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Le Interviste impossibili · 7 Luglio 2026 · ⏱ 9 min · ~1927 parole

Avevo trascorso la serata guardando vecchi discorsi presidenziali americani trovati sul web.

Non per nostalgia. La nostalgia è una pessima consigliera, soprattutto quando si occupa di politica. Trasforma i governi in fotografie di famiglia, attenua gli errori e lascia soltanto uomini ben pettinati che pronunciano frasi memorabili.

Sul computer era rimasta ferma l’immagine di John Fitzgerald Kennedy durante il discorso inaugurale del 20 gennaio 1961. Il cappotto scuro, i capelli mossi dal vento, lo sguardo rivolto verso una folla che sembrava credere ancora nel futuro.

Avevo appena chiuso il filmato quando sentii una voce alle mie spalle.

— Non creda troppo a quelle immagini, Armando. Eravamo molto bravi a costruirle.

Mi voltai.

Era seduto sulla poltrona accanto alla finestra. Non aveva l’aspetto luminoso delle fotografie ufficiali. Sembrava stanco, quasi rigido. Teneva la schiena dritta con evidente fatica.

— Presidente Kennedy?

— John, la prego. “Presidente Kennedy” è il personaggio. Io sono venuto per parlare dell’uomo.

Indossava un completo scuro e una cravatta sottile. Il sorriso era quello che conosciamo, ma da vicino sembrava meno spontaneo. Più che un’espressione, uno strumento di lavoro.

— Perché è venuto a cercarmi?

Indicò lo schermo nero.

— Perché continuate a chiamarmi ogni volta che non vi piace un presidente americano.

— Non sempre.

— Quasi sempre. Quando l’America vi delude, tirate fuori una mia fotografia. Berlino, la Luna, la Nuova Frontiera. Poi guardate il presente e dite: “Una volta l’America era diversa”.

— Non lo era?

Kennedy inclinò la testa.

— Era diversa. Ma non era innocente.

Si alzò lentamente.

— Nelle fotografie sembrava in perfetta salute.

— Appunto. Sembrava.

Mi parlò delle malattie, dei ricoveri, del dolore alla schiena, delle medicine. La figura vigorosa proposta agli elettori nascondeva una salute fragile.

— Gli americani non avrebbero eletto volentieri un uomo malato. Così mostrammo loro un uomo giovane, abbronzato, sportivo. La politica non mente sempre con le parole. Molto spesso mente con la luce.

— Lei fu il primo presidente televisivo.

— Il primo a capire fino in fondo che la televisione entra nella testa attraverso il volto.

— Dunque non può rimproverare a Trump di avere trasformato la presidenza in spettacolo.

Kennedy sorrise.

— Donald Trump non ha inventato nulla. Anche io fui, almeno in parte, un prodotto televisivo.

— Allora che cosa è cambiato?

— Lo scopo dello spettacolo.

Rimase in silenzio qualche secondo.

— Io usavo la televisione per mostrare un presidente più forte di quanto fossi. Trump la usa per apparire più forte di chiunque altro.

— È una differenza sottile.

— No. Il problema non è che un presidente ingrandisca la propria figura. Il problema comincia quando, per farlo, deve rimpicciolire tutto il resto: le istituzioni, gli alleati, gli avversari, perfino il proprio Paese.

Gli ricordai Camelot, la Casa Bianca elegante, gli artisti, gli intellettuali, la famiglia perfetta.

— Una bella invenzione — disse. — Soprattutto dopo la mia morte. I morti giovani offrono un grande vantaggio: non fanno in tempo a deludere fino in fondo.

— Lei, però, aveva già deluso.

— Certamente.

Parlò della Baia dei Porci. Nel 1961 aveva autorizzato il fallimentare sbarco degli esuli cubani addestrati dalla CIA.

— Pensavo che gli uomini esperti sapessero ciò che facevano. Avevano mappe, dossier, sigle. Parlano con sicurezza, gli esperti. È il loro modo di nascondere la paura.

— Lei si assunse la responsabilità.

— Era il minimo. Ma una dichiarazione dignitosa non trasforma una decisione sbagliata in una decisione giusta.

— Le insegnò qualcosa?

— A diffidare delle stanze nelle quali tutti sono d’accordo con il presidente.

Un anno e mezzo dopo, durante la crisi dei missili di Cuba, quella lezione risultò decisiva. Molti consiglieri militari chiedevano un attacco. Kennedy scelse il blocco navale e mantenne aperto il dialogo con Chruščëv.

— Fu quello il momento in cui si considera un grande presidente?

— Fu il momento in cui ebbi abbastanza paura da non voler sembrare coraggioso.

— Non capisco.

— Gli uomini al potere fanno molte sciocchezze per paura di apparire deboli. Il mio compito non era umiliare Chruščëv. Era permettere a entrambi di arretrare.

— Non è il linguaggio di Trump.

— Trump considera quasi ogni relazione una trattativa e quasi ogni trattativa una prova di forza. Deve esserci un vincitore visibile e uno sconfitto riconoscibile.

— I suoi sostenitori direbbero che è proprio questo ciò che mancava all’America.

— Lo so. Un Paese stanco può innamorarsi facilmente di chi promette di non farlo più arretrare.

Mi guardò con severità.

— Non sottovaluti Trump. I suoi avversari lo trattano come una caricatura. Ma egli parla a qualcosa di reale: il rancore, la paura del declino, la sensazione che l’apertura al mondo abbia favorito alcuni e lasciato indietro molti altri.

— Lei, invece, proponeva un’America generosa.

Kennedy rise piano.

— Non esageriamo. Proporre un’America generosa era anche un modo intelligente per vincere la Guerra fredda.

Mi ricordò che i Peace Corps, il programma spaziale e l’attenzione verso le nuove nazioni indipendenti erano anche strumenti politici.

— Quindi anche il suo idealismo aveva un tornaconto.

— Ogni politica estera ne ha uno. La domanda è se quel tornaconto produca scuole o soltanto muri, alleati o soltanto clienti, rispetto o soltanto obbedienza.

Si avvicinò alla scrivania.

— Io non ho portato l’uomo sulla Luna. Ma dissi agli americani che potevano tentare qualcosa di apparentemente impossibile.

— Anche quella era propaganda.

— Certo. Ma era una propaganda che chiedeva di studiare, costruire, rischiare, collaborare. Non tutta la propaganda produce lo stesso tipo di cittadino.

Era questa, cominciai a capire, la ragione della sua visita.

Non voleva dimostrare di essere moralmente superiore a Donald Trump. Voleva parlare delle immagini che i presidenti consegnano al proprio popolo.

— Un presidente non amministra soltanto il presente — disse. — Stabilisce quali sentimenti siano rispettabili.

— Che cosa significa?

— Può rendere rispettabile la curiosità oppure il sospetto. Il servizio pubblico oppure l’arricchimento personale. La generosità oppure il rancore. La competenza oppure il disprezzo per chi studia.

— Lei rese rispettabile anche l’anticomunismo più aggressivo.

— Sì.

La risposta fu immediata.

— Autorizzai operazioni che oggi preferireste dimenticare. Aumentai la presenza americana in Vietnam. Non posso sapere che cosa avrei fatto dopo. Diffidi di chi sostiene con certezza che avrei evitato quella guerra. I morti sono ottimi statisti perché non devono più prendere decisioni.

— E sui diritti civili?

Il suo volto cambiò.

— Arrivai tardi.

Kennedy sapeva che i democratici segregazionisti del Sud erano indispensabili al suo programma. Per molto tempo procedette con cautela.

— C’erano uomini e donne picchiati, arrestati, umiliati. E io calcolavo i voti al Congresso.

— Poi qualcosa cambiò.

— Cambiarono loro. Gli studenti, le donne, i pastori, i bambini di Birmingham. Un presidente raramente guida la storia dall’inizio. Più spesso la storia lo raggiunge e gli impedisce di continuare a fingere.

Nel giugno 1963 definì i diritti civili una questione morale e annunciò una proposta legislativa che avrebbe contribuito al Civil Rights Act.

— Fu coraggio?

— Anche. Ma fu un coraggio tardivo. Non cancelli l’esitazione soltanto perché la frase finale suona bene.

— La sua vita privata non era più coerente.

Kennedy si voltò verso la finestra.

— Vuole parlare delle donne.

— Anche.

— Non sarò io a chiederle di proteggere la mia reputazione. Ho ferito le persone che mi erano più vicine. Ho preteso disciplina da un Paese mentre non sempre riuscivo a imporla a me stesso.

— Come può un uomo così parlare di responsabilità pubblica?

— Non cerchi presidenti senza peccato. Cerchi istituzioni capaci di funzionare anche quando il presidente è un peccatore.

— Una risposta comoda.

— Una risposta costituzionale. La democrazia non nasce dalla convinzione che gli uomini siano buoni. Nasce dalla certezza che non lo siano abbastanza da potersi fidare completamente di loro.

Gli domandai che cosa pensasse della tendenza di Trump a identificare il proprio destino personale con quello dell’America.

Kennedy rimase in silenzio.

— Ogni presidente è tentato di credere che lo Stato coincida con la propria persona. La Casa Bianca favorisce questa malattia. Tutti si alzano quando entri. Le automobili fermano il traffico. Gli uomini più potenti aspettano una tua telefonata.

— Anche lei?

— Naturalmente.

— Qual è allora la differenza?

— Un presidente può usare il prestigio della carica per ingrandire se stesso. Oppure può usare se stesso per ingrandire la carica.

— Lei quale delle due cose fece?

— Entrambe.

Finalmente sorrise senza eleganza, quasi divertito.

— Trump sostiene di voler rendere di nuovo grande l’America.

— Tutti i presidenti vogliono renderla grande. Cambia la definizione di grandezza.

— Qual era la sua?

Kennedy guardò lo schermo spento.

— Un Paese è grande quando può convincere gli altri senza costringerli.

— Non sempre gli Stati Uniti del suo tempo lo fecero.

— Quasi mai in modo puro. Ma almeno sapevamo che essere ammirati costava meno che essere temuti.

— Eppure la sua America sosteneva dittature, organizzava operazioni clandestine, combatteva una guerra fredda spietata.

— Lo so.

— Allora perché dovremmo rimpiangerla?

— Non dovreste.

La risposta mi sorprese.

— Non dovete rimpiangere il passato. Dovete recuperare la capacità di proporre un futuro.

Rimase in piedi al centro della stanza.

— Io appartenevo a una generazione convinta che il futuro sarebbe stato diverso dal presente. La scienza, l’istruzione, lo spazio, le istituzioni internazionali: tutto sembrava ancora da costruire.

— Oggi?

— Oggi molta politica promette soprattutto di restaurare qualcosa. Tornare ai confini, alle fabbriche, all’ordine, all’identità, alla grandezza perduta. È comprensibile. Il futuro ha deluso molte persone.

— Anche il suo futuro le avrebbe deluse.

— Sicuramente. Ma chiedeva loro di camminare.

Si diresse verso la porta.

— Posso farle un’ultima domanda?

— È per questo che sono venuto.

— Lei era davvero migliore di Trump?

Kennedy abbassò lo sguardo.

— In alcune cose sì. In altre ero forse soltanto più elegante nel nascondere i miei difetti.

— Non è una risposta.

— È l’unica risposta onesta.

Aprì la porta, poi si fermò.

— Mi giudichi per la Baia dei Porci. Per il Vietnam. Per le esitazioni sui diritti civili. Per le menzogne sulla mia salute e per quelle della mia vita privata. Non trasformi la mia morte in un certificato di innocenza.

— E allora che cosa rimane?

— La domanda che ogni presidente lascia dietro di sé.

— Quale?

— Quali qualità ha reso desiderabili?

Kennedy guardò ancora una volta la propria immagine sullo schermo.

— Io non fui sempre l’uomo che gli americani immaginarono. Ma quell’uomo immaginario convinse molti giovani che servire il proprio Paese, studiare, esplorare e assumersi una responsabilità pubblica fossero cose degne.

— È sufficiente?

— No. Ma non è poco.

Fece un passo nel corridoio.

— Ricordi questo, Armando: quando un presidente parla, non descrive soltanto la nazione che governa. Le insegna che cosa deve desiderare.

— E Trump che cosa sta insegnando all’America?

Kennedy non rispose subito.

— Che il mondo è un luogo nel quale qualcuno sta sempre cercando di imbrogliarti. È una lezione potente. Talvolta persino vera.

— E pericolosa?

— Molto. Perché chi crede di essere continuamente assediato finisce per considerare ogni relazione una resa e ogni gentilezza una debolezza.

La sua figura cominciò a confondersi con l’ombra del corridoio.

— Presidente…

Si voltò.

— John — mi corresse.

— Quale America abbiamo perduto?

Questa volta sorrise davvero.

— Nessuna. Le nazioni non si perdono come gli ombrelli. Cambiano perché qualcuno insegna loro a immaginarsi diversamente.

Poi indicò lo schermo.

— Il vero problema non è che l’America non abbia più uomini come me.

— Qual è?

— Che rischi di non ricordare più perché aveva bisogno di immaginarli.

La porta si chiuse.

Sul computer era ricomparsa l’immagine del discorso inaugurale. Kennedy parlava alla folla, giovane, elegante, apparentemente invulnerabile.

Sapevo ormai che quell’uomo non era mai esistito davvero.

Eppure milioni di persone avevano creduto che potesse esistere.

Non basta a renderlo innocente.

Ma può rendere un Paese diverso.

Armando