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Il Racconto del sabato · 7 Agosto 2026 · ⏱ 10 min · ~1981 parole

La deviazione non era prevista.

Le deviazioni non lo sono mai, naturalmente, ma quella aveva una particolare aria di soddisfazione.

Un cartello giallo annunciava:

STRADA INTERROTTA – DEVIAZIONE

Sotto, una freccia indicava una strada sulla quale due automobili avrebbero avuto difficoltà a incontrarsi senza che una delle due cambiasse religione.

Guardai la Rossa.

— Non cominciare.

Lei non disse niente. La Rossa, quando pensa di avere ragione, diventa insopportabilmente silenziosa.

Seguimmo la freccia.

Dopo qualche chilometro arrivammo in un paese che non avevo mai visto. Case di pietra, gerani alle finestre, una chiesa, un municipio e una piazza sorprendentemente piena di gente.

Notai alcune panchine appena ridipinte. Un uomo stava trascinando due cassonetti dietro l’angolo. Sulla facciata del vecchio cinema, chiuso da anni, qualcuno aveva appeso una scritta:

BENVENUTO

Non specificava a chi.

Avevo bevuto due caffè dalla mattina. Me ne serviva un terzo.

Questa circostanza, come scoprii più tardi, avrebbe cambiato il corso della mia giornata.

Parcheggiai davanti al municipio.

Non feci in tempo a chiudere la portiera.

Un uomo con la fascia tricolore mi venne incontro quasi correndo.

— Finalmente!

Mi voltai.

Non c’era nessuno dietro di me.

— Dice a me?

— Certo che dico a lei. Cominciavamo a preoccuparci.

Mi strinse la mano con entrambe le sue.

— Sindaco.

— Piacere.

— Il viaggio?

— Abbastanza bene, a parte la deviazione.

Lui sorrise.

— Sempre spiritoso.

Quella frase avrebbe dovuto mettermi in allarme.

Non lo fece.

Avevo ancora in mente il caffè.

Arrivò una signora con una cartellina azzurra.

— Sindaco, dobbiamo cominciare.

Poi mi vide.

Si fermò.

Mi guardò.

Guardò il sindaco.

Tornò a guardare me.

— È lui?

— Certo che è lui.

La signora mi osservò con attenzione.

— Nelle fotografie sembrava…

Il sindaco intervenne immediatamente.

— Le fotografie ingannano.

— Posso sapere di che cosa stiamo parlando?

La signora sorrise.

— Del suo incontro.

— Il mio incontro?

— Con la cittadinanza.

Fu allora che cominciai ad avvertire una certa inquietudine.

— Guardate che deve esserci un errore.

Il sindaco mi mise una mano sulla spalla.

— Lo sappiamo che non ama queste cose.

— Quali cose?

— Le cerimonie.

— Infatti. Soprattutto quelle alle quali non sono stato invitato.

Rise.

La signora rise.

Un vigile urbano, che nel frattempo si era avvicinato, rise anche lui.

Io no.

Mi accompagnarono dentro.

C’erano una settantina di sedie, quasi tutte occupate. Un tavolo con tre microfoni. Una bottiglia d’acqua. Una bandiera italiana e una europea.

Sulla parete campeggiava un cartellone:

CULTURA, TERRITORIO E FUTURO
INCONTRO CON UN GRANDE PROTAGONISTA DEL NOSTRO TEMPO

Il nome dell’ospite era coperto dalla testa di un signore molto alto.

Tentai di spostarmi per leggerlo.

— Prego, da questa parte.

Mi fecero sedere.

La gente applaudì.

Questo è uno dei momenti nei quali una persona normale dovrebbe alzarsi e chiarire l’equivoco.

Io sono una persona normale.

Ma molto lenta.

Il sindaco prese il microfono.

Parlò per undici minuti.

Disse che ero nato in America.

Fin qui poteva ancora trattarsi di una coincidenza.

Disse che avevo dedicato la vita al cinema.

La coincidenza si indebolì.

Disse che avevo saputo raccontare come pochi altri le nevrosi dell’uomo contemporaneo.

A quel punto capii.

Guardai la signora della cartellina.

Lei mi sorrise.

Io mi tolsi gli occhiali.

Lei smise di sorridere.

Poi li rimisi.

Ricominciò.

Il sindaco proseguì raccontando che il paese aveva recentemente scoperto un legame profondo con la famiglia dell’ospite. Negli archivi parrocchiali era comparso un possibile antenato, partito per l’America alla fine dell’Ottocento.

— Le radici — concluse il sindaco — prima o poi ci richiamano.

Io non ricordavo di avere radici in quel paese. A dire il vero, non ricordavo neppure di esserci mai passato.

Ma il sindaco non aveva finito.

Disse che il grande artista stava cercando un piccolo centro italiano nel quale ambientare alcune scene del suo prossimo film. Parlò delle case di pietra, della piazza, del paesaggio, della luce.

Guardai fuori dalla finestra.

L’uomo che stava nascondendo i cassonetti mi fece cenno di non dire niente.

Il sindaco concluse:

— Non credo che il nostro ospite abbia bisogno di presentazioni.

Su questo eravamo perfettamente d’accordo.

Mi porse il microfono.

— A lei.

Lo presi.

— Credo ci sia stato un malinteso.

Silenzio.

— Io non sono la persona che pensate.

Una signora in prima fila cominciò ad applaudire.

Gli altri la seguirono.

Il sindaco annuì soddisfatto.

— Straordinario.

Mi voltai verso di lui.

— Cosa?

— Cominciare mettendo in discussione l’identità. È proprio da lei.

Respirai.

— Non sto mettendo in discussione l’identità. Sto mettendo in discussione me.

Qualcuno prese appunti.

Decisi di tentare un’altra strada.

— Non conosco questo paese.

Altro applauso.

Un uomo dalla terza fila disse:

— Finalmente qualcuno che lo ammette!

Qui accadde qualcosa.

Forse fu la stanchezza. Forse il terzo caffè che non avevo ancora bevuto. O forse, quando settanta persone aspettano che tu dica qualcosa di intelligente, prima o poi sei costretto a deluderle.

Guardai fuori dalla finestra.

— Va bene. Volete sapere cosa penso del vostro paese?

La sala tacque.

— Ci sono arrivato venti minuti fa. Ho trovato tre cartelli che indicano il centro e nessuno che dica dove sia il bar.

Qualcuno rise.

— Avete una bellissima piazza con dodici panchine. Dieci sono vuote. Su una ci sono due pensionati. Sull’altra c’è un ragazzo che guarda il telefono. Immagino stia cercando come andarsene.

Risero di nuovo.

Il ragazzo, fuori dalla finestra, alzò gli occhi dal telefono.

— Ho visto la biblioteca. È chiusa.

Il sindaco si mosse sulla sedia.

— Oggi è sabato — precisò.

— Interessante sistema. Chiudere la biblioteca proprio quando la gente avrebbe il tempo di andarci.

La bibliotecaria, scoprii poi, applaudì fortissimo.

Continuai.

Parlai del negozio chiuso all’ingresso del paese. Della fermata dell’autobus senza orari. Del campo sportivo con l’erba alta. Del cinema che non c’era più.

Non stavo facendo un discorso.

Stavo descrivendo quello che avevo visto cercando un caffè.

Eppure, lentamente, smisero di ridere.

Una ragazza alzò la mano.

— Quindi, secondo lei, cosa dovremmo fare per convincere i giovani a restare?

— Non ne ho idea.

Il sindaco annuì.

— Molto onesto.

— No. Proprio nessuna.

La ragazza aspettò.

Ci pensai.

— Però potreste cominciare chiedendolo a loro.

Questa volta nessuno applaudì.

Ed era un buon segno.

Cominciarono a parlare.

Il ragazzo del telefono entrò nella sala.

Una signora raccontò che il cinema era stato chiuso diciassette anni prima. Il farmacista propose di riaprirlo. La bibliotecaria disse che sarebbe stata felicissima di lavorare il sabato, se il Comune glielo avesse permesso. Un pensionato ricordò che nel vecchio campo sportivo si giocava anche d’inverno.

Il sindaco prese degli appunti.

Io finalmente bevvi l’acqua.

Dopo quasi un’ora, il vigile comparve sulla porta e fece al sindaco un gesto che, in un paese piccolo, può significare soltanto due cose: è arrivato il prefetto oppure è successo qualcosa di irreparabile.

Il sindaco uscì.

Rientrò pochi secondi dopo.

Era pallido.

Dietro di lui c’era un uomo.

Occhiali.

Capelli grigi.

Giacca chiara.

Aveva quell’aria lievemente preoccupata delle persone che temono di essere capitate nel proprio film.

Mi guardò.

Io lo guardai.

Lui si tolse gli occhiali.

Io mi tolsi i miei.

La somiglianza diminuì parecchio.

Ce li rimettemmo quasi contemporaneamente.

Migliorò.

— Interessante — disse.

Era la prima cosa sensata che sentivo da quando ero arrivato.

Il sindaco tentò di recuperare il controllo della situazione.

— C’è stato un piccolo equivoco.

L’uomo guardò la sala piena, poi guardò me seduto al posto che avrebbe dovuto essere suo.

— Quanto piccolo?

— Circa un’ora — dissi.

Qualcuno rise.

Il sindaco cercò di spiegare tutto insieme: la deviazione, la macchina rossa, gli occhiali, l’accoglienza, il convegno.

L’uomo ascoltò.

Poi indicò me.

— E lui chi è?

Mi alzai.

— È esattamente la domanda che sto facendo da quando sono arrivato.

Risero anche gli assessori.

Questo mi tranquillizzò. Quando ridono gli assessori, generalmente la crisi istituzionale è superata.

Una signora in prima fila alzò la mano.

— Ma allora il discorso che abbiamo ascoltato?

Il nuovo arrivato si voltò verso di me.

— Ha fatto anche il discorso?

— Ho tentato più volte di spiegare che non ero lei.

— E non le hanno creduto?

— Hanno applaudito.

Lui annuì.

— Succede anche a me.

A quel punto rise tutta la sala.

Il sindaco finalmente respirò.

La signora della cartellina gli mise davanti alcune fotocopie ingiallite.

— Qui ci sarebbe anche il documento del suo antenato.

L’uomo prese il foglio.

Lo avvicinò agli occhi.

Lo allontanò.

Se lo fece leggere dal sindaco.

— Questo signore ha un cognome diverso dal mio.

— È quasi uguale — precisò il sindaco.

— Ed è emigrato in Argentina.

Il sindaco esitò soltanto un istante.

— Sempre America è.

Quella fu probabilmente la frase più applaudita della giornata.

Persino il nuovo arrivato sorrise.

Poi guardò le sedie, la gente, il vecchio cinema fuori dalla finestra.

— E di che cosa avete parlato?

La ragazza raccontò dei giovani che se ne andavano. La bibliotecaria spiegò la questione del sabato. Il farmacista parlò del cinema. Il ragazzo del telefono disse che sarebbe rimasto volentieri, se ogni tanto fosse successo qualcosa.

Il regista ascoltò tutti.

— E lei cosa c’entra con questo? — mi domandò.

— Cercavo un caffè.

— Naturalmente.

Ci fu una pausa.

Poi si rivolse al sindaco.

— Mi avevano parlato di questo paese perché sto cercando alcuni luoghi per un film.

La sala si immobilizzò.

Il sindaco smise quasi di respirare.

— Davvero?

— Forse. Non prometto niente.

Si avvicinò alla finestra.

Guardò la piazza, le case, le panchine appena dipinte e l’uomo che tentava ancora di rendere invisibili i cassonetti.

— Però questa piazza non è male.

Il sindaco ebbe l’espressione di chi ha appena scoperto che una catastrofe amministrativa può trasformarsi in un finanziamento regionale.

— Potremmo farle visitare il paese.

— Volentieri.

Poi il regista indicò me.

— Viene anche lui?

— Preferirei evitare. Se rimango ancora un’ora, mi danno la cittadinanza onoraria.

— Quella — disse il sindaco — era già prevista.

Ripresero gli applausi.

Questa volta applaudii anch’io.

Fu organizzata una breve visita al paese. Breve, nel linguaggio delle amministrazioni comunali, significa che tutti devono vedere tutto.

Il regista visitò la piazza, il vecchio cinema, la biblioteca chiusa e persino il campo sportivo con l’erba alta. Disse poche parole. Fece molte domande.

Gli abitanti erano soddisfatti.

Il sindaco aveva salvato la giornata.

La bibliotecaria aveva ottenuto una riunione per il lunedì successivo.

Il ragazzo del telefono era stato incaricato di creare un gruppo di giovani per riaprire il cinema.

Persino l’uomo dei cassonetti sembrava contento, anche se nessuno gli aveva ancora detto quando avrebbe potuto rimetterli al loro posto.

Io tornai alla Rossa.

Stavo aprendo la portiera quando sentii una voce alle mie spalle.

— È sua?

Il regista osservava la macchina.

— Nei giorni migliori.

Le girò intorno.

— È molto cinematografica.

— Non glielo dica. È già abbastanza vanitosa.

Guardò il paese, poi di nuovo la Rossa.

— Potrebbe stare bene nel film.

— La macchina sì. Io ho già dato.

Sorrise.

— Sa che il suo discorso non era male?

— Non era un discorso.

— Sono quelli che riescono meglio.

Ci stringemmo la mano.

Per un attimo ebbi la strana sensazione di salutare qualcuno che mi somigliava molto più di quanto fossi disposto ad ammettere.

Poi lui tornò verso il sindaco.

Io misi in moto.

Attraversammo lentamente il paese.

Dopo cento metri vidi un’insegna:

BAR – APERTO

Rallentai.

La Rossa sembrò aspettare.

Guardai il bar.

Poi guardai nello specchietto il municipio, la piazza e il piccolo corteo che accompagnava il regista verso il vecchio cinema.

Accelerai.

— Meglio di no.

La Rossa imboccò la provinciale.

— Entro per un caffè e finisco produttore esecutivo.

Questa volta sono quasi sicuro che anche lei abbia riso.

Armando

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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