

La Rossa aveva cominciato a fare un rumore nuovo.
Non era un rumore grave. Almeno, non sembrava. Era piuttosto un lamento intermittente, una specie di raschio metallico che compariva in salita, spariva in pianura e tornava appena provavo a ignorarlo.
Io, naturalmente, lo interpretai come un segnale.
Ero partito quella mattina con un programma preciso. Direzione Torino. Museo Nazionale del Cinema. Avevo preparato appunti sulle lanterne magiche, su Cabiria, sulla Mole Antonelliana, sulla nascita delle immagini in movimento e sul bisogno umano di raccontarsi attraverso una luce proiettata nel buio.
Nel bagagliaio avevo sistemato libri, microfoni, una videocamera, due cavalletti e una quantità di cavi superiore a quella necessaria per illuminare un piccolo comune.
Sul sedile accanto, il taccuino recava un titolo molto serio:
Il cinema come memoria del Novecento.
La Renault tossì.
Poi emise di nuovo quel rumore.
«Non cominciamo», le dissi.
Continuò.
Poco dopo, sulla strada provinciale, vidi il cartello di un paese che non avevo mai visitato. Case basse, una piazza, un campanile, un bar con quattro sedie all’aperto e nessuna particolare ragione per fermarsi.
La Rossa aumentò il lamento.
Accostai.
Il motore si spense con la compostezza di chi ritiene di avere già spiegato tutto.
Scesi e aprii il cofano.
Non capivo nulla.
Il motore era lì, apparentemente completo. C’erano tubi, fili, cinghie e parti metalliche che sembravano tutte indispensabili e, nello stesso tempo, vagamente sospette.
Un uomo seduto davanti al bar mi osservava.
«Problemi?»
«È una questione di carattere.»
Lui si alzò lentamente, si avvicinò e guardò dentro il cofano.
«Parte?»
«Quando vuole.»
«Allora parte.»
Richiusi il cofano.
Fu in quel momento che vidi l’insegna.
Era sull’altro lato della piazza, sopra una facciata stretta e scolorita. Le lettere, un tempo rosse, erano diventate rosa pallido.
CINEMA IDEAL
Le porte erano chiuse. Una vetrina esponeva ancora i resti di alcune locandine. I titoli erano sbiaditi, i volti degli attori quasi cancellati dal sole.
Mi avvicinai.
Dietro il vetro c’era una fotografia di Marcello Mastroianni. Accanto, una locandina di un western. Più in basso, un foglio scritto a mano:
ULTIMA PROIEZIONE — ORE 21.15
Non c’era la data.
Provai la maniglia.
La porta si aprì.
Dentro era buio.
«C’è qualcuno?»
Dal fondo arrivò una voce.
«Se vuole il film, è in ritardo.»
Un uomo molto anziano apparve nel corridoio laterale. Indossava una camicia grigia e teneva in mano un mazzo di chiavi.
«Mi scusi», dissi. «Pensavo fosse chiuso.»
«È chiuso.»
«Ma la porta era aperta.»
«La porta non lo sa.»
Mi presentai. Gli spiegai che stavo andando a Torino per visitare il Museo del Cinema.
Lui guardò verso la piazza, poi verso la Renault.
«Quella macchina è sua?»
«Diciamo che viaggiamo insieme.»
«Una Renault 4.»
«Sì.»
«Ce l’aveva anche il medico del paese. Arrivava sempre durante il secondo tempo.»
Non capii se fosse un invito, ma lo seguii.
La sala del Cinema Ideal era ancora intatta.
C’erano duecento poltrone, forse meno. Alcune avevano il velluto strappato. Altre erano coperte da lenzuola. Sul pavimento restavano vecchi biglietti, tappi, programmi pubblicitari e una pallina di carta che qualcuno aveva lanciato molti anni prima senza centrare il bersaglio.
Lo schermo era grigio.
Il sipario, pesante e polveroso, conservava ancora una certa dignità.
«Quando avete chiuso?»
«Dipende.»
«Da cosa?»
«Dal giorno che considera.»
Si sedette in prima fila.
«L’ultima proiezione ufficiale fu nel 1993. Ma il cinema era già morto da prima. Oppure è morto dopo. Le cose non finiscono tutte insieme.»
Mi raccontò che si chiamava Ernesto e che aveva fatto il proiezionista per quarantasei anni.
Da ragazzo cambiava le bobine. Poi aveva imparato a riparare il proiettore, a tagliare la pellicola, a incollare i fotogrammi spezzati. Sapeva riconoscere un film dal rumore della copia.
«Ogni pellicola aveva il suo respiro», disse.
Salimmo nella cabina di proiezione.
Il proiettore era ancora lì. Massiccio, nero, coperto da un telo. Ernesto lo scoprì con un gesto lento.
Sembrava una macchina industriale e, insieme, un animale addormentato.
Sulle pareti c’erano scatole di latta, bobine, strumenti, vecchi registri. Ne aprì uno.
Ogni pagina riportava una data, un titolo, il numero degli spettatori e l’incasso.
Sabato sera: centottantadue presenze.
Domenica pomeriggio: duecentodiciassette.
Mercoledì: trentuno.
Accanto ad alcuni titoli c’erano annotazioni a matita.
Pioggia forte.
Processione ritardata.
Pellicola rotta.
Pubblico commosso.
«Scriveva tutto?»
«Quasi.»
Indicò una riga.
«Qui si sposarono.»
«Dentro il cinema?»
«No. Si conobbero.»
Erano entrati separatamente. Lei con una cugina, lui con due amici. Durante l’intervallo si erano trovati vicini al banco delle caramelle. Cinque anni dopo si erano sposati.
In un’altra pagina c’era scritto:
Applausi alla fine.
«Che film era?»
Ernesto guardò il titolo.
«Non ricordo.»
«Ma ricorda gli applausi.»
«Quelli sì.»
Scendemmo di nuovo nella sala.
Mi raccontò delle domeniche d’inverno, quando il cinema si riempiva già nel primo pomeriggio. Degli uomini che tenevano il cappotto sulle ginocchia. Dei bambini seduti sulle sedie aggiunte in fondo. Delle donne che arrivavano insieme e commentavano il film per tutta la strada del ritorno.
Il parroco controllava le locandine.
Il maresciallo entrava senza pagare.
Il farmacista sedeva sempre al posto numero dodici.
Un ragazzo si infilava da una finestra del bagno. Ernesto lo sapeva, ma faceva finta di niente.
«Era povero?»
«No. Era tirchio.»
La prima televisione arrivò in paese negli anni Cinquanta, nel bar della piazza. All’inizio il cinema non ne risentì. Anzi, la gente usciva di casa più volentieri.
Poi arrivarono altre televisioni.
Poi le automobili.
Poi i multisala.
Poi tutto il resto.
«L’ultimo film lo proiettammo per sette persone», disse Ernesto.
«Ricorda quale?»
«Certo.»
Mi disse il titolo.
Non era un capolavoro. Non era nemmeno un film particolarmente famoso.
Questo mi parve giusto.
I luoghi importanti non finiscono sempre con una grande scena. A volte finiscono con un film mediocre, sette spettatori e qualcuno che spegne la luce.
«Dopo cosa ha fatto?»
«Ho continuato a venire.»
«Perché?»
Guardò lo schermo.
«Perché se un posto ha contenuto tante persone, non può diventare vuoto da un giorno all’altro.»
Restammo in silenzio.
Dalla piazza arrivava il rumore di un motorino.
Ernesto riaccese il vecchio proiettore.
Non c’era pellicola. La macchina partì comunque, prima incerta, poi regolare. La luce attraversò la sala e raggiunse lo schermo.
Nel fascio luminoso si vedeva la polvere.
Per qualche istante mi parve che il cinema fosse di nuovo pieno. Non di persone, ma di tutto ciò che quelle persone avevano lasciato: risate, silenzi, mani cercate al buio, paura, noia, stupore.
Avevo preparato una riflessione sul cinema come memoria del Novecento.
Era ancora nel taccuino, sul sedile della Renault 4.
Lì, davanti a quello schermo vuoto, capii che avevo sbagliato domanda.
Il cinema non conservava soltanto la memoria dei film.
Conservava la memoria di chi li aveva guardati.
Quando uscii, era quasi sera.
Il museo di Torino aveva chiuso da ore.
Ernesto mi accompagnò alla macchina.
«Vediamo questo rumore», disse.
Misi in moto.
La Renault partì subito.
Nessun raschio. Nessun lamento.
Il motore girava con una precisione quasi offensiva.
Ernesto ascoltò per qualche secondo.
«Non ha niente.»
Guardai la Renault.
«Lo so.»
«Allora perché si è fermato?»
Chiusi la portiera.
«Era curiosa.»
Partii lentamente.
Nello specchietto vidi Ernesto davanti al Cinema Ideal. Piccolo, immobile, con le chiavi in mano.
Avevo programmato di visitare un museo del cinema.
La Rossa mi aveva portato dentro un cinema diventato museo senza saperlo.
E forse, per una volta, aveva scelto il film giusto.
Armando.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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