

Da virtù critica a tecnica politica della sfiducia
Non sempre la politica mente. A volte fa una cosa più sottile, e forse più pericolosa: insinua. Non nega apertamente i fatti. Li avvolge. Non dice “questa verità è falsa”. Dice: “Siamo proprio sicuri?”. “Perché non se ne può discutere?”. “Non sarà che qualcuno ci nasconde qualcosa?”. È una tecnica antica. Ma nel nostro tempo è diventata un linguaggio di governo, di opposizione, di propaganda, di identità.
Il caso di Robert F. Kennedy Jr. è interessante proprio per questo. Non solo per ciò che dice sui vaccini, sulla salute pubblica o sulle istituzioni scientifiche. Ma per il modo in cui lo dice. Per la grammatica del sospetto che costruisce, frase dopo frase. Per la sua capacità di presentare la sfiducia non come un eccesso, ma come una virtù. Non come una rottura, ma come una forma di coraggio civile.
Qui sta il punto. Il dubbio, di per sé, non è un male. Anzi. La scienza vive di dubbi ben posti. La democrazia vive di domande legittime. Il controllo del potere nasce proprio da questa facoltà: non credere per obbedienza, non accettare per inerzia, non inchinarsi all’autorità solo perché parla con tono sicuro. Il dubbio, quando è serio, è uno strumento di libertà.
Ma c’è una differenza decisiva tra il dubbio che cerca prove e il dubbio che vuole solo logorare la fiducia. Il primo è faticoso. Verifica, corregge, misura, confronta. A volte conclude. A volte ammette di non sapere. Il secondo, invece, non vuole arrivare da nessuna parte. Vuole restare aperto all’infinito, perché la sua forza non è nella verità che scopre, ma nell’incertezza che diffonde.
È qui che il caso Kennedy diventa un sintomo più generale. Il suo discorso pubblico, almeno per come emerge dal saggio di Aklalouch, non consiste tanto nell’affermare tesi clamorose, quanto nel creare un clima. Una temperatura morale. Un’aria in cui il cittadino si sente più intelligente se diffida, più libero se sospetta, più lucido se rifiuta il consenso. La formula è nota: non sono contro la sicurezza, anzi sono per la sicurezza; non sono contro i vaccini, chiedo solo trasparenza; non voglio imporre nulla, voglio aprire il dibattito. Tutto appare moderato. Ragionevole. Perfino prudente.
Eppure l’effetto finale è un altro. Non un dibattito più ricco, ma una fiducia più debole. Non una comprensione più alta, ma una paralisi più profonda. Perché se ogni prova può sempre essere rimessa in discussione non sulla base di nuovi dati, ma sulla base di una sfiducia di principio, allora nessuna discussione finisce mai davvero. E ciò che non finisce mai smette di chiarire: serve solo a consumare.
C’è una frase che torna spesso, in forme diverse, in questo tipo di retorica: “Non ci sono abbastanza prove”. Presa sul serio, è una frase legittima. La ricerca vive anche di questo. Ma usata come formula politica permanente diventa un grimaldello. Significa che la soglia della prova viene spostata sempre un passo più in là. Ogni chiarimento è dichiarato insufficiente. Ogni consenso è presentato come sospetto. Ogni convergenza tra studiosi viene descritta come chiusura del dibattito. Così il dissenso non è più una risorsa critica interna alla conoscenza. Diventa una postura identitaria, quasi un marchio di purezza.
Il passaggio più delicato, allora, non riguarda solo i contenuti. Riguarda il significato stesso di parole come scienza, libertà, trasparenza. Se la scienza smette di essere un metodo condiviso per valutare le prove e diventa soltanto un’arena di opinioni contrapposte, allora non resta più un terreno comune. Restano solo schieramenti. Ognuno con la sua “scienza”. Ognuno con i suoi esperti. Ognuno con le proprie verità emotive. A quel punto il conflitto non si limita a dividere le idee. Divide la realtà.
Ed è questo, forse, il danno più grave. Una società democratica sopporta bene il conflitto politico. Lo deve sopportare. Può discutere di quasi tutto: tasse, confini, scuola, guerra, welfare, Europa, identità. Ma per reggere ha bisogno di un minimo di mondo comune. Non di unanimità, certo. Ma di un terreno in cui i fatti, per quanto contestati, non siano solo munizioni simboliche. Se invece tutto diventa solo interpretazione interessata, allora la politica non governa più il dissenso. Lo radicalizza fino a renderlo invivibile.
Il caso Kennedy parla anche di questo. Parla di una mutazione del linguaggio pubblico. Di figure che non si presentano come nemiche della verità, ma come sue ultime difensori. Di leader che non dicono “seguitemi perché ho ragione”, ma “seguitemi perché gli altri vi nascondono qualcosa”. È una differenza enorme. Nel primo caso chiedono consenso. Nel secondo chiedono sfiducia. E la sfiducia, una volta diventata identità, è molto più resistente dei fatti.
Per questo il problema non è solo americano, e non riguarda solo la sanità. Questa retorica attraversa ormai molti campi: il clima, la geopolitica, l’informazione, la giustizia, l’Europa, perfino l’educazione. Il meccanismo è simile. Si prende una richiesta legittima di controllo e la si trasforma in sospetto sistematico. Si parte dalla giusta idea che il potere debba essere verificato. Si arriva alla convinzione che ogni autorità sia per definizione truccata. Si invoca il pensiero critico, ma lo si svuota della sua disciplina. Così la critica smette di essere uno strumento e diventa un istinto.
Qui vale la pena fermarsi un momento. Perché la tentazione, davanti a fenomeni come questo, è reagire in modo speculare: difendere le istituzioni in blocco, sacralizzare la scienza, trattare ogni dubbio come una colpa. Sarebbe un errore. Sarebbe regalare agli imprenditori del sospetto la parte che preferiscono: quella del dissidente perseguitato. Il punto non è mettere a tacere le domande. È distinguere tra domande che cercano risposte e domande che servono soltanto a impedire che una risposta sia mai sufficiente.
È una distinzione meno spettacolare, ma più seria. E oggi ce n’è un bisogno disperato. Perché la vera crisi non nasce dal fatto che qualcuno sbaglia. Nasce dal fatto che si costruisce un ambiente in cui sbagliare, correggersi, verificare, concludere diventano atti sospetti. In un ambiente simile, chi promette certezze assolute è pericoloso. Ma anche chi lavora per rendere impossibile ogni certezza condivisa fa danni profondi.
Alla fine, la domanda più urgente non è che cosa creda davvero Robert F. Kennedy Jr. La domanda è un’altra: che tipo di spazio pubblico rende possibile la sua efficacia? Un mondo in cui il dubbio non è più un passaggio verso la conoscenza, ma una dimora permanente. Un mondo in cui non serve dimostrare: basta insinuare. Un mondo in cui la parola “trasparenza” non apre più, ma corrode.
Il dubbio resta una virtù, finché accetta la fatica della prova. Quando invece diventa mestiere politico, rischia di trasformarsi in qualcosa di opposto: non una difesa della libertà, ma una lenta demolizione della realtà comune.
Armando.
Questo articolo nasce dalla lettura del saggio “Robert F. Kennedy Jr, a master in the political craft of doubt – a linguist’s take” di Fatima-Zahra Aklalouch, Associate Professor all’Université Paris Cité, pubblicato su The Conversation il 10 marzo 2026, e ne sviluppa nel linguaggio di Canale Cultura una riflessione più ampia sul dubbio come tecnica politica.