Ci sono giornalisti che raccontano il mondo da lontano. Lo osservano, lo classificano, lo spiegano. Tiziano Terzani, invece, il mondo lo attraversava.
Lo attraversava con il taccuino, la macchina fotografica, le scarpe sporche, e quella curiosità ostinata di chi sa che un paese non si capisce mai dal finestrino di un albergo.
Non era un mistico da salotto. Non era un predicatore con la pace in tasca. Era un giornalista che aveva scelto di abitare i luoghi prima di raccontarli. La Cina, il Vietnam, la Cambogia, l’India, il Giappone non furono per lui scenari esotici, ma paesi vivi, contraddittori, feriti. Luoghi in cui la storia non era un concetto astratto: era fame, paura, potere, propaganda, speranza.
Per questo, in questa nuova intervista impossibile, lo incontriamo non come santino pacifista, ma come testimone della complessità. Un uomo che ha visto guerre, rivoluzioni, cadute di imperi, illusioni ideologiche. E che proprio per questo può aiutarci a porre una domanda urgente: che cosa succede alla politica quando torna a parlare il linguaggio della violenza?
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La stanza è semplice. Un tavolo di legno, alcune mappe alle pareti, un vecchio taccuino aperto. Fuori, una città del nostro presente: schermi accesi, slogan, sirene, notifiche, rabbia.
Terzani sorride appena. Ha lo sguardo di chi non si scandalizza facilmente. Chi ha visto i carri armati non si impressiona per un insulto in televisione. Ma forse proprio per questo lo prende sul serio. Perché sa che le guerre non cominciano sempre con le bombe. Qualche volta cominciano con le parole.
La violenza comincia quando l’altro perde il volto
Q. Terzani, lei ha visto guerre vere, rivoluzioni, fanatismi, regimi. La politica di oggi è davvero più violenta, o siamo noi ad avere perso memoria della violenza?
A. La violenza non è nuova. Non lo è mai stata. L’uomo ha sempre avuto una grande fantasia nel farsi del male.
La differenza è che oggi la violenza è diventata più quotidiana, più domestica. Non ha sempre bisogno di un esercito. Le basta una parola ripetuta mille volte.
Quando seguivo le guerre, vedevo una cosa: prima di uccidere un uomo, bisogna smettere di vederlo come uomo. Bisogna trasformarlo in altro. Un traditore. Un invasore. Una minaccia. Una malattia.
Quando questo accade, la violenza è già cominciata. Anche se nessuno ha ancora sparato.
Q. Quindi la violenza politica nasce prima nel linguaggio?
A. Sì. Nasce quando il linguaggio perde pietà.
E attenzione: la pietà non è sentimentalismo. Non è debolezza. È la capacità di ricordare che anche l’altro ha un volto, una storia, una paura.
Quando la politica rinuncia a questo, diventa amministrazione dell’odio.
E l’odio funziona. Funziona benissimo. Dà identità. Dà energia. Dà una spiegazione semplice a dolori complicati.
Se sei povero, ti diranno chi odiare. Se hai paura, ti diranno chi minaccia la tua casa. Se ti senti dimenticato, ti daranno un colpevole.
È una vecchia tecnica. Funziona sempre.
Rabbia e odio non sono la stessa cosa
La rabbia è una materia ambigua. Può incendiare una società, ma può anche svegliarla. Senza rabbia, molte ingiustizie resterebbero invisibili. Senza rabbia, molti oppressi resterebbero zitti. Il punto è capire quando la rabbia si trasforma in odio.
Q. Eppure la rabbia può essere giusta. Ci sono ingiustizie reali, disuguaglianze reali, umiliazioni reali. Dove finisce la rabbia politica e dove comincia l’odio?
A. La rabbia è umana. A volte è necessaria. Ma la rabbia deve avere occhi. Deve vedere. Deve sapere che cosa vuole cambiare.
L’odio invece acceca.
La rabbia dice: questa cosa è ingiusta, cambiamola. L’odio dice: quell’uomo è il male, distruggiamolo.
La rabbia può ancora generare politica. L’odio genera solo appartenenza. Ti dà una bandiera, un coro, un nemico. Ma ti toglie il pensiero.
È qui che la politica contemporanea mostra una delle sue ferite più profonde. Non sempre prova a governare la rabbia per trasformarla in progetto. Spesso la conserva allo stato grezzo. La tiene calda. La organizza.
Q. Oggi molti leader sembrano non voler sciogliere la paura, ma organizzarla. La tengono accesa.
A. Perché una società impaurita è più facile da guidare.
Il potere ama presentarsi come protezione. Ma per proteggerti deve prima convincerti che sei minacciato.
Allora costruisce un racconto: il paese è assediato, la tradizione è sotto attacco, il popolo è tradito, il futuro è rubato.
A volte dentro questi racconti c’è anche un pezzo di verità. Ed è questo che li rende pericolosi. La propaganda migliore non è fatta solo di bugie. È fatta di verità mutilate. Prende un dolore reale e gli dà una direzione falsa.
La semplificazione come forma elegante della menzogna
La politica violenta non sopporta la complessità. La trova lenta, debole, poco vendibile. Preferisce frasi brevi, bersagli chiari, immagini dure. Trasforma la realtà in una favola elementare: noi siamo il bene, loro sono il male.
Q. Quindi il problema non è solo mentire. È semplificare.
A. La semplificazione è una forma elegante della menzogna.
La realtà è faticosa. Ha molte cause, molte responsabilità, molte sfumature. La politica violenta odia le sfumature. Ha bisogno di colpevoli chiari.
Ma quando una società comincia a pensare così, è già entrata in guerra. Anche se continua ad andare al lavoro, a fare la spesa, a guardare la televisione.
Terzani ha attraversato il Novecento delle grandi ideologie. Ha visto parole magnifiche — popolo, rivoluzione, patria, sicurezza, progresso — diventare strumenti di controllo. Per questo diffidava delle parole troppo grandi, quando non erano misurate sui fatti più piccoli.
Q. Lei ha visto parole enormi diventare giustificazione del dominio. Che cosa ci insegna quella storia?
A. Che nessuna idea è innocente quando pretende obbedienza assoluta.
Io ho visto uomini intelligenti giustificare cose terribili in nome di parole bellissime. Popolo. Rivoluzione. Sicurezza. Progresso. Patria.
Le parole grandi sono pericolose quando non vengono controllate dai piccoli fatti: un bambino che ha fame, un uomo arrestato senza processo, una donna che non può parlare, una minoranza trattata come un corpo estraneo.
La politica dovrebbe essere giudicata da lì. Non dai manifesti.
Diffidate sempre di chi ama troppo l’umanità e troppo poco gli esseri umani.
La pace non è una carezza
Terzani fu spesso accusato di ingenuità, soprattutto quando, dopo l’11 settembre, contestò l’idea che alla violenza si potesse rispondere soltanto con altra violenza. Ma il suo non era un pacifismo decorativo. Era una domanda dura: che cosa produce la vendetta quando diventa metodo politico?
Q. Dopo l’11 settembre lei sostenne che alla violenza non si poteva rispondere soltanto con altra violenza. Oggi una posizione simile verrebbe giudicata ingenua.
A. La vendetta sembra sempre più realistica della pace. Ha un grande vantaggio: è immediata. Ti dà l’impressione di fare qualcosa.
La pace invece è lenta. Faticosa. Non offre immagini spettacolari. Non riempie le piazze con la stessa facilità. Non dà l’ebbrezza del colpo restituito.
Ma dopo il colpo, che cosa resta?
Io non ho mai pensato che il male si dissolva con una carezza. Ho visto troppo per credere a queste sciocchezze. Ma ho visto anche che la violenza, quando diventa metodo, non resta mai dove l’hai mandata.
Torna indietro. Cambia forma. Entra nelle scuole, nelle case, nei giornali, nei discorsi dei bambini.
Un paese che fa della forza la sua lingua principale finirà per parlare quella lingua anche con se stesso.
Q. C’è chi direbbe: parole belle, ma il mondo è feroce. Se non ti difendi, vieni travolto.
A. Difendersi è necessario. Ma bisogna sapere che cosa si sta difendendo.
Se per difendere la libertà distruggi ogni libertà, che cosa hai salvato? Se per difendere la civiltà diventi barbaro, chi ha vinto?
Nella lotta contro il nemico, rischiamo sempre di somigliargli. È una tentazione antica.
Per questo la pace non è debolezza. È vigilanza su se stessi.
Il giornalismo come fedeltà alla realtà
In tempi violenti, anche il giornalismo è messo alla prova. Può diventare cassa di risonanza dell’odio, oppure tentare il lavoro più difficile: restituire complessità senza spegnere la chiarezza.
Terzani non era un cronista neutrale nel senso meccanico del termine. Aveva passioni, intuizioni, limiti, convinzioni. Ma aveva un’idea forte del mestiere: stare davanti alla realtà più che davanti alla propria opinione.
Q. Che responsabilità ha il giornalismo in questa deriva?
A. Enorme.
Il giornalismo può aprire finestre o costruire gabbie. Può mostrare la complessità o vendere rabbia già confezionata.
Io non credo al giornalista neutrale come una macchina. Il giornalista è un uomo. Ha occhi, paure, simpatie, limiti. Ma deve avere almeno una fedeltà: la realtà.
Non al potere. Non al pubblico. Non alla propria parte. Alla realtà.
E la realtà, quasi sempre, è più scomoda della nostra opinione.
Oggi è più difficile, certo. La realtà è lenta. L’opinione è velocissima. La realtà richiede verifica, tempo, presenza. L’opinione richiede solo carattere.
E spesso il carattere viene scambiato per verità. Uno grida, e sembra sincero. Uno semplifica, e sembra chiaro. Uno insulta, e sembra coraggioso.
Ma il coraggio vero, qualche volta, è deludere il proprio pubblico. Dirgli: le cose non stanno esattamente come vorreste. Il nemico non è solo un mostro. Noi non siamo solo innocenti.
È lì che comincia il giornalismo.
Società stanche, senza futuro condiviso
La violenza politica cresce anche dove manca una promessa comune. Quando il futuro si restringe, il passato diventa un rifugio. Ma può trasformarsi rapidamente in un’arma.
Q. Se dovesse guardare l’Italia, l’Europa, l’Occidente di oggi, che cosa vedrebbe?
A. Vedrei società stanche. Ricche di mezzi e povere di visione.
Società che hanno paura di perdere ciò che possiedono e non sanno più immaginare ciò che potrebbero diventare.
Quando manca un futuro condiviso, il passato diventa un’arma. Ognuno sceglie il proprio passato, lo lucida, lo trasforma in identità, poi lo usa contro gli altri.
Ma il passato dovrebbe essere una scuola. Non una clava.
Q. C’è ancora una via d’uscita?
A. C’è sempre una via d’uscita. Ma non è mai comoda.
Bisogna cominciare da una piccola rivoluzione: smettere di godere dell’umiliazione dell’altro.
Perché oggi c’è questo piacere terribile. Vedere l’avversario cadere. Vederlo insultato. Vederlo espulso. Vederlo ridicolizzato.
È un piacere povero. Ma contagioso.
Una società civile comincia quando anche il conflitto conserva un limite. Quando io posso combatterti politicamente senza desiderare la tua distruzione umana.
Sembra poco. È moltissimo.
Che cosa diventiamo mentre combattiamo
La domanda finale non riguarda solo la politica. Riguarda ciascuno di noi. Perché ogni battaglia ci modifica. Anche quelle giuste. Soprattutto quelle giuste, quando ci convincono di non dover più vigilare su noi stessi.
Q. Terzani, in fondo lei ci sta dicendo che la domanda non è soltanto: quale politica vogliamo? Ma che esseri umani stiamo diventando dentro questa politica?
A. Sì.
Perché ogni battaglia ci cambia. Anche quando abbiamo ragione. Soprattutto quando abbiamo ragione.
Bisogna stare attenti alla propria giustizia. Può ubriacare più del torto.
Prima di chiederti da che parte stai, chiediti che cosa stai diventando mentre stai da quella parte.
Questa è la domanda che nessuna propaganda vuole farci fare.
Terzani chiude il taccuino.
Fuori, la città continua a rumoreggiare. Le notifiche arrivano. Gli slogan rimbalzano. Le paure cercano padroni. La rabbia cerca bersagli.
Ma per un momento resta il silenzio. Non un silenzio vuoto. Un silenzio operativo. Quello che precede una scelta.
Forse la politica tornerà umana non quando saremo tutti d’accordo. Questo non accadrà, e forse non sarebbe nemmeno desiderabile. Tornerà umana quando smetteremo di considerare normale la distruzione morale dell’avversario.
Quando capiremo che la violenza non nasce solo nelle mani, ma prima negli occhi: nel modo in cui guardiamo chi non ci somiglia, nel modo in cui nominiamo chi ci contraddice, nel modo in cui trasformiamo una persona in un bersaglio.
Terzani non ci lascia una ricetta. Non sarebbe da lui.
Ci lascia una domanda semplice, quasi insopportabile:
chi guadagna quando noi odiamo?
E subito dopo, una seconda:
che cosa perdiamo noi?
Armando.
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Nota editoriale
Quella che avete letto è una ricostruzione narrativa verosimile. Il dialogo qui proposto è un’invenzione fedele al suo immaginario, non una trascrizione reale. Le eventuali parole autentiche di Tiziano Terzani sono riconoscibili perché tratte da testi pubblicati e dichiarati come tali. Il resto appartiene al patto della rubrica: immaginare un incontro per dire, con rigore e libertà, una verità più profonda di quella puramente documentaria.
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Per approfondire la conoscenza delle opere di Tiziano Terzani, ricordando che non va letto come un maestro di pace, ma come un giornalista che, dopo aver visto la violenza da vicino, non si è più accontentato delle spiegazioni comode, suggerirei un piccolo percorso di lettura: dal Terzani reporter al Terzani testimone morale, fino agli ultimi libri più autobiografici.
Partirei da “Pelle di leopardo”. È il Terzani inviato, immerso nella guerra del Vietnam. Qui si capisce subito che non era un osservatore da albergo internazionale: cercava il campo, la strada, il volto umano dentro la geopolitica.
Poi metterei “Giai Phong! La liberazione di Saigon”. È fondamentale per vedere Terzani dentro un evento storico, non dopo. La caduta di Saigon non è raccontata come un capitolo di manuale, ma come materia viva: confusione, speranza, propaganda, sconfitta, liberazione, ambiguità.
Il terzo titolo dovrebbe essere “La porta proibita”, sulla Cina. Serve molto alla nostra puntata, perché mostra il Terzani che entra in una grande promessa ideologica e ne vede anche la gabbia. È il libro giusto per il tema: quando le idee nate per liberare l’uomo finiscono per chiedergli obbedienza.
Poi “Buonanotte, signor Lenin”. Qui il viaggio diventa quasi una traversata dentro il crollo di un mondo. Terzani percorre l’Asia centrale mentre l’impero sovietico si disfa. È prezioso perché parla di fine delle ideologie, di popoli lasciati in sospeso, di identità che tornano a galla quando il potere centrale si sgretola.
A metà percorso metterei “Un indovino mi disse”. È forse il libro più accessibile e narrativo. Attenzione però: non va letto come folklore o spiritualità facile. È un libro sul tempo, sul viaggio lento, sull’osservazione. Terzani rinuncia all’aereo per un anno e riscopre che capire un paese significa attraversarlo, non sorvolarlo. La pagina del reporter qui si allarga in meditazione, ma resta concreta.
Per il tema della violenza politica, il testo chiave è “Lettere contro la guerra”. Nasce dopo l’11 settembre e raccoglie la sua posizione contro la risposta puramente militare alla violenza. È il Terzani più esposto, più contestabile, ma anche più necessario per la nostra intervista: non pacifismo decorativo, bensì domanda radicale sul circolo della vendetta. Le sue lettere contro la guerra in Afghanistan sono raccolte in questo volume, pubblicato nel 2002.
Poi arrivano gli ultimi due libri, più autobiografici. “Un altro giro di giostra” è il viaggio nella malattia, ma non solo. È anche un’inchiesta sul modo in cui Occidente e Oriente guardano il corpo, la cura, la morte, il senso. Feltrinelli lo presenta appunto come un libro in cui Terzani affronta la propria malattia, mentre “La fine è il mio inizio”, pubblicato postumo dal figlio Folco, ha il tono del testamento spirituale.
Infine, per conoscere la vita interna, non solo l’opera pubblica, aggiungerei “Un’idea di destino. Diari di una vita straordinaria”. È utile perché mostra il laboratorio privato: dubbi, appunti, passaggi, cambiamenti. Non il personaggio Terzani, ma l’uomo che si costruisce giorno per giorno.
Per una scaletta essenziale, io farei leggere così:
1. Un indovino mi disse — per entrare nel passo narrativo.
2. La porta proibita — per il Terzani politico e anti-ideologico.
3. Buonanotte, signor Lenin — per la fine degli imperi e delle certezze.
4. Lettere contro la guerra — per il cuore della puntata sulla violenza politica.
5. Un altro giro di giostra — per l’ultimo Terzani, quello che porta il giornalismo dentro la domanda sul senso.
Come supporto biografico, il sito editoriale Longanesi raccoglie i suoi principali libri, tra cui Un indovino mi disse, Un altro giro di giostra, La fine è il mio inizio e Lettere contro la guerra. Per una sintesi della vita, è utile ricordare che Terzani nasce a Firenze nel 1938 e mette piede per la prima volta in Asia nel 1965, inviato in Giappone dall’Olivetti: dettaglio importante, perché prima del grande inviato c’è già l’uomo che comincia a spostare il proprio baricentro fuori dall’Europa.





