Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza.
Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina.
All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”.
No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante.
“Troppo rumore. Oggi niente arte.”
Ho riletto due volte.
Non perché non avessi capito.
Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole.
Dietro di me una coppia ha riso.
Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”.
Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero.
Io no.
Io sono rimasto lì, con quella frase addosso.
“Troppo rumore.”
Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”.
Niente di apocalittico.
Eppure, a quanto pare, bastava.
Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.”
E ho bussato.