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Il Racconto del sabato · 13 Giugno 2026 · ⏱ 10 min · ~2013 parole

Avevo accettato per ragioni profondamente sportive.

Messico.

Stati Uniti.

Canada.

Tre parole che, nel mio immaginario, non indicavano soltanto un Mondiale di calcio. Indicavano camere d’albergo con aria condizionata, colazioni internazionali, taxi pagati da qualcuno che non fossi io, e quella meravigliosa forma di patriottismo che nasce quando un produttore ti dice: “Naturalmente le spese sono coperte”.

Io non sono un grande esperto di calcio.

Questo lo avevo detto subito.

Anzi, lo avevo detto con una sincerità quasi commovente, durante la prima telefonata con la televisione.

“Guardi”, avevo spiegato, “io posso distinguere una palla da un melone solo se il melone non rotola troppo veloce.”

Dall’altra parte avevano riso.

E quando la televisione ride a una tua battuta, tu commetti sempre lo stesso errore: pensi che ti abbia capito.

In realtà non ti ha capito. Ti ha ingaggiato.

“È proprio quello che cerchiamo”, mi aveva detto l’autore del programma. “Uno sguardo laterale.”

Io conosco questa espressione. Nel linguaggio televisivo significa: non sappiamo bene perché ti stiamo chiamando, ma se qualcuno protesta diremo che era una scelta editoriale.

Comunque accettai.

Accettai con entusiasmo.

Mi immaginavo già in collegamento da Città del Messico, con dietro uno stadio acceso come un’astronave. O da Toronto, avvolto in una sciarpa, mentre spiegavo al pubblico italiano che il Canada è quel Paese dove persino i cartelli stradali sembrano chiederti scusa. O magari dagli Stati Uniti, seduto in uno studio enorme, con ex calciatori che parlavano di diagonali preventive e io che annuivo come un uomo che ha appena sentito nominare una malattia rara.

Mi ero preparato.

Avevo comprato una guida del Messico.

Avevo segnato Vancouver su una cartina, anche se poi l’avevo cercata inizialmente dalla parte sbagliata del Canada.

Avevo perfino acquistato un piccolo taccuino con scritto “World Cup Notes”, perché in inglese anche l’incompetenza sembra formazione professionale.

Poi è successo l’imprevisto.

L’Italia non si è qualificata.

Per la terza volta di fila.

Non entro nel merito tecnico, perché non vorrei infierire su persone che hanno già sofferto abbastanza: i calciatori, i tifosi, e soprattutto i grafici della Rai che avevano preparato quaranta sigle con il tricolore.

Dico solo che, quando la Bosnia ci ha lasciati a casa ai rigori, ho sentito dentro di me due dolori.

Il primo era nazionale.

Il secondo era alberghiero.

Il giorno dopo mi ha chiamato la produzione.

La voce dell’autore non aveva più quel tono da “partiamo tutti per l’America”. Aveva il tono di chi sta per pronunciare una frase contenente la parola “rimodulazione”.

“Woody, allora. Come sa, la situazione è cambiata.”

Quando una persona comincia con “come sa”, di solito sta per dirti una cosa che tu sai benissimo ma che lui vuole rendere economicamente più spiacevole.

“Senza Italia”, ha continuato, “il progetto viene ridimensionato.”

“Ridimensionato quanto?”

“Diciamo che non avrebbe più molto senso portarla fisicamente sul posto.”

“Capisco. Quindi non vado in Messico?”

“No.”

“Non vado in Canada?”

“No.”

“Nemmeno negli Stati Uniti?”

“Diciamo che gli Stati Uniti li vivrà molto da vicino, ma attraverso un’esperienza digitale.”

“Cioè?”

“Zoom.”

Ci fu un silenzio.

Non un silenzio normale.

Uno di quei silenzi in cui senti cadere, dentro la tua anima, il minibar dell’hotel.

“Mi state dicendo”, dissi, “che invece di commentare il Mondiale dal Nord America, lo commenterò dal mio salotto?”

“Ma con grande centralità editoriale.”

“E la diaria?”

“Anche quella sarà rimodulata.”

“Rimodulata in che senso?”

“Nel senso che ci sarà un gettone.”

“Un gettone telefonico?”

Rise.

Io no.

Così cominciò la mia carriera di commentatore mondiale domestico.

La produzione mi mandò a casa un kit tecnico: una webcam, una cuffia, una lucina tonda che mi dava l’aspetto di un dermatologo accusato ingiustamente, e un foglio con le indicazioni.

Sedersi davanti a una parete ordinata.

Evitare rumori di fondo.

Non mangiare durante il collegamento.

Non fare battute sulla mancata qualificazione dell’Italia nei primi cinque minuti.

Questa quarta regola mi sembrò subito una censura ideologica.

La prima puntata era prevista per le diciotto.

Alle diciassette ero già vestito.

Giacca, camicia, sciarpa leggera, perché un opinionista senza sciarpa sembra un geometra in attesa del catasto.

Sotto, naturalmente, avevo i pantaloni del pigiama.

Non per sciatteria.

Per coerenza con il nuovo modello produttivo.

Se mi togliete il Messico, io vi tolgo la cintura.

Alle diciassette e quaranta mi collegai.

Sullo schermo comparve lo studio.

Grande.

Luminoso.

Con un tavolo curvo, tre ex calciatori, una conduttrice perfetta, due monitor giganti, una grafica in movimento e, dietro, immagini di stadi americani pieni di gente felice.

Io ero in un quadratino.

Un quadratino con una libreria storta, una pianta sofferente e, sulla sinistra, una valigia ancora aperta.

La valigia conteneva una guida del Messico, una crema solare, un adattatore universale e un cappello che avevo comprato in un momento di entusiasmo geografico.

La conduttrice sorrise.

“Ed eccoci con il nostro Woody, che ci accompagnerà in questo mese mondiale con il suo sguardo particolare.”

Particolare è una parola bellissima.

Vuol dire tutto e niente.

È come “creativo”, “trasversale”, “resiliente”. Parole che la civiltà usa quando non vuole pagarti il viaggio.

“Buonasera”, dissi.

“Woody, partiamo da una domanda semplice. Che Mondiale sarà?”

Io guardai lo schermo.

Sul monitor passavano immagini di tifosi messicani, americani, canadesi. Bandiere. Musica. Famiglie. Magliette. Volti dipinti. Una festa enorme, continentale, rumorosa.

Poi guardai la mia stanza.

Una tazza di tè tiepido.

Il telecomando perso.

Il vicino che stava spostando una sedia al piano di sopra con la delicatezza di un carro armato.

“Direi”, risposi, “un Mondiale molto interessante per chi ci va.”

In studio risero.

Non tutti.

L’ex difensore centrale, quello con l’aria di aver marcato anche il proprio commercialista, non rise.

Lui voleva parlare di calcio.

“Tecnicamente”, disse, “sarà importante capire la gestione delle transizioni.”

Io annuii.

La transizione la conoscevo bene.

Ero appena passato da un quattro stelle a una ring light.

Poi cominciò la partita.

Non ricordo quale.

Dopo cinque minuti mi resi conto che il vero problema del commentatore non esperto non è non sapere. È sapere troppo poco per stare zitto e abbastanza per rovinare tutto.

L’ex centrocampista parlava di ampiezza.

L’ex allenatore parlava di densità.

La conduttrice parlava di expected goals.

Io, per non sembrare assente, dissi che il terzino sinistro mi sembrava un uomo molto solo.

Ci fu un attimo di sospensione.

“Solo in che senso, Woody?”

“In senso umano. Nessuno gli dà mai la palla quando lui la chiede. Corre, si propone, apre il braccio. È come certi matrimoni lunghi.”

La conduttrice abbassò gli occhi sui fogli.

L’ex difensore mi fissò come si fissa un arbitro che ha appena indicato un rigore inesistente.

Ma sui social, mi dissero poi, la frase funzionò.

Questo mi confermò una vecchia legge della televisione: quando non sai cosa stai facendo, chiamalo linguaggio nuovo.

Andammo avanti così.

Ogni partita diventava per me una piccola commedia morale.

Il portiere che rinviava sempre lungo era un uomo che non voleva responsabilità.

Il centravanti che sbagliava davanti alla porta era un poeta senza vocabolario.

Il centrocampista che correva per tutti era il contribuente ideale.

Il VAR, naturalmente, era la prova definitiva che Dio esiste ma preferisce non decidere subito.

Ogni tanto cercavano di riportarmi sul piano tecnico.

“Woody, come vede questo 4-2-3-1?”

“Con prudenza. Già nella vita normale quattro numeri in fila mi mettono ansia.”

“Secondo lei manca verticalità?”

“Manca sempre verticalità. Anche nei condomini.”

“Il pressing?”

“Il pressing è una cosa molto italiana: tutti addosso a uno che ha appena ricevuto qualcosa.”

Lo studio, piano piano, capì.

Io non ero lì per spiegare il calcio.

Ero lì per rappresentare il tifoso italiano in esilio.

Non un esilio eroico.

Un esilio col Wi-Fi.

Perché questa era la cosa buffa e triste.

Il Mondiale andava avanti.

Il mondo giocava.

Noi guardavamo.

Non eravamo morti. Non eravamo scomparsi. Eravamo semplicemente fuori dall’inquadratura principale.

Come certi parenti che arrivano tardi alla foto di famiglia e poi dicono: “Va bene lo stesso, tanto non venivo bene.”

Ma non va bene lo stesso.

Un Mondiale senza Italia è una festa vista dalla finestra.

Tu puoi dire che ti interessa meno. Puoi fingere superiorità. Puoi scoprire all’improvviso che hai sempre amato il rugby, il ciclismo, la pallavolo, la lettura dei classici greci.

Poi però senti l’inno di un altro Paese, vedi una bandiera, una squadra che entra in campo, un bambino con la maglia troppo grande, e qualcosa ti manca.

Non il nazionalismo.

Quello lasciamolo agli uomini che confondono la patria con il clacson.

Ti manca una storia comune.

Ti manca quel momento assurdo in cui milioni di persone, che non sarebbero d’accordo nemmeno sul modo corretto di cuocere la pasta, guardano tutte lo stesso pallone e trattengono il respiro insieme.

È una cosa stupida.

Ed è proprio per questo che è seria.

Alla terza puntata, mi chiesero se l’assenza dell’Italia potesse almeno aiutare a guardare il calcio con più distacco.

Risposi che il distacco è sopravvalutato.

Il distacco va bene per i filosofi, per i chirurghi, per chi monta mensole.

Il calcio, se lo guardi davvero, non è distacco. È partecipazione ridicola. È speranza immotivata. È il diritto di urlare “tira!” a un professionista che da vent’anni fa solo quello.

E noi italiani, questa volta, non potevamo urlare “tira”.

Potevamo solo dire: “Guarda come tirano gli altri.”

Che è una frase civile, ma molto deprimente.

Intanto, la mia situazione domestica peggiorava.

Durante un collegamento, il corriere suonò tre volte.

Durante un altro, mi cadde la connessione proprio mentre stavo spiegando che il fuorigioco è una metafora della vita moderna: credi di essere avanti, invece qualcuno con una linea tracciata male ti dice che non vale.

Una sera, alle spalle, passò il gatto.

Non ho un gatto.

Ancora oggi non so di chi fosse.

La produzione mi scrisse: “Ottimo momento social. Se possibile, tenere il gatto.”

Risposi: “Se lo ritrovo, gli propongo un contratto migliore del mio.”

Alla fine, mi abituai.

Ci si abitua a tutto, perfino a commentare il Mondiale con le pantofole.

Anzi, scoprii che da casa vedevo alcune cose meglio.

Vedevo il volto degli ex calciatori quando non sapevano più cosa dire.

Vedevo la conduttrice mentre cercava di impedire a tutti noi di diventare esseri umani.

Vedevo il pubblico italiano scrivere messaggi furibondi sotto una partita tra due nazionali che fino al giorno prima non avrebbe saputo collocare sulla carta geografica.

E capii che il calcio, in fondo, è questo.

Un pretesto gigantesco.

Per parlare d’altro.

Di noi.

Della nostra voglia di esserci.

Della nostra paura di non contare più.

Della nostra capacità meravigliosa di trasformare una sconfitta in una trasmissione, una trasmissione in un dibattito, un dibattito in una lite, e una lite in una tradizione nazionale.

L’ultima domanda della settimana me la fece la conduttrice, con quel sorriso professionale che precede sempre una trappola.

“Woody, una cosa sola: che cosa deve imparare l’Italia da questo Mondiale guardato da fuori?”

Avrei potuto dire molte cose.

Che bisogna investire nei giovani.

Che servono scuole calcio migliori.

Che il talento va educato, non spremuto.

Che non si può vivere per sempre di ricordi, neanche se quei ricordi hanno alzato una Coppa del Mondo nel 2006.

Tutte cose vere.

Ma io guardai la mia valigia ancora aperta.

La crema solare.

La guida del Messico.

Il cappello mai usato.

Poi guardai la webcam.

“Deve imparare”, dissi, “che quando una nazione perde tre Mondiali di fila, la prima riforma da fare è vietare la parola rimodulazione.”

In studio risero.

Questa volta anche l’ex difensore centrale.

Fu il mio piccolo successo internazionale.

Da casa.

In pigiama.

Senza diaria.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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