Non la stavo evocando. Nelle mie interviste gli ospiti arrivano sempre così: mentre penso ad altro, o credo di farlo. Osservavo quella giovane sospinta verso la riva sopra una conchiglia troppo fragile per sostenere un corpo umano. I capelli mossi dal vento, una mano sul seno, l’altra a coprire il ventre. A destra, una figura tendeva un mantello fiorito. A sinistra, Zefiro soffiava con tanta forza che le rose sembravano frammenti di una tempesta.
Sul taccuino avevo scritto:
Simonetta Vespucci, la donna che prestò il volto alla bellezza.
«Non gliel’ho prestato.»
La voce veniva dalla stanza.
Mi voltai.
Era una giovane donna alta, vestita con una semplicità quasi severa. Non portava perle, nastri o gioielli. I capelli erano raccolti. Il volto appariva più vivo e meno perfetto di quello dipinto da Botticelli.
«Che cosa non avete prestato?»
«Il volto. Non ricordo che qualcuno me l’abbia chiesto.»
Guardò la riproduzione appesa alla parete.
«E poi non è detto che sia il mio.»