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A Cinecittà l’aria sa sempre un po’ di polvere e di promessa. Io avevo il taccuino aperto e una domanda chiusa in gola: oggi le immagini sono ovunque, ma mi pare che dicano sempre meno.

Lui non entrò. Comparve. Come un regista che arriva quando il set è già stanco.

A. “Non sei venuto a chiedermi un parere. Sei venuto a chiedermi il permesso.”

Q. “Il permesso di cosa?”

A. “Di dire che ti spaventa l’immagine quando diventa rumore.”

Mi sentii scoperto. Perché sì: la mia era una nostalgia sporca, non del passato, ma del peso. Delle immagini che costavano fatica.

Q. “Che cosa succede quando l’immagine non testimonia più e comincia solo a circolare?”

A. “Succede che scambi la circolazione per la vita. L’immagine seduce. La verità, semmai, arriva dopo. Arriva quando qualcuno guarda senza farsi portare.”

Indicò il mio telefono, senza toccarlo.

A. “Oggi molti producono immagini senza guardare. Parlano per non ascoltare.”

Provai a fargli l’obiezione più ovvia.

Q. “Però tu hai costruito mondi finti. Set enormi. Cartapesta. Non è la stessa colpa?”

Lui sorrise, quasi divertito.

A. “Io mettevo in scena per confessare. Molti mettono in scena per vendere. E poi… il set, se è onesto, ti dice: sto inventando. È la rete che spesso finge di essere realtà.”

Fece una pausa, poi arrivò al punto che mi interessava davvero.

A. “Il problema non è l’immagine. È lo sguardo.”

Q. “E come si educa lo sguardo, oggi?”

A. “Con una rinuncia. Devi accettare di lasciare fuori. Se pubblichi tutto per paura di sparire, non esisti più: diventi uguale al rumore.”

Mi colpì perché era la definizione più crudele del nostro lavoro: scegliere significa perdere qualcosa. E oggi sembra un sacrilegio.

Provai a portarlo sull’attualità più netta.

Q. “Oggi però c’è una novità: l’immagine può essere perfetta senza essere accaduta. Può imitare. Può falsificare.”

Lui alzò appena le spalle.

A. “E allora? Io ho sempre lavorato con sogni stampati. La differenza è che il sogno, da me, era dichiarato. Oggi spesso è mascherato.”

Poi mi puntò addosso una domanda che non avevo voglia di ricevere.

A. “Tu, quando guardi un’immagine, ti chiedi chi ti sta parlando? Perché adesso? Che cosa vuole da te?”

Non risposi. Perché la risposta era: non sempre.

Lui allora fece la cosa più felliniana possibile: mi dimostrò la tesi con un aneddoto concreto, quasi tecnico, come se volesse ricordarmi che l’invenzione è anche mestiere.

A. “Vuoi sapere cos’è la verità nel cinema? È il lavoro. Per La dolce vita abbiamo girato gran parte del film in studio, costruendo decine di set: persino Via Veneto fu ricreata al Teatro 5, anche per correggere l’inclinazione della strada vera. La realtà è scomoda. L’invenzione, se la domini, è precisa.”

E lì, paradossalmente, capii: non mi stava dicendo “inventati tutto”. Mi stava dicendo “non farti inventare”.

Q. “Quindi come si difende la verità, se l’immagine può mentire meglio di noi?”

A. “Non con la tecnica. Con il carattere. Con l’abitudine a dubitare dell’immagine perfetta. Quella perfetta è quasi sempre quella che ti vuole portare via qualcosa.”

Poi mi lasciò una frase che gli appartiene davvero, perché è la sua chiave: essere “bugiardo” senza essere falso.

Per me sono molto più vere le cose che non sono accadute ma che mi sono inventato. Insomma, sono un gran bugiardo.

Q. “E io, che faccio cultura oggi, cosa devo fare domattina?”

A. “Rallenta davanti all’immagine che ti conquista subito. Rimetti dentro l’umano: chi l’ha fatta, in che condizioni, con quale interesse. E poi monta. Monta come pensiero, non come ipnosi.”

Si alzò. Non con un finale. Con un taglio.

Restai solo con il taccuino aperto e una regola semplice: non alzare il volume. Alzare il contesto.

Tre verbi da portare via: guardare. scegliere. montare.

Armando.

Nota di trasparenza: ricostruzione narrativa verosimile; l’aneddoto sui set di La dolce vita è documentato; la battuta citata è stata pronunciata da Fellini in una intervista video.