

Carlo Rovelli, nel saggio There Is No ‘Hard Problem Of Consciousness’ pubblicato su Noema Magazine del 7 maggio, sostiene che la coscienza sia ancora difficilissima da comprendere, ma che questa difficoltà non dimostri l’esistenza di una realtà separata dal corpo. Spiegare il cervello, però, non significa cancellare emozioni, memoria o vita interiore. Come conoscere la rotazione terrestre non rende meno vero un tramonto.
Forse non siamo meno umani perché apparteniamo interamente alla natura. Forse è la natura a essere molto più sorprendente di quanto pensassimo.
Nell’articolo proviamo a capire il “problema difficile” della coscienza, il confronto con David Chalmers e che cosa tutto questo può dirci anche sull’intelligenza artificiale.
……….
Che cosa perdiamo se scopriamo che anche l’anima appartiene alla natura?
È una domanda che può sembrare astratta. Una di quelle questioni che si discutono nei dipartimenti di filosofia, tra parole difficili, esperimenti mentali e definizioni che sembrano costruite apposta per tenere lontano il lettore comune.
Eppure ci riguarda molto da vicino.
Riguarda ciò che proviamo quando ricordiamo una persona amata. Riguarda il dolore, la paura, la vergogna, il piacere di una musica. Riguarda quella voce silenziosa con cui parliamo a noi stessi. Riguarda la sensazione, difficile da descrivere ma impossibile da ignorare, di essere qualcuno.
Non soltanto un corpo che funziona.
Non soltanto un organismo che respira, mangia, dorme e reagisce agli stimoli.
Qualcuno.
È da qui che nasce il problema della coscienza. Ed è contro il modo in cui questo problema viene spesso formulato che Carlo Rovelli ha scritto un saggio dal titolo provocatorio: “Non esiste un problema difficile della coscienza”.
La tesi di Rovelli è netta. La coscienza è certamente difficile da comprendere. Il cervello umano è uno dei fenomeni più complessi che conosciamo e il suo funzionamento ci sfugge ancora in larga parte. Ma questa difficoltà, sostiene Rovelli, non dimostra affatto che la coscienza appartenga a un regno separato dalla materia.
Il mistero resta.
Ciò che Rovelli contesta è il salto dal mistero alla metafisica.
Non capiamo pienamente come nasca la vita interiore. Ma dal fatto che non la comprendiamo non segue che essa sia fatta di una sostanza diversa dal corpo, collocata fuori dalla natura e magari destinata a sopravvivere indipendentemente da noi.
La storia umana, osserva Rovelli, è piena di resistenze simili.
Abbiamo faticato ad accettare che la Terra non fosse il centro dell’universo. Ci sembrava quasi un’umiliazione essere relegati su un pianeta che gira attorno a una stella qualunque.
Abbiamo faticato ad accettare Darwin. L’idea di condividere antenati con gli altri animali appariva degradante. Come se la parentela con una scimmia, un asino o un topo potesse sottrarre dignità alla specie umana.
Abbiamo faticato ad accettare che gli esseri viventi fossero composti della stessa materia del mondo apparentemente inanimato. Nessuna sostanza vitale separata. Nessun ingrediente speciale aggiunto agli atomi per trasformarli in vita.
Ora potrebbe essere arrivato il turno della coscienza.
Dopo avere scoperto che la Terra appartiene al cielo, che l’uomo appartiene al mondo animale e che la vita appartiene alla materia, dobbiamo forse accettare che anche la nostra anima appartenga interamente alla natura.
Ed è proprio questo che continua a spaventarci.
Per comprendere Rovelli conviene partire da un tramonto.
Per secoli gli uomini hanno visto il Sole scendere lentamente verso l’orizzonte. Sembrava evidente che fosse il Sole a muoversi nel cielo, fino a scomparire dietro la Terra.
Oggi sappiamo che il tramonto dipende dalla rotazione terrestre. Non è il Sole a calare: siamo noi a voltarci progressivamente dalla parte opposta.
Questa spiegazione ha forse cancellato il tramonto?
Lo ha reso meno reale?
Ha tolto qualcosa alla luce che cambia colore, alle ombre che si allungano, a quella strana malinconia che talvolta ci prende quando il giorno finisce?
Naturalmente no.
Il tramonto continua a esistere. Continua a essere bello. Continua a commuoverci. Semplicemente, lo comprendiamo in modo diverso.
Questo è uno dei passaggi più semplici e più importanti del ragionamento di Rovelli: spiegare un fenomeno non significa dichiararlo illusorio.
Sapere che l’acqua è composta da idrogeno e ossigeno non cancella la sete.
Conoscere i meccanismi dell’udito non rende meno emozionante una sinfonia.
Studiare le reazioni chimiche e nervose che accompagnano l’innamoramento non dimostra che l’amore non esista.
Allo stesso modo, comprendere meglio il cervello non dovrebbe cancellare la coscienza, le emozioni o l’anima.
Potremmo continuare a usare la parola “anima”, dice Rovelli. È una parola antica e preziosa. Indica la nostra interiorità, la memoria, i sentimenti, la capacità di scegliere, soffrire, desiderare e attribuire senso alle cose.
La questione non è se l’anima esista.
La questione è se debba necessariamente essere una sostanza distinta dal corpo.
Per molti secoli la cultura occidentale ha pensato l’essere umano come l’unione di due entità differenti.
Da una parte il corpo. Materiale, corruttibile, destinato a invecchiare e morire.
Dall’altra l’anima. Immateriale, spirituale, capace di sopravvivere alla morte del corpo.
L’anima conservava i ricordi, amava, soffriva, decideva. Era il soggetto della libertà e della responsabilità. Poteva essere giudicata, salvata o condannata.
Questa visione non appartiene soltanto alla religione. È entrata profondamente nel nostro linguaggio e nel nostro modo di pensarci.
Diciamo di “avere” un corpo, come se il vero io fosse altrove.
Parliamo del cervello come di uno strumento utilizzato dalla mente, quasi che nella nostra testa ci fosse un piccolo individuo invisibile intento a manovrare leve e pulsanti.
Quando una persona cambia carattere dopo una lesione cerebrale, restiamo turbati. Quando una malattia modifica la memoria o la capacità di riconoscere i propri cari, ci domandiamo dove sia finita la persona che conoscevamo.
Sembra difficile accettare che ciò che chiamiamo “io” dipenda così intimamente da un organo.
Eppure ogni esperienza conosciuta mostra un rapporto strettissimo tra la vita mentale e il corpo. Il sonno, i farmaci, l’alcol, una febbre alta, un trauma, una malattia neurologica possono modificare percezioni, umore, memoria e coscienza.
Questo non dimostra che abbiamo già compreso la mente.
Dimostra però che la mente non vive con indifferenza rispetto al corpo.
Rovelli invita a prendere sul serio questa continuità. Non per ridurre l’uomo a un ammasso di cellule, ma per smettere di immaginare la coscienza come un’ospite straniera temporaneamente alloggiata nel cervello.
La formula “problema difficile della coscienza” è legata al filosofo australiano David Chalmers, che negli anni Novanta propose una distinzione diventata celebre.
Esistono, disse Chalmers, due tipi di problemi.
Il primo riguarda il funzionamento della mente e del cervello.
Come riconosciamo un volto?
Come distinguiamo una voce?
Come conserviamo un ricordo?
Come concentriamo l’attenzione?
Come trasformiamo la luce che raggiunge i nostri occhi nella percezione di un colore?
Come riusciamo a descrivere ciò che proviamo?
Sono domande enormi. Chalmers le definì provocatoriamente problemi “facili”, non perché siano semplici, ma perché possiamo almeno immaginare come affrontarli.
Possiamo osservare il cervello, studiare le lesioni, analizzare i comportamenti, costruire esperimenti, confrontare dati. Non abbiamo ancora tutte le risposte, ma sappiamo in quale territorio cercarle.
Poi, secondo Chalmers, esiste un altro problema.
Perché questi processi sono accompagnati da un’esperienza?
Quando una certa luce colpisce la retina, nel cervello avvengono trasformazioni complesse. Ma perché noi non ci limitiamo a elaborare un’informazione? Perché vediamo il rosso?
Quando ci feriamo, il sistema nervoso trasmette segnali. Ma perché quei segnali fanno male?
Quando ascoltiamo una melodia, perché non registriamo soltanto una successione di frequenze, ma proviamo nostalgia, gioia o commozione?
La domanda può essere formulata in modo ancora più diretto: perché non siamo organismi che funzionano al buio?
Perché c’è qualcuno in casa?
Questo è il “problema difficile”.
Anche se un giorno conoscessimo ogni dettaglio del cervello, sostiene Chalmers, resterebbe da spiegare perché quei movimenti fisici siano accompagnati da una vita interiore.
Tra la descrizione del cervello e l’esperienza vissuta sembrerebbe esserci un vuoto. Un “divario esplicativo”.
Rovelli non nega che la coscienza sia complessa. Nega che esista quel particolare divario.
Secondo lui, Chalmers ha diviso in due ciò che potrebbe essere un unico fenomeno osservato da prospettive differenti.
Immaginiamo una tempesta.
Da un satellite appare come un sistema di nuvole, pressioni, temperature e correnti d’aria. I meteorologi possono misurarla, tracciarne la direzione, calcolare la velocità del vento.
Da terra, la stessa tempesta è un’altra cosa.
È il rumore della pioggia sul tetto. È un lampo che illumina la stanza. È il vento contro le finestre. È la paura di chi si trova in mare. È l’odore della terra bagnata.
Dobbiamo forse concludere che esistono due tempeste?
Una tempesta fisica, composta da masse d’aria, e una seconda tempesta, misteriosa e non materiale, fatta di rumori e paura?
No. Esiste un solo fenomeno, osservato e vissuto da posizioni diverse.
Per Rovelli potrebbe accadere qualcosa di simile con la coscienza.
Un neuroscienziato osserva l’attività cerebrale di una persona che prova dolore. La persona, nello stesso momento, sente il dolore.
L’uno descrive il fenomeno dall’esterno.
L’altra lo vive dall’interno.
Non sono necessariamente due realtà. Potrebbero essere due modi di accedere allo stesso evento.
È una tesi meno banale di quanto sembri.
Siamo abituati a pensare che la scienza descriva il mondo oggettivo così com’è, mentre l’esperienza soggettiva sarebbe qualcosa di aggiunto. Da una parte i fatti, dall’altra le sensazioni.
Rovelli contesta questa immagine.
Anche lo scienziato è dentro il mondo. Ha un corpo, percepisce strumenti, legge numeri, formula teorie. La conoscenza scientifica non arriva da uno sguardo collocato fuori dall’universo. È un’attività che accade nell’universo.
Noi non possiamo uscire dal mondo per contemplarlo dall’esterno.
Ogni conoscenza nasce da una posizione.
Questo non significa che tutte le opinioni siano equivalenti. Una misurazione controllata è più affidabile di un’impressione casuale. Una teoria capace di fare previsioni vale più di una fantasia.
Significa però che anche la conoscenza più rigorosa resta un rapporto tra una parte del mondo e un’altra parte del mondo.
La soggettività non sarebbe allora un miracolo aggiunto alla materia. Sarebbe il modo in cui alcuni processi naturali si presentano dal punto di vista dell’organismo nel quale avvengono.
Uno degli esempi più discussi riguarda i cosiddetti “qualia”.
La parola indica gli aspetti immediatamente vissuti dell’esperienza: il sapore del caffè, il bruciore di una ferita, il profumo del gelsomino, il colore rosso.
Possiamo spiegare quali lunghezze d’onda stimolano i nostri occhi. Possiamo studiare la retina, il nervo ottico e le aree cerebrali coinvolte nella visione.
Ma perché il rosso ci appare proprio così?
Perché ha quella qualità?
Rovelli sospetta che la domanda contenga un inganno.
“Rosso” è il nome che diamo proprio a quella particolare esperienza. Chiedere perché il rosso sembri rosso potrebbe assomigliare alla domanda: perché un gatto sembra un gatto?
Naturalmente possiamo spiegare come riconosciamo un gatto, quali tratti ne identificano la forma, come abbiamo imparato la parola. Ma a un certo punto “gatto” è il nome che diamo a quell’animale.
Allo stesso modo, “rosso” è il nome che attribuiamo al processo che si verifica quando vediamo, ricordiamo o immaginiamo quel colore.
Non esisterebbe dunque, secondo Rovelli, una qualità misteriosa da aggiungere ai processi fisici. La qualità è il modo in cui quei processi vengono vissuti dall’organismo stesso.
Qui però bisogna fermarsi un momento.
La risposta di Rovelli è elegante, ma non è detto che convinca tutti.
Il critico potrebbe obiettare: non sto chiedendo perché chiamiamo “rosso” quella sensazione. Sto chiedendo perché esista una sensazione.
Un sensore può distinguere due colori. Una telecamera può registrare il rosso. Ma noi presumiamo che né il sensore né la telecamera vedano davvero qualcosa.
Il problema, quindi, non è soltanto identificare una funzione. È comprendere perché, almeno nel nostro caso, quella funzione sia accompagnata da esperienza.
Rovelli risponderebbe probabilmente che stiamo nuovamente separando ciò che non abbiamo motivo di separare. La nostra esperienza del rosso non accompagna il processo cerebrale come un passeggero accompagna il conducente. È quel processo, descritto al livello nel quale conta per la nostra vita.
Ma il confronto resta aperto.
Ed è bene che resti aperto.
Rovelli utilizza un’immagine particolarmente efficace.
La sua bicicletta, scrive, obbedisce certamente alle leggi della fisica delle particelle. Eppure, quando si rompe, non chiama un fisico. La porta dal meccanico.
Non c’è contraddizione.
La bicicletta è composta di particelle, ma per capire perché la catena salta o il freno non funziona serve un altro linguaggio. Servono concetti come ruota, catena, pedale, attrito, usura.
Nessuno di questi oggetti è separato dalla materia. Ma nessuno può essere utilmente sostituito da una lista di particelle.
Lo stesso vale per una cucina.
Un tavolo è un insieme di atomi. Eppure possiamo sederci attorno al tavolo, apparecchiarlo, venderlo, ereditarlo, ricordare le persone che vi sedevano. Dire che è fatto di atomi non rende false queste descrizioni.
Sono livelli differenti della realtà.
Un rimorso può essere un processo fisico e, nello stesso tempo, una vicenda morale. Per comprenderlo non basta osservare neuroni. Dobbiamo conoscere la storia di una persona, le sue scelte, le conseguenze delle sue azioni, il rapporto con gli altri.
L’affermazione “tutto appartiene alla natura” non equivale dunque a dire “soltanto la fisica conta”.
Questo è un equivoco frequente.
Quando sentiamo dire che la mente è un fenomeno fisico, immaginiamo immediatamente un riduzionismo brutale: l’amore non sarebbe altro che chimica, la libertà soltanto un’illusione, la poesia una scarica elettrica.
Ma quel “non è altro che” non è una scoperta scientifica. È una scelta retorica.
La Divina Commedia è composta da segni d’inchiostro, ma non è soltanto inchiostro.
Una voce è fatta di vibrazioni dell’aria, ma non è soltanto vibrazione.
Una persona è fatta di cellule, ma non è soltanto una quantità di cellule.
I livelli più complessi non fluttuano fuori dalla natura. Emergono dalle relazioni tra le sue parti.
Per sostenere la propria tesi, Chalmers ci invita a immaginare uno “zombie filosofico”.
Non è il morto vivente dei film.
È una copia perfetta di un essere umano.
Ha il nostro stesso corpo e lo stesso cervello. Ride quando ascolta una battuta. Si allontana dal fuoco. Racconta sogni. Scrive poesie. Dice di soffrire, amare e avere paura.
Tutto in lui funziona esattamente come in noi.
Eppure, per ipotesi, dentro non prova nulla.
Non c’è nessuno in casa.
Chalmers sostiene che possiamo almeno concepire un simile essere. E se è concepibile che tutti i processi fisici esistano senza coscienza, allora la coscienza non può essere identica a quei processi.
Rovelli ribatte che lo zombie è stato costruito inserendo in partenza ciò che dovrebbe dimostrare.
Se è davvero identico a noi in ogni comportamento e processo cerebrale, lo zombie dirà di essere cosciente. Sosterrà di sentire dolore, di vedere colori, di avere una vita interiore. Rifletterà su se stesso e si convincerà di essere qualcuno.
Ma allora su quale base possiamo affermare che non prova nulla?
Soltanto perché abbiamo stabilito per definizione che non prova nulla.
Lo zombie non dimostrerebbe l’esistenza di una coscienza separata dalla materia. Sarebbe un personaggio immaginario costruito sulla base di quella separazione.
La critica di Rovelli è forte.
Ma anche qui non chiude definitivamente la discussione. Chalmers non usa lo zombie come prova sperimentale. Lo usa per mostrare una difficoltà concettuale: sembra possibile pensare al funzionamento senza l’esperienza.
Il problema è capire quanto valore attribuire a ciò che riusciamo a immaginare.
La nostra immaginazione è uno strumento potente. Ma non sempre è una guida affidabile su ciò che può esistere davvero.
Per secoli gli uomini hanno trovato inconcepibile che la Terra si muovesse. Il terreno appariva stabile sotto i piedi. Eppure si muoveva.
Il fatto che una cosa ci sembri concepibile o inconcepibile può dipendere dai concetti che abbiamo ereditato.
Ed è proprio questo il sospetto di Rovelli: lo zombie filosofico ci convince perché continuiamo a immaginare mente e corpo come due cose separate.
No.
E probabilmente non pretende di aver spiegato nel dettaglio come funzioni la coscienza.
Non sappiamo ancora come il cervello costruisca la continuità dell’io. Non comprendiamo pienamente la memoria, l’attenzione, il rapporto tra emozioni e decisioni. Non sappiamo stabilire con certezza quali organismi possiedano forme di coscienza e quanto siano simili alle nostre.
Rovelli non offre una teoria neurologica completa.
Propone una pulizia del terreno.
Ci invita a non trasformare ciò che ancora non comprendiamo nella prova dell’esistenza di due realtà separate.
È una distinzione essenziale.
Dire “non sappiamo ancora spiegarlo” è una posizione scientificamente onesta.
Dire “non potremo mai spiegarlo perché appartiene a un’altra sostanza” è una tesi metafisica.
Può essere vera. Ma non deriva automaticamente dalla nostra ignoranza.
La storia della conoscenza dovrebbe renderci prudenti. Molti divari considerati assoluti si sono rivelati differenze di complessità, di scala o di prospettiva.
Il cielo sembrava composto di una materia diversa dalla Terra.
La vita sembrava richiedere una forza speciale.
L’uomo sembrava separato dal resto degli animali.
Ogni volta la ricerca ha mostrato continuità dove vedevamo fratture.
Questo non dimostra che accadrà lo stesso con la coscienza. Ma rende ragionevole non proclamare troppo presto l’esistenza di un abisso invalicabile.
È il punto più delicato.
La tesi di Rovelli non dimostra scientificamente che non esista Dio. Non dimostra che non vi sia alcuna trascendenza. Non decide che cosa accada dopo la morte.
La scienza studia fenomeni osservabili, costruisce modelli e verifica previsioni. Non possiede strumenti capaci di misurare il senso ultimo dell’esistenza.
Rovelli sostiene qualcosa di più circoscritto: per cercare di comprendere la coscienza non è necessario postulare una sostanza immateriale distinta dal corpo.
Un credente potrebbe continuare a parlare di anima. Potrebbe considerarla la persona nella sua interezza, la sua apertura a Dio, il suo valore irriducibile, la sua responsabilità.
Il conflitto nasce quando l’anima viene utilizzata come spiegazione tecnica del funzionamento mentale. Quando, invece di studiare memoria, percezione e cervello, si risponde semplicemente che agisce una sostanza spirituale.
La fede e la scienza possono entrare in contrasto. Ma non ogni differenza è necessariamente una guerra.
La scienza può chiedere come funzioni la coscienza.
La religione può interrogarsi sul significato e sul destino della persona.
Naturalmente i due territori non sono separati da un muro perfetto. Le domande si incontrano. Le risposte possono urtarsi. Ma è bene non attribuire alla scienza conclusioni che essa non può produrre, né usare la fede per evitare le domande che possiamo studiare.
Rovelli conserva la parola “anima”, ma la riporta nella natura.
È una scelta che alcuni troveranno liberatoria e altri insufficiente.
Tuttavia merita di essere compresa prima di essere respinta.
La questione non riguarda soltanto antiche dispute filosofiche. È diventata urgente con l’intelligenza artificiale.
Una macchina che conversa, scrive, riconosce immagini e descrive emozioni è cosciente?
La risposta più onesta, oggi, è che non lo sappiamo. Ma sappiamo che la capacità di usare il linguaggio della coscienza non dimostra, da sola, l’esistenza di una vita interiore.
Un sistema può scrivere “ho paura” perché ha appreso in quali contesti quella frase viene utilizzata.
Ma prova paura?
Il problema ricorda lo zombie di Chalmers. Un’entità può comportarsi come se fosse cosciente senza esserlo?
Con gli altri esseri umani non possiamo entrare direttamente nella loro interiorità. Eppure attribuiamo loro una coscienza perché ci somigliano in molti modi: hanno un corpo, nascono, crescono, soffrono, possono essere feriti, hanno una storia evolutiva simile alla nostra.
Con una macchina la somiglianza potrebbe fermarsi alla superficie del linguaggio.
Oppure, un giorno, potremmo costruire sistemi così complessi, autonomi e integrati da dover rivedere questa prudenza.
La posizione di Rovelli non offre una risposta immediata. Ma cambia il modo di formulare la domanda.
Se la coscienza è un fenomeno naturale, non è impossibile in linea di principio che possa emergere in forme diverse da quelle biologiche.
Ma “naturale” non significa “facile da fabbricare”.
Forse la coscienza richiede un corpo. Forse richiede bisogni, vulnerabilità, memoria, relazioni e una lunga storia di interazione con il mondo. Forse non basta elaborare simboli.
Prima di domandarci se una macchina possieda un’anima, dovremmo comprendere meglio che cosa intendiamo quando diciamo che la possediamo noi.
In fondo, dietro il dibattito sulla coscienza si nasconde una paura antica.
Temiamo che ogni spiegazione ci tolga qualcosa.
Se l’uomo discende da altri animali, allora non è speciale.
Se il pensiero dipende dal cervello, allora non siamo liberi.
Se l’amore coinvolge la chimica, allora non è autentico.
Se l’anima appartiene alla natura, allora non esiste.
Ma queste conclusioni non sono obbligatorie.
Sapere che un violino produce suoni attraverso la vibrazione delle corde non elimina la musica.
Conoscere la grammatica non cancella la poesia.
Comprendere i meccanismi della memoria non rende meno prezioso un ricordo.
Forse abbiamo commesso un errore nel luogo in cui abbiamo collocato la meraviglia.
Abbiamo pensato che per essere importante l’anima dovesse venire da un altro mondo.
Rovelli propone il contrario.
La meraviglia potrebbe essere proprio che una parte della natura sia capace di sentire, ricordare, interrogarsi e guardare le stelle.
Non siamo materia più qualcos’altro.
Siamo materia che, organizzata in una forma straordinariamente complessa, arriva a soffrire, amare e domandarsi che cosa sia.
Questa immagine non ci rende necessariamente più piccoli.
Rende la natura immensamente più grande.
Rovelli può apparire troppo sicuro quando dichiara inesistente il “problema difficile”.
Il problema non è stato cancellato. Continuiamo a non sapere perché e come determinati processi naturali assumano la forma di un’esperienza soggettiva.
La sua provocazione, tuttavia, è utile.
Ci ricorda che non ogni domanda difficile nasconde una frattura metafisica. Talvolta la difficoltà nasce dai concetti con cui abbiamo impostato il problema.
Forse non dobbiamo costruire un ponte tra materia e coscienza.
Forse abbiamo immaginato due rive dove esisteva un solo paesaggio.
Questo non significa che la coscienza sia semplice, né che la scienza sia vicina a spiegarla completamente. Significa rinunciare a una soluzione troppo comoda: chiamare “altro” ciò che ancora non comprendiamo.
Possiamo continuare a parlare di anima.
Possiamo parlare di interiorità, responsabilità, libertà e vita spirituale.
Ma possiamo farlo senza immaginare necessariamente un piccolo spettatore invisibile nascosto dietro gli occhi.
L’anima può essere reale come è reale un tramonto.
Il tramonto non è un oggetto separato dalla rotazione terrestre, dalla luce e dalla nostra posizione sul pianeta. Eppure esiste. Lo vediamo, lo viviamo, lo ricordiamo.
Anche l’anima potrebbe essere il nome complessivo di ciò che accade quando un essere vivente sente il mondo, lo conserva dentro di sé e riconosce se stesso nel tempo.
Siamo ancora molto lontani dal capire come questo avvenga.
Ma forse non dobbiamo cercare la risposta fuori dalla natura.
Potremmo scoprire che l’anima non è stata espulsa dal mondo moderno. È semplicemente tornata a casa.
E che noi non siamo meno umani perché apparteniamo interamente a questo dolce mondo.
È il mondo, semmai, a essere molto più sorprendente di quanto avessimo immaginato.
Armando.