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Il Racconto del sabato · 22 Agosto 2026 · ⏱ 8 min · ~1666 parole

Il cartello l’ho visto anch’io. Questo va messo agli atti.

Era piantato subito dopo il distributore, un po’ storto.

RADUNO AUTO STORICHE
OGGI
CAMPO SPORTIVO

La freccia indicava a destra.

Noi dovevamo andare a sinistra.

Avevo appuntamento con un ponte. Non è un modo di dire. Un signore mi aveva telefonato per raccontarmi che, sotto un ponte rifatto negli anni Sessanta, si vedeva ancora un arco del Cinquecento che in paese chiamavano romano. A me i monumenti con l’età sbagliata sono sempre piaciuti. Hanno qualcosa di umano.

«Non ci pensare», dissi alla Rossa.

Lei ebbe un vuoto.

Poi tossì due volte, una cosa breve dal carburatore, e riprese. Arrivammo al bivio. Misi la freccia a sinistra.

La Rossa andò a destra.

Lo so che c’ero io al volante. So anche che le automobili non prendono decisioni e che, se le prendessero, probabilmente non lo direbbero a noi. Però la strada era larga, non passava nessuno e il volante si lasciò accompagnare con una facilità sospetta.

«Solo un’occhiata.»

La Rossa aumentò leggermente l’andatura.

Il campo sportivo era a tre chilometri. Ce ne accorgemmo prima di arrivare perché cominciarono a comparire vecchie Fiat, Alfa Romeo lucidissime, una Citroën che sembrava arrivare da un film francese e un Maggiolino color panna. Viaggiavano tutte nella stessa direzione.

La Rossa si mise dietro di loro.

Davanti al cancello un uomo con il giubbotto arancione ci fece cenno di avanzare.

Abbassai il finestrino.

«Veramente noi saremmo qui solo per vedere.»

«Numero?»

«Non ce l’ho.»

Prese un cartoncino da una scatola.

«Facciamo il quarantasette.»

«Ma non siamo iscritti.»

«Cinque euro, offerta libera.»

Consegnai cinque euro. Lui fissò il cartoncino al parabrezza.

«Nome del mezzo?»

«Renault 4.»

«Quello lo vedo. Il nome.»

«La Rossa.»

Scrisse LA ROSSA su un foglio.

«Anno?»

Guardai il cruscotto.

«Non ne parliamo mai.»

L’uomo alzò gli occhi.

«Metto 1988.»

«Faccia lei. Ma se si offende sono affari suoi.»

Entrammo.

C’erano almeno cento automobili disposte sull’erba. Alcune avevano il cofano aperto. Altre erano circondate da proprietari che passavano un panno sulla carrozzeria anche quando non c’era più niente da togliere.

Una Lancia color blu scuro aveva persino un cordoncino per tenere lontano il pubblico. Accanto, sopra una sedia pieghevole, sedeva un cane piccolissimo che ringhiava a chiunque provasse a fare una fotografia. Credo fosse compreso nell’allestimento.

La Rossa aveva ancora una foglia secca incastrata sotto il tergicristallo. Sul parafango destro c’era il fango della strada fatta due giorni prima. Pensai che avrei potuto almeno darle una pulita.

Non mi sembrò il caso. Sarebbe stato come lavare le scarpe a qualcuno mentre sta entrando a una festa.

Un ragazzo dell’organizzazione ci indicò un posto quasi in fondo al prato.

«Vicino all’altra Renault.»

L’altra Renault era color crema, forse un tempo era stata bianca. Aveva la vernice opaca e un’ammaccatura sul portellone. Sul parabrezza c’era un cartello scritto a mano.

MIREILLE, 1971.

Parcheggiai lasciando un po’ di spazio. La Rossa avanzò ancora mezzo metro.

«Va bene così.»

Un uomo stava sistemando una coperta a quadri sul sedile di Mireille. Aveva un cappello da pescatore e un paio di baffi che avrebbero richiesto un barbiere specializzato.

«Bella», disse guardando la Rossa.

La cosa mi fece piacere. Non so perché. Non era un complimento rivolto a me.

«Anche la sua.»

«Questa era di mia moglie. L’abbiamo comprata in Francia.»

Si chiamava Ferruccio. Negli anni Settanta aveva lavorato vicino a Grenoble. Faceva il muratore e abitava in una stanza insieme ad altri due italiani. Mireille apparteneva alla figlia del proprietario della casa.

«La macchina o sua moglie?»

«Tutte e due.»

Aspettai il seguito.

«Mia moglie era la figlia. La macchina era la macchina.»

«Meglio precisare.»

Ferruccio aveva riportato entrambe in Italia. La moglie era morta da quattro anni. Mireille continuava a dormire nello stesso garage.

«Mio figlio voleva farla riverniciare. Gli ho detto di lasciarla stare.»

Passò una mano sull’ammaccatura del portellone.

«Questa l’ha fatta Adele entrando in garage.»

«La macchina si chiamava Mireille e sua moglie Adele.»

«Sì.»

«Complicato.»

«Solo per gli altri.»

La Rossa e Mireille erano quasi affiancate. Stesso muso, stessi vetri grandi. Mireille aveva qualche anno in più e portava l’età senza farne una questione. La Rossa, accanto, sembrava essersi raddrizzata sulle sospensioni.

Arrivò un signore con una cartellina. Guardò dentro, controllò i sedili, si chinò sui cerchioni.

«È conservata o restaurata?»

«Usata.»

«Intendo la vettura.»

«Anch’io.»

Annotò qualcosa.

«Il paraurti non è originale.»

«Può darsi.»

«E quello specchietto appartiene a una serie successiva.»

«Se n’è mai lamentato?»

Il signore smise di scrivere.

«Chi?»

«Lo specchietto.»

Se ne andò.

Ferruccio trattenne una risata. Aveva i baffi adatti allo scopo.

Passammo la mattina in quel prato. Dico passammo perché, a un certo punto, diventò chiaro che non sarei ripartito tanto presto.

Ogni volta che mi avvicinavo alla portiera, qualcuno arrivava a fare una domanda.

Un bambino volle sapere quanto andasse veloce la Rossa.

«Dipende dalla discesa.»

Un altro chiese se avesse partecipato a qualche gara.

«Contro la ruggine. Per adesso siamo pari.»

Una signora mi raccontò che ne aveva avuta una verde. Ci aveva portato i figli al mare per quindici anni, caricando sul tetto una quantità di bagagli che oggi richiederebbe un’autorizzazione comunale. Un uomo disse che suo padre consegnava il pane con una Renault 4 furgonata. Un altro aprì la portiera senza chiedere e rimase in silenzio a guardare il cruscotto.

«Uguale», disse.

Non spiegò uguale a cosa.

Verso mezzogiorno telefonai al signore del ponte.

«Farò un po’ tardi.»

«Quanto tardi?»

Guardai il prato. Stavano distribuendo sacchetti con i panini ai partecipanti.

«Non saprei. Sono finito a un raduno di auto storiche.»

«Con la Renault?»

«Sì.»

«Era ora.»

Riattaccò.

Quella frase mi rimase lì. Io avevo sempre considerato la Rossa una vecchia automobile. Gli altri, a quanto pareva, la consideravano un’automobile storica. Cambiando una parola aumentava anche il valore, cosa che alle automobili riesce meglio che alle persone.

Mangiai il panino seduto sul paraurti. Ferruccio aveva portato una bottiglia di vino e due bicchieri di plastica. Il vino era tiepido.

«Adele diceva che il vino nel bicchiere di plastica diventa cattivo.»

«Aveva ragione.»

«Anche nel vetro era così.»

Dall’altoparlante uscì una voce incomprensibile. Qualcuno cominciò a chiudere i cofani.

«Parte il giro», disse Ferruccio.

«Quale giro?»

«Quello panoramico. Passiamo nei paesi, poi sosta alla pieve e ritorno qui.»

Io non avevo intenzione di partecipare. Salutai Ferruccio, salii sulla Rossa e girai la chiave.

Niente.

Riprovai. Il motorino si mosse con scarsa convinzione, poi si fermò.

«Non cominciare.»

Ferruccio accese Mireille. Il motore fece un rumore leggero, quasi educato.

Girò intorno al prato e ci passò davanti.

La Rossa partì.

Non al primo colpo, va detto. Al terzo. Però partì proprio mentre Mireille si allontanava.

«Il ponte è dall’altra parte.»

La Rossa si accodò.

Il giro panoramico attraversava tre paesi. Ai bordi della strada c’erano persone che salutavano. Alcuni fotografavano. Un vecchio, seduto fuori da un bar, si alzò quando ci vide passare e sollevò il bicchiere.

Era la prima volta che qualcuno fotografava la Rossa senza che avessimo il cofano aperto.

Davanti a noi, Mireille affrontava le curve con calma. Ferruccio teneva il gomito fuori dal finestrino. Ogni tanto guardava nello specchietto.

La Rossa le stava vicina. Anche troppo.

«Non c’è bisogno di farle vedere che corri.»

In salita dovetti scalare in seconda. Mireille rallentò.

Forse fu un caso. Anzi, certamente fu un caso.

Alla pieve le macchine si fermarono in una fila disordinata. Ferruccio parcheggiò sotto un tiglio. La Rossa trovò posto accanto a lui, sebbene ce ne fossero altri.

Visitammo la chiesa. Dentro faceva fresco. Un volontario raccontava la storia degli affreschi, ma il microfono produceva un fischio ogni tre parole. Capii soltanto che la pieve era più antica del campanile e meno antica di quanto sostenesse il parroco precedente.

Quando uscimmo, due ragazze stavano fotografando Mireille e la Rossa.

«Sembrano contente», disse una.

L’altra rise.

Ferruccio mi guardò.

«Sono giovani.»

Non capii se parlasse delle ragazze o delle automobili.

Al ritorno ci fu una piccola premiazione. La coppa più grande andò a una spider rossa che era arrivata sopra un rimorchio. Mireille ricevette una targa per la vettura proveniente da più lontano, anche se dalla Francia era arrivata cinquant’anni prima.

La Rossa non vinse niente.

Non sembrò dispiaciuta.

Prima di partire Ferruccio mi diede il suo numero di telefono.

«Il mese prossimo ne fanno un altro verso Varallo.»

«Non credo che verremo.»

«Certo.»

Lo disse come si risponde a uno che sostiene di aver smesso di fumare.

Mireille uscì per prima dal campo. Noi la seguimmo fino al bivio. Lei prese la strada per Borgomanero.

La Rossa rallentò.

Premetti il clacson. Mireille rispose con due colpi brevi, poi sparì dietro una curva.

Rimettemmo la freccia verso il ponte. Questa volta dalla parte giusta.

Per qualche chilometro l’indicatore continuò a ticchettare anche dopo che avevo raddrizzato il volante. Provai a muovere la leva. Niente.

Diedi un colpetto al cruscotto e smise.

Arrivammo al ponte che il signore se n’era già andato. L’arco del Cinquecento si vedeva appena dietro una rete da cantiere. Feci una fotografia da lontano, più per educazione che per interesse.

Sotto il tergicristallo trovai il volantino del raduno di Varallo. Non so chi ce l’avesse messo.

Lo infilai nel cruscotto, insieme alle ricevute della benzina e a una cartina stradale che non uso mai.

Da allora la Rossa tira un po’ verso destra.

Saranno le gomme. Prima o poi le faccio controllare.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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