Il Racconto del sabato

11 Ottobre 2026

Il fotofucile

Non avevo nessuna intenzione di dedicarmi alla fotografia naturalistica. Già faccio fatica a riconoscere gli uccelli che vengono a mangiare sul davanzale. Per me sono quasi tutti passeri, con qualche eccezione per quelli troppo grossi per esserlo. Poi, domenica scorsa, sono andato al mercatino. Lo faccio abbastanza spesso. Non cerco niente di particolare, ed è questo il bello. I mercatini sono pieni di oggetti che qualcuno ha comprato, usato, dimenticato e infine deciso di vendere. Oggetti che hanno avuto una vita, talvolta gloriosa, e ora aspettano su una coperta fra una macchina per il caffè senza coperchio e un servizio di bicchieri spaiati. L'ho visto quasi subito. Era lungo, nero, con una grossa impugnatura, un calcio da fucile e una specie di cannone al posto dell'obiettivo. Aveva l'aria di un'arma progettata per abbattere piccoli satelliti. «È russo», mi ha detto il venditore. Era un'informazione abbastanza superflua. Aveva tutta l'aria di essere russo. Persino le viti sembravano progettate per resistere all'assedio di Stalingrado. «È un fotofucile. Serviva per fotografare gli animali.» «Da vivi, spero.» Non ha riso. I venditori di mercatini hanno un rapporto molto particolare con l'umorismo dei clienti, soprattutto quando sospettano che non compreranno niente. L'oggetto, invece, mi aveva già conquistato.
3 Ottobre 2026

Un nonno disponibile

«Tu sei un nonno?» Avevo appena aperto il giornale. Il bambino era davanti alla panchina, con un monopattino e una scarpa slacciata. «Perché? Si vede?» «Un po’.» «Saranno gli occhiali.» «Anche il collo.» Ripiegai il giornale. «Che cos’ha il mio collo?» «Mio papà dice che dal collo si capisce.» Mi sistemai la sciarpa, benché facesse piuttosto caldo. «Comunque no. Non sono un nonno.» «Ah.» Guardò verso le altalene, ma non si mosse. «Ne cercavi uno?» «Io non ce l’ho. I miei amici sì. Filippo ne ha tre.» «Tre?» «Uno è arrivato dopo.» Non approfondii. Appoggiò il monopattino e si sedette accanto a me, lasciando fra noi lo spazio per un’altra persona. «Il mio non l’ho mai conosciuto. La mamma dice che mi sarebbe piaciuto.» «Può darsi.» «Lo dice anche degli spinaci.» Mi venne da sorridere. Lui stava strofinando la punta della scarpa sulla ghiaia. «E la nonna?» «Abita lontano. Sul telefono mi chiede sempre se ho mangiato.» Una donna, dalla panchina vicino all’altalena, alzò una mano. «È la mamma», disse. «Mi vede.» Salutai anch’io. Lei sorrise e tornò al suo libro.
28 Settembre 2026

Cercasi consulente umano

Avevo deciso di smettere con le consulenze. Non con tutte, naturalmente. Con quelle che durano anni, cominciano con «avremmo bisogno di una visione» e finiscono con una riunione convocata per capire perché le riunioni precedenti non abbiano prodotto niente. L’ultima era terminata un martedì mattina. Il direttore generale mi aveva stretto la mano. «Il tuo contributo è stato prezioso.» Mi è capitato di sentirlo diverse volte. Di solito significa che hanno apprezzato molto i tuoi consigli e che continueranno serenamente a fare il contrario. Avevo sorriso, raccolto il taccuino e salutato tutti. Uscendo mi ero sentito leggero. Finalmente libero. Poi, già nel parcheggio, mi era venuto il dubbio di essere troppo vecchio per ricominciare e non ancora abbastanza vecchio per passare le giornate a guardare i cantieri. Non che mi dispiacciano i cantieri. Almeno lì, alla fine, qualcosa viene costruito. Per qualche giorno non feci nulla. Scoprii che anche il nulla richiede un certo impegno. Soprattutto se non si è abituati. Il primo giorno sembra libertà, il secondo comincia ad assomigliare alla domenica pomeriggio, il terzo si controlla la posta elettronica senza aspettare nessuna lettera. Fu così che lessi l’annuncio. Cercasi consulente umano.
6 Settembre 2026

Il vecchio e il lago

A Laveno non avevo trovato Arlecchino. La cosa, dopo qualche giorno, aveva smesso di preoccuparmi. Continuavo a guardare le barche, però. Questo sì. Mi capitava di fermarmi davanti ai piccoli porti, di rallentare passando vicino a un cantiere, di guardare gli alberi che spuntavano dietro una siepe o sopra un muro. Non cercavo più un modello preciso. Cercavo qualcosa che non sapevo ancora definire. Un pomeriggio mi fermai vicino a una spiaggetta che conoscevo appena. Poca gente. Due asciugamani, un cane che aveva deciso di entrare in acqua senza chiedere il permesso a nessuno, qualche barca alla boa. Una, soprattutto. Non era grande. Da lontano non aveva niente di speciale. Scafo chiaro, linea semplice, un po’ vecchia maniera. La guardai abbastanza a lungo da accorgermi che qualcuno, sulla riva, stava guardando me. Era un uomo anziano. Molto anziano, avrei detto. Ma era uno di quegli uomini per cui l’età sembra una notizia che riguarda soprattutto l’anagrafe.