Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla.
Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi.
“Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.”
Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma..”