donna tornata per controllare se, nel frattempo, il mondo avesse imparato almeno a guardare meglio un fiore.

Si sedette senza chiedere permesso. Era giusto così.

Le dissi che mi sembrava di conoscerla da sempre, da quella nascita raccontata come un’alba liturgica e contadina insieme: Salto, la brina, i nonni, i papaveri, gli animali, Dio che passa e affida una missione. Lei sorrise appena, come se le biografie le interessassero poco, ma i giardini moltissimo.

Q. Lei è nata in una città vera, Salto. Eppure, leggendo i suoi libri, sembra che sia nata in un regno.

A. Ma le due cose non si escludono. Gli adulti chiamano “vero” ciò che possono registrare all’anagrafe. Io no. Io considero vero ciò che lascia una ferita luminosa. Salto era una città, certo. Ma era anche una soglia. C’erano gli orti, le bestie, le zie, le stanze buie, i frutti quasi sacrali. E c’era questa sensazione che ogni cosa vivesse due volte: una per sé, una per il suo mistero.

Q. Nei suoi testi la natura non fa da sfondo. Comanda.

A. Perché non è muta. Sono muti gli uomini quando hanno paura di vedere. Un papavero non è un soprammobile. Un cervo non è una decorazione del bosco. Una gallina, una farfalla, un fico spaccato dal sole: tutto parla. Il problema è che voi moderni avete ridotto la realtà a mobilio. Io ho cercato di restituirle il suo rango.

Qui si fermò. Non come fanno gli scrittori che cercano un effetto. Piuttosto come si fermano i contadini quando guardano il cielo e stanno decidendo se fidarsi delle nuvole.

Marosa di Giorgio, in fondo, ha fatto questo per tutta la vita: ha negato la separazione rassicurante tra innocenza e perturbazione. Nei suoi libri l’infanzia non è mai una cartolina. È un regno feroce e splendido. Gli animali sono creature amate e sacrali, ma anche portatori di una legge più antica della nostra. Il desiderio non viene addomesticato. La religione non è catechismo: è scossa, appetito, tremore.

Q. Nei suoi libri c’è Dio. Ma non il Dio sorvegliato, moralista, ben pettinato.

A. No. Quel Dio lì mi annoia. Il mio Dio era vivo. E se è vivo, non può presentarsi sempre nello stesso modo. Può arrivare come gioia, come paura, come animale, come luce che entra di traverso in una stanza. Gli uomini vogliono un Dio che timbri i cartellini dell’ordine. Io ho incontrato un Dio che incendia i margini.

Q. Lei non sembra mai interessata alla distinzione tra il sacro e il sensuale.

A. Perché spesso è una distinzione falsa. Il corpo è uno dei modi in cui il mistero si manifesta. Il problema non è il desiderio. Il problema è lo sguardo povero. Se guardi male, tutto diventa o peccato o consumo. Se guardi bene, persino una pesca aperta sul tavolo può avere la gravità di una visione.

Q. C’è qualcosa di scandaloso, in lei. Ma non nel senso banale del termine.

A. Lo scandalo vero è ricordare agli uomini che il mondo non appartiene interamente a loro. Li irrita scoprire che una bambina, una falena, una rosa, una cugina silenziosa, una cucina di campagna, possono contenere più enigma di tante biblioteche ordinate. Io non ho mai cercato la provocazione. Ho solo rifiutato di impoverire ciò che vedevo.

Era questo, forse, il punto. Marosa non “inventava stranezze”. Difendeva la complessità originaria del reale. Per questo la sua scrittura è così difficile da riassumere con etichette di comodo. Surrealismo, dicono alcuni. Visione, dicono altri. Ma lei stessa sfuggiva alle scuole, alle appartenenze, alle gabbie troppo pulite.

Q. Lei ha scritto come se il linguaggio dovesse restituire al mondo il suo splendore e il suo pericolo. Oggi, invece, viviamo dentro una lingua sempre più piatta. Cosa le fa questo tempo?

A. Mi sembra un tempo che ha paura dell’intensità. Avete parole pratiche, rapide, utili. Ottimo per vendere, per classificare, per impartire ordini. Ma una lingua che serve soltanto a questo finisce per non vedere più niente. E quando una lingua non vede più niente, una civiltà comincia a spegnersi senza nemmeno accorgersene.

Q. Quindi la poesia non serve a consolare.

A. No. O almeno non prima di aver ferito. La poesia non mette una coperta sulle cose. Le scopre. Le avvicina alla loro febbre. A volte consola, certo. Ma solo dopo aver distrutto qualche menzogna.

Q. E l’infanzia? Perché torna sempre?

A. Perché non passa mai. Passano gli anni. Passano i vestiti. Passano le persone amate, e restano in un modo diverso. Ma l’infanzia, quella vera, resta come una stanza accesa dietro tutte le altre. Non è il tempo della purezza. È il tempo della percezione assoluta. Da piccoli vediamo senza ancora aver imparato a censurare. Poi ci educano a chiamare normale ciò che è amputato.

Qui mi venne da pensare che forse Marosa di Giorgio oggi ci servirebbe proprio per questo: non per abbellire il mondo, ma per restituirgli spessore. In un’epoca che pretende testi rapidi, emozioni già catalogate, simboli ridotti a logo, lei ricorda che la realtà non è mai solo realtà. È eccedenza. È allusione. È fame. È memoria biologica e liturgia privata.

Q. Lei pensa di essere stata capita davvero?

A. Non mi interessa molto essere capita tutta. Nessun autore dovrebbe desiderarlo troppo. Essere capiti del tutto è una forma di mummificazione. Mi basta essere riconosciuta da chi sa che un giardino non è mai soltanto un giardino.

Q. E a noi, oggi, cosa lascerebbe?

A. Un compito molto semplice. Guardare meglio. Nominare meglio. Amare senza addomesticare tutto.

Poi si alzò. Guardò verso una finestra che non dava su nessuna strada di questa città. Forse dava su Salto. Forse su un orto che continuava a bruciare piano, senza consumarsi mai. Prima di andare via, sfiorò il tavolo con due dita, come si fa con una creatura viva.

Capii allora che non avevo intervistato una poetessa. Avevo parlato con una donna che non aveva mai smesso di considerare il mondo un’apparizione. Ed era questo, in fondo, il suo scandalo più alto: non accettare che il reale fosse ridotto a inventario.

Tre verbi da portare via: guardare, custodire, ardere.

Armando.

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Nota editoriale

Quella che avete letto è una ricostruzione narrativa verosimile. Marosa di Giorgio è stata una delle voci più singolari della letteratura uruguaiana del Novecento: nata a Salto nel 1932 e morta a Montevideo nel 2004, ha costruito un’opera in cui infanzia, natura, desiderio e sacro si inseguono fino a diventare una sola materia poetica. Il dialogo qui proposto è un’invenzione fedele al suo immaginario, non una trascrizione reale. Le eventuali parole autentiche di Marosa di Giorgio sono riconoscibili perché tratte da testi pubblicati e dichiarati come tali. Il resto appartiene al patto della rubrica: immaginare un incontro per dire, con rigore e libertà, una verità più profonda di quella puramente documentaria.

Per leggere Marosa di Giorgio

In italiano, la via più semplice oggi è Regina Amelia, pubblicato da Pensa Multimedia nel 2024 e reperibile nei principali store online italiani.

Se si legge in spagnolo, il punto di partenza naturale resta Los papeles salvajes, il libro che meglio raccoglie il nucleo della sua opera. Accanto a questo, vale la pena cercare anche La flor de lis, testo tardo e molto rappresentativo del suo universo.

Per chi preferisce un primo ingresso gratuito, la Poetry Foundation mette a disposizione una scheda introduttiva, alcuni testi e materiali utili per avvicinarsi alla sua voce.

Se vuoi approfondire il contesto critico, la Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes ospita studi dedicati alla sua scrittura e al suo rapporto con natura, visionarietà e linguaggio.

Per cominciare davvero, suggerirei questo percorso: Regina Amelia se vuoi incontrarla in italiano; Los papeles salvajes se vuoi entrare nel suo mondo originale; qualche poesia in traduzione, prima ancora, se vuoi semplicemente capire se la sua lingua ti chiama.