Al museo ci andrei. Ma con chi?

Francesco d’Assisi
13 Ottobre 2026
Terza pagina · 18 Ottobre 2026 · ⏱ 8 min · ~1588 parole

Una ricerca su Piemonte e Liguria racconta la distanza fra il desiderio di cultura e la possibilità di partecipare. In mezzo ci sono gli orari, i trasporti, il costo di un biglietto. E qualche ostacolo meno visibile.

Venti chilometri possono essere pochi. Dipende da come si torna a casa.

Quando si prepara una mostra o un incontro, il viaggio del pubblico comincia di solito dalla porta d’ingresso. Prima ci sono la comunicazione, le prenotazioni, magari un’indicazione sul parcheggio. Eppure, per chi dovrebbe arrivare, la parte decisiva può essere già avvenuta: trovare un passaggio, capire se l’ultimo autobus basta, convincere qualcuno a venire. Oppure rinunciare, senza che l’organizzatore ne sappia mai nulla.

In Piemonte, fra paesi, valli e cittadine, è un buon punto da cui cominciare a ragionare sulla cultura. Anche guardando il territorio dei laghi: una località vicina, visibile quasi dalla finestra, non è necessariamente facile da raggiungere. La geografia delle possibilità somiglia solo in parte a quella delle carte.

Una ricerca della Fondazione Compagnia di San Paolo dà sostanza a queste osservazioni. Ha interrogato mille persone delle fasce giovani e anziane in Piemonte e Liguria, affiancando un approfondimento su duecento persone con background migratorio residenti in Piemonte. La rilevazione si è svolta tra maggio e giugno 2026.

È una porzione di società, va detto subito. Mancano le età centrali della vita e i risultati non possono essere estesi all’intera popolazione italiana. Ma dentro quel perimetro emergono domande che meritano di uscire da un rapporto di ricerca e arrivare a chi dirige un museo, programma un festival, tiene aperta una biblioteca.

Il 47 per cento del campione principale segnala la distanza o la mancanza di trasporti fra gli ostacoli alla partecipazione culturale. Tra gli anziani la quota sale al 52 per cento. Gli orari creano difficoltà al 36 per cento; il prezzo al 35.

Lette una dopo l’altra, queste cifre hanno qualcosa di dimesso. Non raccontano una rivoluzione dei consumi, non annunciano la fine dei musei. Parlano di organizzazione quotidiana. Di quello che una persona riesce a fare con il tempo, i mezzi e le energie di cui dispone.

E costringono a rivedere un giudizio che affiora facilmente quando le sale rimangono mezze vuote: alla gente non interessa.

A qualcuno, certamente, non interessa. Ad altri forse sarebbe interessato.

La ricerca non consente di sapere quante rinunce si trasformerebbero in presenze eliminando un ostacolo. Suggerisce però di fare la domanda prima di attribuire un’assenza all’indifferenza. Anche perché un museo può aver lavorato molto bene e incontrare un problema che comincia fuori dalle sue competenze. Non può cambiare da solo la rete dei trasporti. Sapere da dove dovrebbero arrivare i visitatori e come potrebbero tornare a casa, tuttavia, può cambiare la scelta di un orario. O far nascere una collaborazione alla quale nessuno aveva pensato.

Poi c’è un dato che trattiene lo sguardo più degli altri.

Fra i giovani di 19–24 anni, il 36 per cento indica la mancanza di compagnia come ostacolo alla partecipazione. Fra i 65–80enni è il 19 per cento.

Qui sarebbe facile imboccare la strada del grande racconto sulla solitudine giovanile. Ma la ricerca non misura la solitudine, e sarebbe un peccato chiederle di sostenere una tesi che non ha verificato. Dice una cosa più precisa: per una parte dei ragazzi, non avere qualcuno con cui andare può essere una ragione sufficiente per lasciar perdere.

Si può avere una vita piena di relazioni e non conoscere nessuno interessato a una certa mostra. Oppure essere incuriositi da un incontro, ma sentirsi a disagio all’idea di entrare da soli. Succede anche agli adulti. Chi frequenta da anni teatri, librerie e musei rischia di dimenticare quanto conti la familiarità con un ambiente: sapere dove mettersi, che cosa aspettarsi, sentirsi autorizzati a esserci senza dover dimostrare nulla.

Un semplice «vieni anche tu?» può fare parecchio lavoro.

Non è una ricetta. È qualcosa che varrebbe la pena provare, con attenzione e senza clamore. Una biblioteca potrebbe organizzare un piccolo gruppo per una visita; un’associazione proporre un punto di ritrovo; un museo spiegare meglio che si può arrivare da soli e trovare qualcuno con cui condividere il percorso. Poi bisognerebbe vedere che cosa succede. Se arrivano persone nuove, se tornano, se quel primo invito ha sciolto un’esitazione.

Sono esperimenti alla portata anche di realtà piccole. E forse aiuterebbero a capire il pubblico più di tante formule sulla necessità di “coinvolgerlo”.

Del resto, la curiosità sembra attraversare abbastanza bene le generazioni. Come motivazione alla partecipazione viene indicata dal 45 per cento dei più giovani, dal 47 per cento dei 25–34enni e dal 48 per cento degli anziani. Valori vicini. La sintesi dello studio segnala anche una frequentazione di musei e mostre simile fra le diverse età.

È un risultato che rende meno comoda la contrapposizione fra ragazzi distratti e anziani custodi della cultura. Le differenze esistono, naturalmente. Cambiano le abitudini, il significato attribuito alle esperienze, il posto che occupano nella giornata. Ma i confini non sono così ordinati.

Un concerto e una visita a un museo possono appartenere alla stessa settimana. Un podcast può accendere un interesse che prosegue su un libro. Si può giocare online e appassionarsi a un sito archeologico. Per chi vive queste esperienze, non sempre c’è bisogno di stabilire quale sia abbastanza nobile da entrare nella categoria della cultura.

Questo non obbliga a considerare tutto equivalente. Invita piuttosto a osservare prima di classificare.

L’approfondimento sulle persone con background migratorio aggiunge un’altra prospettiva. Nel gruppo intervistato acquistano rilievo le tradizioni, la cucina, il canto, le attività condivise. Anche qui servono prudenza e misura: duecento persone non rappresentano l’universo delle migrazioni, e alcune differenze nel modo di porre le domande limitano i confronti con il campione principale.

Rimane uno spunto importante per chi si occupa di patrimonio. Una parte della memoria passa attraverso pratiche che non hanno una teca: come si prepara un cibo, una lingua parlata in casa, una competenza imparata lavorando. Il rapporto con un museo può cominciare anche dal riconoscere qualcosa della propria esperienza.

Per un territorio segnato dal lavoro industriale, per esempio, ci sono storie che aspettano proprio questo incontro. Un attrezzo conservato racconta un mestiere. Chi lo ha usato può ricordare il rumore, la fatica, un gesto difficile da spiegare. Un documento permette di verificare e collocare quella memoria. Da lì possono affiorare vicende di famiglie, trasferimenti, apprendistati, cambiamenti del paesaggio.

Occorre qualcuno che sappia ascoltare e tenere insieme le fonti. Il risultato può essere un racconto nel quale il visitatore trova qualcosa da imparare e, qualche volta, qualcosa da riconoscere.

A questo punto il discorso va oltre il Piemonte. Le percentuali restano dove sono state raccolte. La domanda, invece, può essere rivolta a qualsiasi istituzione culturale: che cosa sa delle persone che non arrivano?

Di chi entra vengono contati i biglietti, talvolta raccolte le opinioni. Chi resta fuori lascia poche tracce. Può non aver saputo dell’iniziativa, averla scoperta troppo tardi, aver pensato che non facesse per lui. Oppure aver desiderato esserci, senza riuscirci.

Nel campione principale della ricerca, il 32 per cento segnala proprio informazioni tardive o scarsa conoscenza delle opportunità. È un dato che riguarda da vicino anche chi fa divulgazione.

Una locandina informa chi ha già deciso di prestare attenzione. Per suscitare un interesse, spesso, occorre cominciare prima. Raccontare perché un oggetto merita uno sguardo, quale domanda ha portato a una mostra, che cosa può dire al presente una vicenda apparentemente remota. Dare al lettore il tempo di incuriosirsi.

Un articolo, una voce ascoltata in un podcast, un breve documentario possono fare questo lavoro. Per qualcuno resteranno un’esperienza compiuta. Qualcun altro andrà a cercare il luogo o il libro incontrato nel racconto. Non è un passaggio automatico e non andrebbe promesso come tale.

È però un compito nel quale Canale Cultura riconosce il proprio senso: far circolare conoscenza, offrire occasioni di scoperta, dare continuità a storie che rischiano di durare quanto un annuncio.

Senza dimenticare che anche leggere a casa, ascoltare, guardare con attenzione sono forme di partecipazione. Il rapporto segnala una debolezza delle attività collettive e informali, ma sarebbe sbagliato tradurla nell’idea che fuori dagli eventi organizzati ci sia soltanto un vuoto da riempire.

E poi esiste il diritto di non andare. Di preferire altro, di riposare, di non trovare interessante una proposta. La cultura diventa poco invitante quando assume il tono di un dovere al quale il pubblico si sottrae.

Per questo vale la pena fermarsi su quel «ci andrei». Non contiene ancora una presenza, ma neppure un rifiuto. Contiene una possibilità.

Forse la prossima volta che si prepara un incontro si potrebbe partire da lì. Chiedere a qualcuno che non viene mai che cosa renderebbe più semplice esserci. E lasciare che la risposta cambi qualcosa nel programma.

Nota editoriale

L’articolo nasce dalla lettura di Cultural participation across generations, sintesi della ricerca della Fondazione Compagnia di San Paolo condotta tra maggio e giugno 2026. Il campione principale comprende mille persone delle fasce giovani e anziane in Piemonte e Liguria, intervistate online attraverso il panel Ipsos. L’approfondimento telefonico riguarda duecento persone con background migratorio residenti in Piemonte, in Italia da almeno cinque anni.

Le percentuali si riferiscono ai gruppi studiati, non all’intera popolazione regionale o nazionale. Gli ostacoli sono dichiarati dagli intervistati; le proposte presenti nell’articolo sono ipotesi da sperimentare, non interventi di efficacia già dimostrata. Il documento disponibile è una sintesi pubblica; per il rapporto completo la Fondazione indica l’indirizzo valutazione@compagniadisanpaolo.it.minciare.

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