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Nel decennale della morte, una conversazione immaginaria con l’attore che seppe trasformare la leggerezza in stile, il travestimento in verità e l’eleganza in una forma sottilissima di offesa ai volgari.

Mi riceve in un salottino che sembra uscito da una pensione di lusso per peccatori ben educati. Una poltrona sfinita ma aristocratica, uno specchio con qualche offesa del tempo, un’aria di cipria che si ostina a non morire. Paolo Poli è già lì, con quella sua grazia che pare una carezza finché non ci si accorge che è un coltello di madreperla.

Mi guarda. Non mi saluta subito. Mi squadra come si guarda una cravatta scelta con buone intenzioni ma risultati dubbi.

“Ah”, dice infine. “Siete venuto. Che coraggio. O che incoscienza. Ma spesso coincidono.”

Si accomoda meglio, cioè si dispone teatralmente. Poli non si siede mai: si compone. E nel gesto c’è già tutto. La scena, la distanza, la presa in giro, la disciplina. Del resto fu questo, per decenni: un attore e autore capace di far passare il veleno dentro il merletto, la letteratura dentro il lazzo, la libertà dentro la forma.

La ragione per cui oggi bisogna evocarlo è semplice. Siamo in un tempo che chiama trasgressione la cafoneria, autenticità la sciatteria e coraggio l’esibizione di sé. Paolo Poli, invece, ci ricorda che la vera insolenza è l’eleganza quando non chiede scusa.

Q. Paolo, lei oggi verrebbe considerato scandaloso o semplicemente fuori moda?

A. Ma caro, fuori moda è chi rincorre la moda. Io semmai sono fuori mano. Irraggiungibile ai più. Lo scandalo, poi, è una parola da prefetti e da parroci. Io non ho mai voluto scandalizzare nessuno. Ho solo evitato di rassicurare gli stupidi. Che è molto più grave.

Q. Eppure lei ha incarnato una libertà che in Italia sembrava quasi un affronto.

A. Perché l’Italia perdona tutto, tranne la leggerezza. Se uno urla, sbraita, confessa, sbatte in piazza le proprie viscere, allora dicono: che sincerità. Se uno invece sorride, allude, si traveste, danza su una battuta e intanto smonta l’ipocrisia nazionale, allora si agitano. Hanno paura di non capire. E spesso fanno bene.

Q. Lei giocava con il travestimento come se fosse una forma superiore di verità.

A. Ma certo. Il travestimento non nasconde. Rivela. Gli uomini cosiddetti seri passano la vita travestiti da uomini seri. Io almeno mettevo le carte in tavola. Una parrucca, un falsetto, una civetteria ben temperata, e oplà: saltava fuori il carattere degli altri. Il pubblico, davanti al travestimento, si denuncia sempre da solo. È una forma di interrogatorio senza questura.

Si alza, fa due passi lievi, come un airone maligno. Paolo Poli non ragiona: punge volteggiando.

Q. Oggi tutti parlano di identità. Lei che ne pensa?

A. Che è una parola noiosissima. L’identità interessa ai doganieri. A me interessa lo stile. Oggi tutti vogliono essere riconosciuti. Ma da chi? E soprattutto: per quale merito? Io diffido di chi si presenta nudo in pubblico e pretende che quella sia verità. Molto meglio una maschera ben portata. Almeno richiede intelligenza.

Q. Quindi lei non amava la spontaneità.

A. La spontaneità è il mito dei pigri. La prima cosa spontanea che viene in mente a quasi tutti è una banalità. O una volgarità. L’arte serve proprio a evitare questo incidente.

Q. A proposito di volgarità: lei è stato spesso considerato licenzioso, ma mai volgare.

A. Perché la licenza può essere una grazia. La volgarità no, quella è quasi sempre un fallimento di tono. Vede, si può dire una cosa oscena con una tale precisione da farla diventare cristallina. E si può dire una cosa castissima in modo così ottuso da renderla pornografica. Il segreto è la misura. Anche nell’indecenza ci vuole educazione.

Q. In una sua battuta, lei disse che “il sesso non è tra le gambe, ma nel cervello”.

A. Ah, almeno una cosa giusta l’ho detta. Ma non bastava capirla: bisognava meritarla. Oggi invece tutti riducono il desiderio a una pratica amministrativa. Catalogano, definiscono, notificano, regolamentano. Una tristezza. Il desiderio è anarchico, letterario, anche bugiardo se serve. Guai a metterlo in ordine come una cartella clinica.

Q. Lei fu molto libero anche nel parlare dell’omosessualità, ma sempre controcorrente.

A. Io ero controcorrente perché la corrente mi annoia. Appena una cosa diventa parata, diventa morta. Appena diventa slogan, perde profumo. Gli esseri umani non sono manifesti. Sono romanzi, e pure disordinati. Quando sento parlare di identità orgogliose, compatte, serene, mi viene voglia di aprire una finestra. O di cambiare salotto.

Q. Lei oggi troverebbe più insopportabili i moralisti o i libertari da cartellone?

A. I secondi. I moralisti almeno hanno il fascino dell’antiquariato. I libertari da cartellone, invece, sono la pubblicità del vizio fatta da chi non ha mai peccato seriamente. Mi mettono una malinconia da stabilimento balneare fuori stagione.

Qui sorride. Ma è quel sorriso da cui conviene tenersi a distanza. Sotto c’è il giudizio. E il giudizio di Poli non ha mai avuto bisogno di alzare la voce. Natalia Ginzburg, che lo capì benissimo, lo descrisse come una grazia senza leziosità, con dentro qualcosa di “diabolico”. È una definizione perfetta: un angelo cattivo, ma di ottima educazione.

Q. Lei amava molto i cattivi, i mostri, le bisbetiche, le creature eccentriche.

A. Ma certo. I buoni, a teatro, sono spesso una seccatura. Lo dissi anche: “senza tragedie, senza i cattivi non c’è storia”. È la regola della narrativa e pure della vita. Le persone impeccabili di solito producono noia. Quelle difettose producono racconto. E poi diciamolo: il male, quando non è criminale ma solo umano, è molto più elegante del bene ostentato.

Q. In fondo lei prendeva in giro tutti. Anche se stesso.

A. Soprattutto me stesso. Ma con selezione. Io posso irridermi, gli altri devono guadagnarselo. L’autoironia è come lo champagne: in mani sbagliate fa solo confusione.

Q. Che cosa pensa dell’Italia di oggi?

A. Che è un Paese pieno di gente che vuole sembrare libera senza pagare il prezzo della libertà, cioè la solitudine, il ridicolo, lo studio, talvolta l’impopolarità. Tutti vogliono essere eccezionali, ma con il consenso del condominio. Non funziona così. Se sei davvero libero, prima o poi deludi qualcuno. E spesso i più delusi sono quelli che ti volevano usare come decorazione.

Q. Lei non ha mai cercato di piacere?

A. Ma io ho sempre cercato di piacere. Solo che sceglievo a chi. È una differenza enorme. Piacere a tutti è un mestiere da gelatai. Un artista deve avere il coraggio di lasciare qualcuno fuori dalla porta. Naturalmente con garbo. La brutalità è da parvenu.

Q. Lei oggi cosa direbbe a un giovane attore che vuole essere trasgressivo?

A. Di studiare la lingua. Di leggere le fiabe cattive, i romanzi malvagi, le sante perverse e i libertini teologici. Di imparare a memoria una pagina perfetta. E poi di non confondere la provocazione con l’esibizione. La provocazione è una lama. L’esibizione è una smorfia. La prima resta. La seconda sfiorisce in camerino.

Q. E cos’è, allora, la vera raffinatezza?

Paolo Poli si volta verso lo specchio, ma non per ammirarsi. Per controllare che il mondo gli restituisca una forma decente.

A. La raffinatezza è questa: non dare mai agli altri la soddisfazione di vederti rozzo. Neanche quando lo meriterebbero.

Poi raccoglie un guanto che non aveva, lo indossa con gesto immaginario e mi congeda.

“Adesso basta”, dice. “I morti hanno una gran vita sociale. E i vivi, quando cominciano a capire, diventano sentimentali. Che è imperdonabile.”

Resta nell’aria una lezione semplice e impronunciabile per il nostro tempo: si può essere scandalosi senza essere sporchi, feroci senza essere grevi, liberi senza trasformare la libertà in réclame. Paolo Poli lo sapeva. Per questo ci manca. Non perché fosse soltanto brillante. Ma perché era inafferrabile. E un Paese come il nostro, che ama catalogare tutto, davanti a una creatura inafferrabile prova sempre la stessa cosa: fastidio, fascinazione, e un piccolo, salutare senso di inferiorità.

Armando.

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Nota editoriale

Questa è una ricostruzione narrativa verosimile basata su fonti note e sul profilo pubblico di Paolo Poli. Le brevi citazioni letterali presenti nel testo sono tratte da interviste autentiche.