Le Interviste impossibili

28 Marzo 2026

Marosa di Giorgio

Mi cercò lei. Non al telefono, che sarebbe stato volgare. Non in sogno, che sarebbe stato troppo facile. Mi cercò in quel modo che hanno certi autori quando non vogliono essere ricordati, ma convocati. Entrò da una porta che non avevo visto. Portava con sé un odore di arance fredde, di terra bagnata e di tovaglie riposte da anni in un armadio di campagna. Non sembrava un’apparizione. Sembrava una donna tornata per controllare se, nel frattempo, il mondo avesse imparato almeno a guardare meglio un fiore.
25 Marzo 2026

Dario Fo

Il teatro era già stato rassettato. Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata. Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse: “Bel funerale. Mancavo solo io.” Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.
23 Marzo 2026

Paolo Poli

Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla. Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi. “Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.” Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma..”
14 Marzo 2026

Albert Camus

La sera è tranquilla. Fuori la città continua a parlare da sola: sirene lontane, televisori accesi, la politica che scorre nei telefoni come una pioggia continua di parole. Sul tavolo ho lasciato un giornale. Titoli grandi: guerre, crisi, governi che oscillano tra promesse e paure. Quando alzo gli occhi, lui è già seduto davanti a me. Albert Camus accende lentamente una sigaretta. Il gesto è calmo, quasi meditato. Non sembra sorpreso di essere qui. Q. Monsieur Camus, molti oggi dicono che la politica è diventata solo una questione di potere. A. Non è una novità. La politica ha sempre avuto a che fare con il potere. La domanda interessante è un’altra: se il potere ricorda ancora di avere un limite.”