Il Racconto del sabato

17 Gennaio 2026

La coda perfetta

Sono arrivato presto. Così presto che il cielo aveva ancora quell’aria da corridoio d’ospedale: pulito, silenzioso, un po’ colpevole. Dovevo fare una cosa semplice. Una cosa normale. Una di quelle che ti ripeti per convincerti che la giornata è sotto controllo: “passo un attimo, risolvo, torno”. Davanti all’ingresso c’era già una fila. Non una fila agitata, no. Una fila composta. Educata. Quasi elegante. La cosa strana non era la gente. Era l’atmosfera. Sembrava che qualcuno avesse messo un filtro sopra il mondo: “modalità pace”. Mi sono messo in coda con la prudenza di chi entra in una stanza dove tutti stanno già parlando sottovoce. Ho guardato il cartello, per capire se stessi sbagliando posto. Niente. Solo una porta, un vetro, un banco dentro. E, fuori, quella fila perfetta.
10 Gennaio 2026

L’uomo che vendeva tempo

Sono entrato dal tabaccaio per comprare una cosa normale. Una ricarica, due caramelle, un gratta e vinci: un piccolo gesto da adulto che finge di avere la giornata in mano. Dietro il banco c’era un uomo nuovo. Nuovo come certe insegne che spuntano una mattina e tu ti chiedi se ieri avevi gli occhiali sporchi o se il quartiere, di notte, cambia gestione. «Buongiorno», ho detto. Lui mi ha guardato con una calma sospetta. «Quanti?» «Quanti… cosa?» Mi ha indicato un listino appeso dietro di lui. Non sigarette, non bolli. Minuti.
3 Gennaio 2026

Troppo rumore. Oggi niente arte

Sono arrivato al museo con un’idea molto chiara in testa: oggi mi faccio una dose di bellezza. Non “studio”. Non “approfondisco”. Una dose. Come una vitamina. All’ingresso, però, c’era un cartello. Non uno di quelli banali. Non “chiuso per sciopero”, “chiuso per inventario”, “chiuso perché piove dentro”. No. Questo era scritto bene, con una calligrafia calma, quasi elegante. “Troppo rumore. Oggi niente arte.” Ho riletto due volte. Non perché non avessi capito. Perché speravo che la seconda lettura cambiasse le parole. Dietro di me una coppia ha riso. Una risata piccola, educata. Di quelle che dicono: “Che carino, questi del museo sono creativi”. Poi hanno fatto dietrofront, come si fa davanti a un divieto che non ti riguarda davvero. Io no. Io sono rimasto lì, con quella frase addosso. “Troppo rumore.” Mi sono guardato intorno. C’era la città normale. Un motorino, un cane, una signora che parlava al telefono con la voce da “sto risolvendo”. Niente di apocalittico. Eppure, a quanto pare, bastava. Ho pensato: “Va bene. Se è un gioco, giochiamo.” E ho bussato.
27 Dicembre 2025

Non è poco

Mi avevano invitato a cena. Una coppia di amici gentili, educati, di quelli che a Natale apparecchiano anche quando sanno già che qualcosa andrà storto. «Saremo in pochi», avevano detto. Frase che, a dicembre, significa tutto e niente. Quando sono arrivato, la casa profumava di forno e di buone intenzioni. Luci calde, tovaglia che non si vede tutto l’anno, musica di sottofondo scelta con cura, quindi invisibile. C’era già un’altra ospite. Era seduta sul divano, leggermente in avanti, come chi non aspetta di essere interpellato. Sorriso pronto. Occhi accesi. Mani che parlavano anche quando lei taceva. Appena mi ha visto, si è alzata di scatto. «Ma io… io non ci posso credere.» Ho pensato di avere qualcosa sul cappotto. Oppure di essere entrato nella casa sbagliata. O, ipotesi più realistica, nell’epoca sbagliata. «Lei… lei è Woody.»