Piazza Rossa, la vittoria che non riesce a finire

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C’è una cosa che colpisce, ogni volta che la Piazza Rossa torna a riempirsi di soldati, bandiere e passi cadenzati. Non sono soltanto le uniformi, né il profilo del Cremlino, né San Basilio sullo sfondo, quasi fosse una scenografia preparata dalla storia. È il fatto che, in Russia, la Seconda guerra mondiale non è mai davvero finita.

È finita nei trattati, nei libri, nelle fotografie in bianco e nero, con Berlino distrutta e la bandiera rossa sul Reichstag. Ma nella coscienza politica russa la “Grande Guerra Patriottica” continua a essere un presente. Non un semplice ricordo, ma una chiave di lettura. Non una commemorazione, ma un linguaggio di potere.

La recente parata sulla Piazza Rossa, a 81 anni dalla vittoria sovietica sul nazismo, va letta proprio così: non come una cerimonia militare, ma come un messaggio. Alla Russia, all’Ucraina, all’Europa, alla Nato, e anche a quel mondo non occidentale al quale Mosca cerca sempre più di rivolgersi.

Per capire questo rito bisogna tornare alla grande parata del 24 giugno 1945. Non fu il 9 maggio, ma alcune settimane dopo la fine della guerra. Stalin volle una cerimonia dei vincitori. Soldati, marescialli, reparti reduci dal fronte, bandiere catturate. Gli stendardi tedeschi furono gettati ai piedi del Mausoleo di Lenin: gesto antico, quasi romano, con il nemico sconfitto deposto davanti al centro sacro del potere.

Lì nasce il mito politico del dopoguerra sovietico. Non semplicemente: abbiamo partecipato alla vittoria. Ma: abbiamo salvato il mondo dal nazismo. Ed era una vittoria pagata a un prezzo immenso, con milioni di morti, città distrutte, famiglie spezzate, un Paese intero passato attraverso l’invasione, l’assedio, la fame, Stalingrado e infine Berlino.

Da allora il 9 maggio è diventato qualcosa di più di una data. È il cuore morale della Russia contemporanea. Putin non ha inventato questo culto della Vittoria: lo ha ereditato dall’Unione Sovietica, lo ha trasformato, lo ha reso meno comunista e più nazionale, meno rivoluzionario e più patriottico. La bandiera rossa resta, ma non parla più di rivoluzione mondiale. Parla di grandezza russa.

Il problema nasce qui. La memoria della guerra giusta viene usata per dare senso alla guerra presente. Il sacrificio dei soldati sovietici viene accostato a quello dei militari russi impegnati in Ucraina. L’avversario di oggi viene spinto, più o meno apertamente, nell’ombra morale del nazismo. La Nato diventa il nuovo accerchiamento. L’Ucraina diventa il fronte avanzato dell’Occidente.

Storicamente è una forzatura enorme. Politicamente è efficace, perché tocca il nervo più profondo della memoria russa: la paura di essere invasi, circondati, umiliati, cancellati. Ogni potere cerca antenati nobili. La Francia ha la Rivoluzione. Gli Stati Uniti hanno l’indipendenza e la Costituzione. L’Italia repubblicana ha la Resistenza. La Russia di Putin ha il 9 maggio.

Ma i simboli sono pericolosi. A volte obbediscono. A volte tradiscono. La parata recente voleva dire forza, continuità, sicurezza. Eppure il suo tono più trattenuto, la sorveglianza rafforzata, la minore esibizione di mezzi rispetto alle grandi sfilate del passato raccontano anche altro. Raccontano una Russia che celebra la vittoria mentre combatte una guerra lunga, costosa, logorante. Una Russia che vuole mostrarsi invulnerabile, ma che proprio per questo rivela di sentirsi esposta.

Per anni il 9 maggio è stato la grande vetrina della potenza militare russa: carri armati, missili, sistemi antiaerei, reparti schierati con precisione teatrale. Ora quella scenografia appare più prudente. E la prudenza, in politica, è già un messaggio. Significa che la guerra in Ucraina non è rimasta lontana. È entrata nel rito, lo condiziona, lo restringe, lo sorveglia.

Anche gli ospiti e gli alleati raccontano qualcosa. La Russia non è isolata in senso assoluto: commercia, tratta, riceve sostegni, cerca partner. Ma è più lontana dall’Europa di quanto non lo sia mai stata dalla fine della Guerra fredda. La sua platea non è più quella di una potenza che cerca riconoscimento anche in Occidente. È quella di una potenza che si presenta come centro alternativo all’Occidente.

La Piazza Rossa diventa così una mappa geopolitica. Da una parte, la Russia che rivendica l’eredità della vittoria del 1945. Dall’altra, la Russia che nel presente si appoggia sempre più a regimi e partner lontani dall’asse euro-atlantico. Il messaggio ufficiale è: non siamo soli. Il sottotesto è: non siamo più dove eravamo.

La vittoria del 1945 è dunque, per Mosca, insieme una risorsa e una prigione. È una risorsa perché nessun altro evento offre al potere russo una legittimità così profonda. Il sacrificio sovietico fu reale. Il ruolo dell’Armata Rossa nella sconfitta di Hitler fu decisivo. Ogni lettura seria del Novecento deve riconoscerlo.

Ma è anche una prigione, perché obbliga il potere russo a vivere dentro un eterno 1945. Ogni conflitto deve diventare una nuova guerra patriottica. Ogni avversario deve assomigliare a un invasore. Ogni compromesso rischia di apparire come tradimento. Ogni pace senza trionfo sembra una sconfitta morale.

La Russia di oggi non è l’Urss del 1945. L’Ucraina di oggi non è la Germania nazista. L’Europa di oggi non è la Wehrmacht. La Nato non è l’Operazione Barbarossa. Ma i miti politici funzionano proprio così: semplificano il mondo, cancellano le differenze, trasformano la complessità in una storia sola.

E una storia sola è sempre pericolosa.

La recente parata segna questo: la guerra in Ucraina resta il centro della politica russa; Mosca vuole presentarla come uno scontro più vasto con l’Occidente; il potere russo continua a mostrare forza, ma dentro una cornice sempre più inquieta.

La Piazza Rossa non ha celebrato soltanto il passato. Ha messo in scena il presente. Ha detto che la Russia continua a pensarsi come la nazione che ha vinto la guerra decisiva del Novecento. Ma ha mostrato anche un Paese che fatica a uscire da quella vittoria, che la usa come bussola, come scudo, come arma retorica.

Nel 1945 Mosca poteva dire: abbiamo sconfitto il nazismo. Oggi dice: siamo ancora assediati, siamo ancora in guerra, dobbiamo ancora vincere.

La domanda, allora, non è se quella memoria sia importante. Lo è, enormemente. La domanda è che cosa accade a un Paese quando la sua più grande vittoria diventa il linguaggio permanente della sua politica.

Forse accade questo: che il passato non illumina più il presente. Lo occupa.

E quando il passato occupa il presente, la storia smette di essere memoria. Diventa destino.

Armando.