Il teatro era già stato rassettato.
Ed era, in fondo, la cosa più sospetta della serata.
Le sedie piegate. Il leggio spostato di lato. Sul fondale, il grande numero cento del centenario: rosso, lucido, perfino allegro. Guardandolo, pensai che Dario Fo avrebbe odiato proprio quella compostezza. Fu allora che una voce alle mie spalle disse:
“Bel funerale. Mancavo solo io.”
Mi voltai. Era lui. Non il Nobel addomesticato. Non il santino laico da anniversario. Dario Fo. Alto, sbilenco il giusto, con quell’aria da contadino sapiente e da attore che ti prende le misure prima ancora di stringerti la mano.
“Cent’anni,” disse guardando il fondale. “Bella età. Per una confezione sì. Per un uomo, meno.”
Provai a dirgli “maestro”, e lui alzò una mano.
“Lascia stare. ‘Maestro’ è la parola che usate quando volete onorare uno e, nello stesso tempo, fermarlo. Io fermo non ci so stare.”
Si sedette sul bordo del palco, senza chiedere permesso.
“Dunque. Mi avete celebrato. Adesso, per equilibrio democratico, mi interrogate.”
Q. Nel centenario della sua nascita, il rischio è che lei diventi un classico innocuo.
A. Ma certo. È il destino dei morti ben riusciti. Da vivi vi danno fastidio. Poi li lucidate, li mettete in cornice, gli fate il convegno, la serata, il pannello commemorativo. Il potere, quando si fa fine, non censura: incornicia.
Fece una pausa.
“Il problema non è essere ricordati. Il problema è essere ricordati a patto di non dire più niente.”
Era il suo punto vero. Non la provocazione per sé. Ma la capacità di togliere solennità falsa alle parole del potere, di aprirle, smontarle, mostrarne il trucco. Per questo il suo teatro non si limitava a far ridere. Denudava un meccanismo.
Q. Oggi da dove comincerebbe?
A. Dalle parole che sembrano innocenti e invece sono già truccate. Sicurezza. Identità. Merito. Ordine. Popolo. Le sentite e vi pare che stiano in piedi da sole. E invece sono scenografie. Io entrerei lì. Le farei inciampare. Il teatro, se serve, serve a questo.
Poi sorrise.
“Il giullare, quando funziona, mica fa il cretino. ‘Prende in giro i potenti’.”
Lo disse come una definizione di mestiere. In effetti è lì il cuore di Fo: il giullare non come maschera folcloristica, ma come figura che ride per togliere gravità finta al potere e restituire verità alla scena.
Q. Oggi però il potere sembra più teatrale di una volta. Più abile nel recitare da sé l’eccesso, la caricatura, perfino il ruolo del buffone.
A. Appunto. Si è fatto furbo. Una volta voleva sembrare serio. Oggi spesso vuole sembrare spontaneo, sfrontato, anti-sistema. Così prova a rubare il mestiere al buffone. Ma un conto è fare la sceneggiata, un conto è smontarla. Il potere di oggi ama travestirsi da anti-potere. È la sua maschera migliore.
Rise, ma senza allegria.
“E se tu non sei preciso, fai solo casino sopra il casino.”
Q. Precisione non è la prima parola che molti associano a lei.
A. Perché vedono il salto e si perdono il lavoro. Vedono il grammelot e pensano: estro. Invece dietro c’erano studio, orecchio, ritmo. La lingua, per romperla bene, devi conoscerla benissimo. Se no sei soltanto uno che strepita.
Fece un gesto rapido nell’aria.
“La lingua, quando gira bene, ‘sembra un coltello’.”
Aveva ragione. Il popolare, in Fo, non è mai stato il facile. È il difficile reso limpido. È il pensiero che trova una forma abbastanza esatta da passare di bocca in bocca senza perdere forza.
Q. E Franca Rame?
Qui cambiò appena espressione.
A. La memoria pubblica è pigra. Le coppie le trasforma in cornici. Ma Franca non era una cornice. Era intelligenza, rigore, coraggio, misura. E sapeva una cosa che tanti dimenticano: che l’impegno, qualche volta, si paga davvero. Senza Franca io non si capisco.
Q. Lei pensa che oggi la satira faccia meno paura?
A. Dipende da quale satira. Quella da salotto no. Quella che fa l’occhiolino al pubblico giusto no. Ma la satira che tocca il meccanismo, quella sì. Fa ancora paura. Solo che è più rara. Perché richiede coraggio.
Si alzò e fece due passi sul palco vuoto.
“Vedo molta gente intelligente che passa la vita a cercare di non sembrare eccessiva. È una brutta malattia. Per dire il vero, qualche volta, bisogna accettare di esagerare. Il teatro non è un soprammobile. È un incidente ben costruito.”
Q. E dell’Italia di oggi, che cosa le colpisce di più?
Strinse gli occhi.
A. Mi colpisce la quantità di gente con l’acqua alle caviglie che continua a dire che va tutto bene.
Poi aggiunse, quasi assaporando l’immagine:
“Il campanile sprofonda, i pesci ti passano davanti, e loro continuano a ripetere: ‘nulla è accaduto’.”
In quella scena c’era tutto Fo: il riso che si strozza in gola, la comicità che non consola ma scopre. Non la battuta che alleggerisce. La battuta che espone.
Capivo che restava una sola domanda.
Q. Nel centenario della sua nascita, che cosa dovremmo fare per non tradirla?
Mi guardò con una pazienza ironica.
A. Smettere di farvi la domanda sbagliata. Non chiedetevi se nascerà un altro Dario Fo. Chiedetevi perché vi siete abituati così bene a una cultura che disturba poco, rischia poco, ride poco davvero. E chiedetevi se riconoscete ancora una voce viva quando parla senza chiedere permesso.
Scese dal palco e si avviò verso il corridoio laterale. A metà si fermò un istante.
“E piantatela con le statue. Le statue non fanno domande.”
Poi sparì.
Restai solo davanti al grande cento rosso del centenario, che ora sembrava più piccolo. E mi fu chiaro che Dario Fo, nel centenario della sua nascita, non ci serve come gloria nazionale ben confezionata. Ci serve come metodo. Come fastidio. Come promemoria.
Il punto non è ricordare un artista importante del Novecento. Il punto è capire se oggi abbiamo ancora voglia di ascoltare qualcuno che, entrando in una sala già ordinata, abbia il coraggio di dire la sola frase necessaria: ricominciamo a disturbare.
Armando.
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Nota editoriale
Questa è una ricostruzione narrativa verosimile basata su fonti, opere e pensiero pubblico di Dario Fo. Le parole attribuitegli, salvo diversa indicazione, sono rielaborazioni coerenti con il suo linguaggio e la sua visione. Le brevi citazioni letterali, virgolettate nel testo, sono tratte da interviste autentiche e dal discorso in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura.





