Il 4 luglio, nel mio palazzo, di solito succedono due cose.
Il signor Henderson, americano del quarto piano, appende al balcone una bandiera degli Stati Uniti grande come una vela. La signora Brambilla, che abita sotto di lui, telefona all’amministratore per denunciare «l’ennesima provocazione imperialista sul prospetto principale».
Io abito al terzo piano.
Esattamente in mezzo.
Non solo dal punto di vista edilizio. Anche morale, politico e condominiale. Nel nostro palazzo l’aria calda sale, le opinioni scendono e prima o poi si incontrano sul mio pianerottolo.
Henderson si chiama Arthur, ma tutti lo chiamano “l’americano”. Anche il postino, quando gli consegna le bollette, dice:
«C’è posta per l’America.»
Arthur ride sempre. Una risata larga, gentile, un po’ fuori tempo.
Era arrivato in Italia molti anni prima per insegnare inglese. Doveva restare due anni. Poi aveva conosciuto una ragazza di Parma, l’aveva sposata e, molto tempo dopo, l’aveva perduta nel modo definitivo in cui si perdono certe persone.
Da allora non se n’era più andato.
Ogni 4 luglio, però, tornava americano.