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Ho sempre pensato che in metropolitana ognuno dovesse occuparsi della propria disperazione.

Non è un pensiero elegante, lo ammetto. Ma è pratico. In metropolitana la gente non si conosce: si sopporta. Si divide l’ossigeno per qualche fermata, evitando gli sguardi, i gomiti, le borse, le vite degli altri. Ognuno entra con il proprio problema e spera di uscirne con lo stesso problema, possibilmente non aggravato da un borseggio, da una frenata o da un bambino con un flauto dolce.

Quella mattina, però, la regola venne infranta da una donna.

Salì a Centrale, o forse a Repubblica. Non lo ricordo con precisione, perché quando una bella donna si siede accanto a me, il cervello di un uomo normale registra i dettagli. Il mio, invece, convoca una commissione d’inchiesta.

Era straniera, questo sì. Non straniera nel senso turistico, con la guida piegata e lo zaino davanti. Straniera in un modo più sottile. Aveva un cappotto chiaro, un profumo appena percettibile e l’aria di chi si è svegliata in una città che non le deve niente.

Si sedette accanto a me con naturalezza. Io, per non sembrare colpito dalla sua presenza, mi irrigidii come un testimone davanti al giudice.

Il treno ripartì.

Dopo pochi secondi, la donna si voltò.

«Scusi.»

Feci una cosa che mi riesce sempre male: risposi subito.

«Sì?»

«Lei parla inglese?»

«Abbastanza per creare equivoci.»

La donna sorrise. Non molto. Il minimo indispensabile per rovinarmi la giornata.

«Devo scendere a Porta Romana. Sono molto stanca. Può avvisarmi quando arriviamo?»

Era una richiesta semplice. Una di quelle cose che una persona equilibrata accetta senza trasformarle in un referendum sulla propria identità.

Io annuii.

«Certo.»

Lei chiuse gli occhi quasi prima che finissi la parola.

Fu in quel momento che capii di essere nei guai.

Non nei guai seri, quelli con gli avvocati. Nei guai peggiori: quelli con la mia immaginazione.

Fino a un minuto prima ero un passeggero qualsiasi. Un uomo con un biglietto, una destinazione vaga e un principio di torcicollo. Adesso ero il custode del destino di una sconosciuta.

Porta Romana.

Non dovevo fare altro che avvisarla a Porta Romana.

La cosa, messa così, sembrava facile. Ma anche il Titanic, prima dell’iceberg, era soltanto una nave che doveva andare da un posto all’altro.

Guardai la mappa sopra la porta.

Centrale. Repubblica. Turati. Montenapoleone. Duomo. Missori. Crocetta. Porta Romana.

Otto fermate? Sette? Dipendeva da dove eravamo partiti davvero. E già questo mi parve un cattivo segno. Quando la matematica entra nella vita sentimentale, qualcuno finisce sempre per soffrire.

Lei dormiva.

Non dormiva come dormono i pendolari, con la bocca aperta e l’anima licenziata. Dormiva in modo composto. Elegante. Quasi professionale. Aveva le mani intrecciate sulla borsa, il viso appena inclinato verso il finestrino, una ciocca di capelli sulla guancia.

Mi chiesi da dove venisse.

Spagna? Francia? Grecia? Un paese baltico pieno di violiniste malinconiche? Aveva un accento che non riuscivo a identificare. Per me tutti gli accenti stranieri appartengono a due categorie: quelli che mi intimidiscono e quelli che mi fanno innamorare. Il suo, naturalmente, apparteneva a entrambe.

Il treno arrivò a Repubblica.

Le porte si aprirono. Salirono tre studenti, una signora con un cane troppo piccolo per essere considerato cane e un uomo che parlava al telefono come se stesse dirigendo un colpo di Stato.

Tesi l’orecchio.

«Repubblica», disse la voce registrata.

Bene. Se quella era Repubblica, allora mancavano Turati, Montenapoleone, Duomo, Missori, Crocetta, Porta Romana.

Sei fermate.

Oppure cinque, se Centrale era già passata. Ma Centrale era passata? Io dov’ero salito? Perché non ricordavo mai dove cominciavano le cose importanti?

Guardai di nuovo la donna.

Dormiva.

Mi imposi calma. In fondo bastava restare vigile. Non era un intervento a cuore aperto. Non era neppure un trasloco. Era solo una fermata.

A Turati salì un violinista.

Naturalmente.

La metropolitana, quando vuole distruggere la concentrazione di un uomo, non manda un assassino. Manda un violinista con l’amplificatore.

Cominciò a suonare una melodia tristissima, una di quelle che sembrano composte apposta per ricordarti una donna che non hai mai avuto. Lo odiai immediatamente. Poi gli diedi un euro, per non sentirmi una brutta persona.

La donna non si svegliò.

Questo mi turbò.

Se non si era svegliata con il violino a mezzo metro, come avrebbe reagito alla mia voce? Avrei dovuto toccarle una spalla? Ma si può toccare la spalla di una sconosciuta addormentata? In quale articolo del codice civile si parla della spalla in metropolitana?

Immaginai la scena.

Io che la sfioravo con due dita.

Lei che apriva gli occhi di colpo.

Un urlo.

Il violinista che cambiava tonalità.

I passeggeri che mi guardavano come si guarda un uomo appena smascherato.

No. Meglio la voce.

Ma quale voce? Dolce? Ferma? Internazionale?

“Excuse me, Porta Romana.”

Troppo secco.

“Madam, this is your stop.”

Troppo ferroviario.

“Mi scusi, siamo arrivati.”

Troppo marito.

A Montenapoleone il treno si svuotò di persone vestite meglio di me. Guardai le mie scarpe e provai una breve vergogna sociale. La donna dormiva ancora.

A quel punto iniziò la seconda fase del panico: l’anticipo.

E se l’avvisavo una fermata prima? Meglio una fermata prima che una dopo, mi dissi. Una fermata prima è prudenza. Una fermata dopo è tragedia. Una fermata prima puoi sempre dire: “Manca poco.” Una fermata dopo devi cambiare identità.

Però svegliarla a Crocetta poteva sembrare incompetenza. Lei mi aveva affidato un compito preciso, non una fascia oraria.

Duomo.

La folla entrò come se stesse evacuando un pianeta. Venni spinto contro di lei, e questo produsse in me un imbarazzo sproporzionato. Lei, nel sonno, mi appoggiò per un istante la testa sulla spalla.

Fu un attimo.

Ma per me l’attimo ebbe conseguenze storiche.

Rimasi immobile. Non per galanteria. Per terrore.

La testa di una donna sconosciuta sulla spalla di un uomo è una cosa delicata. Se ti muovi, sembri infastidito. Se non ti muovi, sembri coinvolto. Se ti emozioni, sei già perduto.

Io mi emozionai.

Mi venne in mente che nessuno mi appoggiava la testa sulla spalla da anni. L’ultima era stata una fidanzata al cinema, durante un film polacco di tre ore. Ma forse non era tenerezza. Forse era svenimento.

La voce annunciò Missori.

Missori.

Il cuore fece un piccolo salto.

Dopo Missori veniva Crocetta. Dopo Crocetta, Porta Romana.

Era il momento di prepararsi.

Provai mentalmente la frase.

“Excuse me, Porta Romana.”

No.

“Signorina, Porta Romana.”

Ma lei era straniera. E poi “signorina” sembrava uscito da un barbiere del 1962.

“Madame…”

Madame no. Faceva ispettore di casinò.

A Crocetta il violinista scese. Prima di scendere mi guardò come se sapesse tutto. I violinisti sanno sempre tutto. Per questo suonano in minore.

La donna si mosse appena.

Trattenni il respiro.

Aprì gli occhi prima che io trovassi una frase abbastanza civile per svegliarla.

«Siamo quasi?» chiese.

«Sì. La prossima è Porta Romana.»

Lei annuì. Si raddrizzò con calma, passò una mano tra i capelli e allungò l’altra verso la borsa. Solo allora vidi il bastone bianco, piegato accanto al sedile.

Era stato lì tutto il tempo.

Io no.

Io ero stato altrove: in un film francese, in un romanzo sentimentale, in una catastrofe ferroviaria privata. Lei, invece, era semplicemente una donna che doveva scendere a Porta Romana.

Mi sentii un cretino.

Non un cretino grave, da sentenza. Un cretino da metropolitana: categoria molto diffusa, ma raramente dichiarata.

Lei recuperò il bastone con un gesto pratico, veloce, senza alcuna solennità. Lo aprì. Controllò la borsa. Poi si voltò verso di me.

«Grazie. È stato molto gentile.»

Io avrei voluto dire qualcosa di normale. Una frase asciutta, adulta, utile.

Dissi:

«Prego.»

La metropolitana entrò a Porta Romana.

Le porte si aprirono.

Lei si alzò. Io mi alzai anche io.

Non sapevo perché.

Lei sorrise appena, come se avesse sentito il movimento.

«Scende anche lei?»

Guardai il marciapiede.

Poi guardai lei.

Poi guardai la mia dignità che si allontanava lungo il binario opposto.

«Sì», dissi. «In realtà no. Ma ormai mi sembrava scortese non completare il servizio.»

Lei rise.

Non un sorriso. Una risata vera.

E questo, per me, complicò enormemente la situazione.

Scesi.

Le porte si chiusero alle nostre spalle. Il treno ripartì portandosi via la mia destinazione originaria, qualunque fosse. Lo guardai sparire nel tunnel con la calma apparente di un uomo che ha appena perso un appuntamento, una coincidenza e forse il controllo della propria biografia.

«Mi indica l’uscita per viale Sabotino?» chiese lei.

«Certo.»

«Solo l’uscita. Poi so andare.»

«Naturalmente.»

Era la prima istruzione davvero chiara della mattina.

Camminammo lungo il marciapiede. Lei procedeva con sicurezza, il bastone leggero davanti a sé, io accanto con l’andatura di chi vorrebbe essere utile senza diventare un monumento alla propria utilità.

Non la presi sottobraccio. Non le offrii protezione. Non feci nulla di scenografico. Mi limitai a dire:

«Scala a destra. Dieci metri. Poi tornello.»

«Perfetto.»

«Dopo il tornello, l’uscita è sulla sinistra.»

«Grazie.»

Salimmo insieme verso la strada. Fuori c’era una luce pallida, milanese, una luce che non illumina: autorizza. Le auto passavano con l’aria di avere ragione. Un tram sferragliò in lontananza.

Davanti all’uscita, lei si fermò.

«Io sono Irina», disse.

«Woody.»

«Woody?»

«È una lunga storia.»

«Allora magari un giorno me la racconta.»

Lo disse senza malizia. O forse con una malizia così elegante da sembrare educazione.

Mi porse la mano. La strinsi.

Aveva una stretta ferma, non da persona da aiutare. Da persona che ha già deciso dove andare.

«Grazie per la fermata giusta», disse.

«È il minimo.»

«Non sempre il minimo è facile.»

Su questo non potevo darle torto. Nella mia vita avevo fallito imprese molto più semplici.

Lei si voltò e cominciò a camminare lungo il marciapiede, tranquilla, precisa, quasi musicale. Io rimasi lì per qualche secondo, con la sciarpa storta e la sensazione di essere stato corretto da una sconosciuta meglio di quanto avrebbero saputo fare molti amici.

Non l’avevo salvata.

Non l’avevo accompagnata nella vita.

Non ero diventato il protagonista discreto di una scena memorabile.

Avevo fatto una cosa molto più rara: per una volta, mi ero limitato a essere utile.

Poi guardai l’ingresso della metropolitana.

Dovevo riprendere il treno nella direzione opposta. Dovevo tornare alla mia mattina, alla mia fermata, ai miei impegni. Ma prima di scendere di nuovo, mi accorsi di una cosa curiosa.

Per tutto il viaggio avevo avuto paura di farle perdere Porta Romana.

E invece, alla fine, era stata lei a impedire a me di perdere qualcosa.

Non la fermata.

Il senso delle proporzioni.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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