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Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma è anche il giorno in cui, nel 1985, è morta Elsa Morante, l’autrice de “La Storia”, quella che più di altre ha messo nero su bianco la vulnerabilità dei corpi e la violenza muta della Storia.
Stasera, sulla scrivania ho le immagini e gli appunti che ho utilizzato per l’articolo sulle sorelle Mirabal, e una vecchia copia stropicciata de “La Storia”, aperta proprio sulle pagine dedicate a Ida. Sto cercando un modo per tenere insieme questi due piani, la cronaca e la letteratura, quando qualcuno bussa. Un colpo secco, antico, come sulle porte di legno.
Alzo gli occhi e la vedo lì. Cappotto scuro, foulard, sguardo che non ha bisogno di presentazioni.

«Signora Morante?»

Sorride appena, come chi non ha tempo da perdere con lo stupore altrui.
«Mi ha chiamata lei» dice. «O almeno, ha pensato a me forte abbastanza da costringermi a venire.»
Capisco cosa intende. Ogni volta che parliamo di violenza, penso a Ida Ramundo, la maestra di “La Storia”, al suo stupro casuale, quasi anonimo, e al bambino che nasce da lì. Penso a tutte le donne che nei suoi libri pagano il prezzo della Storia scritta dagli uomini. Oggi è lei a interrogare noi. E, in particolare, noi uomini che ci diciamo “sensibili al problema”.

La tesi di questo incontro impossibile è semplice: chiedere a Elsa Morante che cosa abbiamo ancora paura di vedere quando parliamo di violenza sulle donne. E che cosa la letteratura può fare, davvero, in questo campo.

Signora Morante, perché proprio oggi? Cosa rappresenta per lei questa giornata?

Le giornate internazionali mi fanno sempre un po’ paura. Rischiano di diventare, come dicevate voi, “palinsesto”: si riempie uno spazio, si compila un modulo morale, si è a posto per un anno. Però le date hanno memoria. Se oggi voi ricordate tre sorelle massacrate da un regime, allora va bene. Purché non vi dimentichiate che, dietro ogni data, ci sono corpi.

Si ferma un attimo. Gira lo sguardo sulle foto sparse sulla scrivania. Donne che leggono, che parlano in pubblico, che manifestano.

La violenza contro le donne è una guerra dichiarata in tempo di pace. Ma poiché avviene in casa, nelle stanze, nei corridoi, vi ostinate a considerarla “privata”. Non lo è. È una politica, solo più vigliacca.

Nei suoi romanzi la violenza sulle donne non è mai un “tema”, è un fatto concreto, spesso improvviso. Perché?

Perché è così che accade. L’ingiustizia, quella vera, entra in scena di colpo, senza annunciare che sta per lanciare un messaggio. Ida, in “La Storia”, è una donna timida, appartata, già ferita dalla vita. La brutalità che subisce è quasi muta, senza eroismo, senza grandi discorsi. Eppure da quell’atto nasce un bambino, e con lui un’intera catena di destini.

Lei si china verso di me.

La violenza sulle donne non è solo l’atto che riempie la cronaca: è tutto ciò che viene dopo. La maternità forzata, la colpa che non è colpa, la solitudine. Per questo la letteratura è importante: non si ferma alla notizia, entra nella coda lunga del dolore.

Oggi molti uomini si dichiarano “alleati”. È un passo avanti o un alibi?

Dipende. Se “alleato” vuol dire che lei parla al posto delle donne, è solo un’altra forma di usurpazione, anche se gentile. Se vuol dire che lei ascolta, crede, e poi usa la sua parte di potere per togliere ostacoli, allora è qualcosa.

Mi guarda con una curiosità severa.

Vede, lei dice di essere sensibile. Io le credo. Ma la sensibilità da sola non cambia le cose. Un uomo davvero alleato fa almeno due esercizi: rinuncia al privilegio di essere creduto più facilmente e smette di considerare le donne “un problema delle donne”.

Che cosa non vediamo ancora, noi uomini, quando parliamo di violenza?

Vi piace molto la parola “mostro”. Così potete pensare che il violento sia un’eccezione, una deformazione della specie. Invece, spesso, è un uomo ordinario, un vicino di casa, uno stimato professionista, uno che “saluta sempre”. Questo vi spaventa perché vi assomiglia.

Respira piano, come per scegliere le parole.

Poi c’è un’altra cosa. Continuate a separare la violenza “di casa” dalla violenza della Storia. Come se il soldato che stupra in guerra e il marito che picchia in salotto appartenessero a mondi diversi. Io non ci credo. Il disprezzo dei corpi vulnerabili è uno solo. Cambia solo l’uniforme.

Nei suoi libri, spesso, a essere vulnerabili sono anche i bambini e gli animali. C’entra qualcosa con la violenza sulle donne?

Molto. Io ho sempre pensato che la misura di una società si veda da come tratta chi non può difendersi: i bambini, gli animali, i poveri, gli esclusi. Le donne, per molti secoli, sono state iscritte in questa categoria: “minori” per legge e per consuetudine.

Fa un piccolo gesto con la mano, come a tracciare una linea invisibile.

La violenza non comincia con lo schiaffo o con il femminicidio. Comincia quando decidete che qualcuno vale meno. Che è naturale che guadagni meno, che parli meno, che abbia meno spazio. Il colpo viene dopo. È la conseguenza logica di un pensiero che avete tollerato troppo a lungo.

Cosa può fare la letteratura, oggi, davanti a questa realtà?

Può fare pochissimo e moltissimo. Pochissimo, perché non cambia una legge, non ferma una mano armata. Moltissimo, perché può cambiare l’immaginazione di chi legge. Se in un romanzo una donna non è solo un premio, un angelo del focolare o un “caso umano”, ma un soggetto intero, allora chi legge non uscirà del tutto uguale.

Si sporge verso la pila di libri sulla mia scrivania. Ne sfiora i dorsi.

La letteratura serve a questo: a dare un nome a ciò che esiste e che non volete vedere. A volte basta un nome in più, una storia in più, perché una ragazza riconosca in tempo il pericolo. O perché un uomo, per bene, smetta di ridere di una battuta che non fa ridere.

Se dovesse parlare direttamente a un uomo che pensa di non essere coinvolto, cosa gli direbbe?

Sorride, stavolta con un’ombra di ironia.

Gli direi: si sbaglia. Ogni uomo è coinvolto. Perché vive in un mondo costruito in gran parte da uomini, secondo le loro convenienze. Il punto non è sentirsi colpevoli in astratto, ma responsabili nel concreto. Pensi a un conduttore televisivo: chi invita nelle sue trasmissioni? A chi affida la parola esperta? Chi scompare dal racconto, quando taglia per stare nei tempi?

Le sue domande si rovesciano su di me. Penso alle scalette, alle riunioni, ai tavoli tutti maschili che ancora si vedono nei talk.

Cominci da lì. Guardi chi manca. E poi, soprattutto, ascolti. Le donne hanno già parlato. Non aspettano che gli uomini “diano voce”. Aspettano che smettano di coprirla.

E alle donne che oggi vivono la violenza, cosa si sentirebbe di dire?

Non oserei dare consigli. Posso solo dire questo: non siete voi ad avere torto. Mai. Né se restate, per paura o per necessità, né se andate via. Siete dentro una rete di rapporti economici, sociali, familiari che vi spinge spesso dove non volete. La colpa non è vostra.

Abbassa gli occhi, come se vedesse qualcuno che noi non vediamo.

Ma se potete, cercate alleanza. Vicine, amiche, centri, associazioni. Nessuno si salva da solo, e meno che mai da sola. È l’isolamento che uccide, prima ancora dei colpi.

Rimaniamo in silenzio un momento. Fuori, il traffico del tardo pomeriggio si mescola alle sirene lontane. Sul tavolo, la bozza del mio articolo sulla giornata ONU mi sembra improvvisamente troppo corta.

«Signora Morante, se dovesse lasciarci tre verbi per oggi, quali sarebbero?» le chiedo alla fine.

Non esita.

«Vedere. Credere. Cambiare» risponde. «Nell’ordine.»

Faccio per chiederle altro, ma la sedia davanti a me è già vuota. Resta solo l’odore di pioggia che si porta dietro chi arriva da molto lontano.

Spengo il computer, poi lo riaccendo. Rimetto mano al pezzo. Penso a Ida, alle sorelle Mirabal, alle donne che non hanno un nome, e anche agli uomini che, come me, si sentono “sensibili” ma non abbastanza inquieti.

Forse, il minimo che possiamo fare è questo: non accontentarci mai di una giornata sola, né di una parola in più. Ma cominciare, sul serio, a vedere, credere, cambiare.

Armando.


(Questa è una ricostruzione narrativa verosimile basata su fonti note sull’opera e sul pensiero di Elsa Morante; le parole che le vengono attribuite sono invenzione letteraria.)