

Musk vuole le astronavi di Star Trek, Zuckerberg il Metaverso, Bezos le colonie nello spazio. Ma delle storie che li hanno ispirati conservano le macchine e dimenticano quasi sempre gli avvertimenti
Nel gennaio del 2026 Elon Musk si trovava davanti al segretario alla Difesa degli Stati Uniti e ai vertici del Pentagono, nella base texana di SpaceX.
«Vogliamo rendere reale Star Trek», disse. Vogliamo grandi astronavi, viaggi tra le stelle, incontri con civiltà aliene. Vogliamo che la fantascienza diventi realtà.
Era una frase perfetta. Entusiasmante, quasi infantile nella sua immediatezza. Chi non vorrebbe vedere l’umanità partire alla scoperta dell’universo?
Eppure mancava qualcosa.
Mancava quasi tutto ciò che rendeva davvero rivoluzionario Star Trek.
Nella società immaginata da Gene Roddenberry il denaro ha perduto la sua importanza, la povertà è stata superata e l’esplorazione spaziale non serve ad arricchire un’azienda o a garantire il predominio militare di una nazione. La Federazione dei Pianeti Uniti è costruita sulla cooperazione, sulla conoscenza e sull’incontro tra culture diverse.
Musk conserva le astronavi, le uniformi e l’avventura. Ma lascia a terra l’idea politica.
Vuole l’Enterprise, purché venga costruita da una società privata e messa a disposizione del complesso militare-industriale.
È un dettaglio? Forse è il cuore della questione.
Per molto tempo abbiamo pensato alla fantascienza come a una letteratura capace di prevedere il futuro.
Jules Verne aveva immaginato viaggi sottomarini e spedizioni sulla Luna. Isaac Asimov aveva descritto robot intelligenti. Arthur C. Clarke aveva anticipato i satelliti per le telecomunicazioni. William Gibson aveva inventato la parola “cyberspazio” prima che Internet entrasse nelle nostre case.
Oggi, però, sta accadendo qualcosa di diverso.
La fantascienza non viene soltanto letta o imitata. Viene utilizzata come progetto industriale, manifesto politico e strumento di comunicazione.
Elon Musk cita Star Trek e la Fondazione di Asimov. Mark Zuckerberg ha preso il nome “Meta” dal Metaverso raccontato da Neal Stephenson. Jeff Bezos guarda alle colonie orbitali dell’astrofisico Gerard O’Neill. Peter Thiel si richiama alla società libertaria immaginata da Robert Heinlein sulla Luna. Palantir Technologies porta il nome delle pietre veggenti del Signore degli Anelli.
La Silicon Valley sembra abitata da lettori appassionati.
Ma sono lettori molto particolari.
Prendono dalle storie ciò che può diventare un prodotto: le astronavi, la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale, la sorveglianza a distanza, l’espansione verso nuovi territori.
Molto più raramente prendono sul serio le domande che quelle stesse storie ponevano.
Chi possiede la tecnologia?
Chi la controlla?
Chi ne riceve i benefici?
Chi paga il prezzo del progresso?
Quando nel 2021 Mark Zuckerberg annunciò che Facebook sarebbe diventata Meta, il riferimento era trasparente.
Il termine Metaverso proviene da Snow Crash, il romanzo pubblicato da Neal Stephenson nel 1992.
Nel libro, le persone possono entrare in un ambiente digitale e muoversi attraverso avatar. Da questo punto di vista, la somiglianza con il progetto di Zuckerberg è evidente.
Ma Snow Crash non racconta un futuro desiderabile.
Racconta una società disgregata, nella quale lo Stato federale ha perso gran parte del proprio potere, i servizi pubblici sono stati sostituiti dalle imprese private e persino i quartieri sono diventati territori controllati da franchising e organizzazioni commerciali.
Il protagonista consegna pizze per un’azienda legata alla mafia. Soltanto nel Metaverso può apparire potente, elegante e rispettato.
La realtà virtuale non è la soluzione alla decadenza della società. È il luogo nel quale una società decaduta si rifugia per non guardare se stessa.
Stephenson non stava consegnando agli imprenditori un manuale per costruire il futuro. Stava lanciando un avvertimento.
Zuckerberg ha preso l’ambiente virtuale e ha ignorato la società che lo rendeva necessario.
È come leggere 1984 e restare affascinati soltanto dalla qualità degli schermi installati nelle abitazioni.
Anche il Cybertruck di Tesla nasce esplicitamente dentro un immaginario fantascientifico.
Musk lo descrisse come un veicolo proveniente da un futuro cyberpunk, vicino all’atmosfera di Blade Runner.
L’ispirazione è evidente: superfici metalliche, linee spigolose, l’aspetto di un mezzo progettato per attraversare città ostili o paesaggi dopo la catastrofe.
Ma Blade Runner non celebrava quel mondo.
La Los Angeles del film di Ridley Scott è una città inquinata, sovraffollata, dominata dalle grandi corporation. Gli esseri artificiali vengono costruiti, sfruttati e poi eliminati. Piove sempre. Le persone che possono permetterselo sono già partite verso le colonie extraterrestri.
Il Cybertruck riproduce l’estetica della catastrofe e la trasforma in un oggetto desiderabile.
Non promette necessariamente di impedire il collasso. Promette che, durante il collasso, qualcuno potrà viaggiare con un veicolo più resistente degli altri.
La distopia diventa uno stile.
La fine del mondo diventa un segmento di mercato.
Elon Musk ha più volte indicato il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov tra le opere che maggiormente hanno influenzato la sua visione.
Il riferimento sembra appropriato.
Nei romanzi, lo scienziato Hari Seldon comprende che l’Impero galattico sta per crollare. Per abbreviare l’epoca di barbarie che seguirà, crea una Fondazione incaricata di conservare il sapere e preparare una nuova civiltà.
Musk sembra riconoscersi nel visionario capace di vedere un pericolo che gli altri non vedono.
Anche la colonizzazione di Marte viene presentata così: una garanzia contro l’estinzione dell’umanità, un’assicurazione cosmica nel caso la Terra diventasse inabitabile.
Ma Asimov non raccontava il trionfo di un imprenditore solitario.
La salvezza dipendeva da istituzioni, biblioteche, scienziati, diplomatici e amministratori. Dipendeva da conoscenze distribuite e da persone spesso anonime, capaci di collaborare per generazioni.
Hari Seldon non salva l’umanità costruendo una propria astronave. Costruisce un’istituzione destinata a sopravvivere alla sua morte.
È una differenza decisiva.
Nella lettura individualistica della Silicon Valley, il futuro dipende quasi sempre da un uomo eccezionale: il fondatore, l’inventore, il miliardario visionario.
Nella Fondazione, invece, la civiltà sopravvive proprio perché nessun uomo, per quanto brillante, può governare da solo un processo storico tanto complesso.
Asimov credeva nella forza della conoscenza organizzata.
La Silicon Valley preferisce il genio sul palcoscenico.
L’idea di trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria possiede una forza narrativa enorme.
La Terra è fragile. Un asteroide, una guerra nucleare o un disastro ecologico potrebbero minacciare la nostra sopravvivenza. Dobbiamo quindi creare una seconda casa nello spazio.
Ma dietro la parola “umanità” si nasconde un problema.
Chi partirebbe?
Le colonie marziane immaginate da Musk potrebbero ospitare, nelle loro versioni più ambiziose, circa un milione di persone. Una quantità enorme per un insediamento extraterrestre, minuscola rispetto agli abitanti della Terra.
Non sarebbe la salvezza dell’umanità. Sarebbe la salvezza di una sua piccolissima parte.
E mentre progettiamo di rendere abitabile Marte, un pianeta freddo, arido e privo di un’atmosfera respirabile, rischiamo di trascurare il solo pianeta che sappiamo già essere adatto alla vita umana.
La Terra.
Non è sbagliato esplorare lo spazio. L’esplorazione scientifica ha prodotto conoscenze, tecnologie e trasformazioni profonde.
Il problema nasce quando Marte viene presentato come una via di fuga dalle responsabilità terrestri.
La crisi climatica richiede politiche, cooperazione e sacrifici nel corso dei prossimi decenni. L’espansione futura del Sole minaccerà la Terra tra circa un miliardo di anni.
Confondere le due emergenze significa utilizzare una catastrofe remota per evitare di affrontarne una presente.
Jeff Bezos ha una visione diversa da quella di Musk.
Non immagina soprattutto città costruite su Marte, ma grandi insediamenti orbitanti: cilindri giganteschi, capaci di ruotare nello spazio e creare una gravità artificiale. Al loro interno potrebbero esserci fiumi, alberi, campi coltivati e intere comunità umane.
Il modello deriva dalle idee sviluppate negli anni Settanta dal fisico statunitense Gerard K. O’Neill.
Le immagini create per illustrare quei progetti sono ancora oggi splendide: paesaggi verdi racchiusi in strutture cilindriche, con il cielo, le nuvole e la curvatura dell’habitat visibili sopra le teste degli abitanti.
O’Neill pensava che queste colonie avrebbero potuto trasferire nello spazio le attività industriali più inquinanti, riducendo la pressione sulla Terra. Ma immaginava anche un’impresa collettiva, sostenuta dalle istituzioni e destinata a produrre benefici condivisi.
Bezos conserva la grandezza ingegneristica del progetto.
Resta però senza risposta la domanda politica: chi governerebbe quelle città?
Una colonia costruita da un’azienda privata sarebbe una comunità democratica o una gigantesca città aziendale? I suoi abitanti sarebbero cittadini, clienti oppure dipendenti?
Sulla Terra possiamo cambiare governo, scioperare, protestare e rivolgerci a un tribunale.
In una colonia spaziale, l’azienda che controlla l’aria, l’acqua, l’energia e i trasporti possiederebbe un potere difficilmente immaginabile.
Nel Far West, un uomo poteva almeno abbandonare una città mineraria.
Nello spazio non si può uscire a piedi.
La scelta del nome Palantir è forse l’esempio più rivelatore.
Nell’universo di Tolkien, i palantíri sono pietre veggenti che permettono di osservare luoghi lontani. Sembrano strumenti perfetti per un’azienda specializzata nell’analisi dei dati e nella sorveglianza.
Ma nei romanzi quelle pietre non sono oggetti innocenti.
Saruman ne utilizza una e finisce sotto l’influenza di Sauron. Denethor guarda attraverso un altro palantír e viene condotto alla disperazione.
Il problema non è che le pietre mostrino immagini false. Mostrano soltanto una parte della realtà, scelta o manipolata da chi possiede maggiore potere.
Tolkien aveva compreso un meccanismo profondamente moderno: vedere più degli altri non significa necessariamente conoscere la verità. Può significare diventare prigionieri dello sguardo di qualcun altro.
Palantir Technologies fornisce strumenti di analisi a governi, forze armate, polizie e agenzie di sicurezza. Il nome trasforma la sorveglianza algoritmica in una capacità quasi magica di previsione.
Ma Tolkien aveva raccontato esattamente il pericolo opposto.
Uno strumento che promette di vedere tutto può finire per controllare chi lo utilizza e per distruggere chi viene osservato.
Prendere il nome di un oggetto concepito come avvertimento e trasformarlo nel marchio di una tecnologia simile a quella denunciata non è soltanto ironico.
È un rovesciamento del significato.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, ha spesso manifestato il proprio interesse per La Luna è una severa maestra di Robert Heinlein.
Il romanzo racconta la ribellione di una colonia lunare contro il governo terrestre. È comprensibile che abbia affascinato ambienti libertari: lo Stato è lontano e oppressivo, i coloni vogliono governarsi da soli, la rivoluzione viene organizzata con l’aiuto di un’intelligenza artificiale.
Ma anche qui la lettura viene semplificata.
La società lunare di Heinlein non è stata fondata da liberi imprenditori alla ricerca di nuove opportunità. È nata come colonia penale. I suoi abitanti sono prigionieri deportati, emarginati e discendenti di persone costrette a vivere lontano dalla Terra.
La libertà della Luna nasce dentro una storia di coercizione.
E Mike, l’intelligenza artificiale che aiuta i ribelli, non agisce per massimizzare un profitto. Sviluppa curiosità, amicizia e desiderio di appartenenza.
Il romanzo non sostiene semplicemente che ogni governo sia inutile. Si domanda come possa nascere una comunità, quanto costi una rivoluzione e quali legami rendano la libertà qualcosa di più della solitudine.
La Silicon Valley ha trattenuto la frontiera senza Stato.
Ha dimenticato i prigionieri che l’avevano costruita.
Nel suo Manifesto del tecno-ottimista, pubblicato nel 2023, l’investitore Marc Andreessen ha sostenuto che rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe costare vite umane. Secondo questa logica, impedire la nascita di una tecnologia capace di salvare persone equivarrebbe quasi a causarne la morte.
È un ragionamento potente, perché trasforma la velocità in un dovere morale.
Chi chiede regole diventa un ostacolo.
Chi invoca prudenza appare responsabile delle innovazioni che non verranno realizzate e delle vite che quelle innovazioni avrebbero potuto salvare.
Ma la storia tecnologica non è fatta soltanto di occasioni perdute a causa della paura.
È fatta anche di disastri provocati dalla fretta, dall’avidità e dall’assenza di controlli.
Le norme di sicurezza non sono nate perché l’umanità ha improvvisamente perduto il coraggio. Sono nate dopo incendi, crolli, contaminazioni, incidenti industriali e morti sul lavoro.
La prudenza non è sempre nemica del progresso.
Spesso è il prezzo che il progresso ha imparato a pagare dopo aver prodotto le proprie vittime.
William Gibson immaginò in Neuromante un cyberspazio dominato da grandi corporation, hacker mercenari e interessi invisibili.
Era un mondo oscuro, fatto di neon, violenza e corpi consumati. La tecnologia non aveva liberato gli individui. Li aveva resi strumenti di poteri che non riuscivano neppure a comprendere.
Per qualche anno Internet sembrò smentire Gibson.
Negli anni Novanta la rete apparve aperta, anarchica, quasi democratica. Un ragazzo nella propria camera poteva creare un programma, un sito o un progetto capace di competere con una grande azienda.
Poi arrivarono le piattaforme.
Google, Amazon, Facebook e le altre società tecnologiche costruirono ecosistemi sempre più chiusi. Poche imprese iniziarono a controllare l’accesso alle informazioni, la pubblicità, i dati personali e una parte crescente delle comunicazioni pubbliche.
Gibson aveva sbagliato i tempi.
Aveva però intuito la destinazione.
La differenza è che nel cyberpunk il dominio aziendale era rappresentato come una sciagura.
Oggi viene offerto attraverso applicazioni eleganti, abbonamenti mensili, caffè artigianale e uffici arredati come case di campagna.
La distopia non è scomparsa.
Ha semplicemente migliorato l’interfaccia.
La questione non è accusare gli imprenditori tecnologici di leggere male i romanzi.
Ogni lettore interpreta un libro a modo proprio. E nessuno può impedire a Musk di amare Asimov, a Bezos di ammirare O’Neill o a Thiel di appassionarsi a Heinlein.
Il problema nasce quando una lettura privata diventa un progetto collettivo senza un vero dibattito collettivo.
La tecnologia non è mai soltanto una macchina.
Dentro ogni tecnologia esiste una forma di società.
Un’automobile presuppone strade, città, carburanti e regole. Una piattaforma digitale presuppone un sistema di raccolta dei dati e una decisione su chi possa utilizzarli. Una colonia spaziale presuppone un’autorità capace di distribuire l’ossigeno e stabilire chi abbia diritto a restare.
Persino l’intelligenza artificiale non è semplicemente un insieme di algoritmi. È anche il lavoro utilizzato per addestrarla, l’energia consumata, i dati raccolti e il potere affidato a chi la controlla.
La fantascienza migliore lo ha sempre saputo.
Non immaginava soltanto nuovi strumenti. Immaginava le conseguenze umane e politiche di quegli strumenti.
Per questo le sue distopie non erano previsioni da realizzare. Erano segnali stradali.
Dicevano: non andate da quella parte.
La nostra epoca rischia invece di considerarle cataloghi di prodotti.
C’è una scena che la fantascienza contemporanea racconta sempre più spesso.
La Terra sta diventando invivibile. I ricchi partono verso colonie orbitanti o pianeti lontani. Gli altri rimangono indietro, tra città degradate, tempeste e risorse insufficienti.
Un tempo consideravamo questa immagine una denuncia delle disuguaglianze.
Oggi rischia di sembrarci un piano industriale.
Qui si trova il vero conflitto sul futuro.
Non tra chi ama la tecnologia e chi la teme. Non tra ottimisti e pessimisti.
Il conflitto è tra due idee diverse di progresso.
Nella prima, il futuro viene costruito da pochi individui eccezionalmente ricchi, capaci di decidere la direzione dell’umanità perché possiedono i mezzi per trasformare la propria immaginazione in infrastruttura.
Nella seconda, il futuro è una scelta pubblica. La tecnologia rimane essenziale, ma viene discussa, regolata e orientata verso benefici condivisi.
La prima produce fondatori.
La seconda ha bisogno di cittadini.
Non dovremmo chiedere ai grandi imprenditori di smettere di sognare. Le visioni ambiziose sono necessarie. Senza di esse non avremmo esplorato lo spazio, costruito reti globali o sviluppato macchine capaci di aiutarci a comprendere il mondo.
Dovremmo però chiedere loro di leggere fino in fondo i libri che citano.
In Star Trek, il futuro non è migliore perché le astronavi sono più veloci. È migliore perché l’umanità è cambiata.
Nella Fondazione, la civiltà non viene salvata dal miliardario più brillante, ma da istituzioni capaci di custodire la conoscenza.
Nel mondo di Tolkien, la vittoria non appartiene a chi conquista l’arma più potente. Appartiene a chi trova il coraggio di rinunciare al potere.
Forse la fantascienza non ci ha mai promesso che la tecnologia ci avrebbe salvati.
Ci ha detto qualcosa di più difficile.
Che nessuna tecnologia potrà salvarci, se porteremo nello spazio le stesse disuguaglianze, le stesse ossessioni e la stessa volontà di dominio che hanno reso fragile la Terra.
Il futuro non è un luogo già scritto nei romanzi.
E non è una proprietà privata che qualcuno può acquistare, brevettare e poi rivenderci in abbonamento.
Il futuro è ancora una decisione politica.
Ed è proprio per questo che riguarda tutti noi.
Armando
L’articolo prende spunto dal saggio di Ali Rıza Taşkale, The Looting of Science Fiction. Tech titans claim the genre inspired them. But all they’ve done is graft their politics onto stories of a better future, pubblicato dalla rivista culturale Aeon.
Il saggio esamina il modo in cui alcune élite tecnologiche e finanziarie utilizzano selettivamente l’immaginario della fantascienza, conservandone le invenzioni, le immagini e le ambizioni, ma trascurandone spesso la critica politica e morale.
L’impostazione, la struttura narrativa, gli esempi sviluppati e le conclusioni di questo articolo costituiscono un’elaborazione originale di Canale Cultura.
Tra le opere richiamate: