Spiegano o prevedono? Guida rapida agli analisti di geopolitica

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Negli ultimi anni, in Italia e non solo, gli “spiegatori del mondo” sono usciti dai convegni per entrare stabilmente nel salotto di casa: talk show, newsletter, podcast, rubriche su YouTube. In prima fila ci sono figure come Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes (1993), e Dario Fabbri, direttore di Domino. La loro popolarità dice una cosa giusta: c’è fame di contesto, di storie lunghe dietro all’attualità breve. Ma solleva una domanda scomoda e necessaria: queste analisi aiutano davvero a prevedere ciò che accadrà? E, se sì, come bisogna leggerle per non farsi trascinare dal carisma di chi parla?

Prevedere non è indovinare: scenari, probabilità, verifiche

Prima distinzione, quasi banale ma decisiva: un’analisi non è una profezia. In geopolitica chi lavora bene costruisce scenari (“se accade X, allora è probabile Y; se Z, allora…”) e assegna probabilità a esiti alternativi. In questo campo, il riferimento empirico più solido resta la ricerca di Philip Tetlock e del Good Judgment Project: tornei di previsione con domande precise e scadenze definite, punteggi di accuratezza (Brier score) e verifica pubblica ex-post. Il risultato, nel tempo, è chiaro: chi misura, aggiorna le stime alla luce dei fatti e formula giudizi falsificabili tende a sbagliare meno.

Per i lettori, la traduzione operativa è semplice: diffidate delle frasi apodittiche (“succederà sicuramente”), preferite chi esplicita margini d’errore e orizzonte temporale, annotate cosa viene detto e per quando. È l’unico modo per capire, col senno di poi, se un’analisi ha retto alla prova dei fatti.

Tre scuole di metodo (e perché spesso si parlano addosso)

1) La scuola delle mappe. Il mondo visto dal tavolo luminoso del cartografo: Limes enfatizza i vincoli geografici, le linee di frattura storiche, la logica del potere. Pregio: restituisce profondità e spiega perché certi attori si muovono come si muovono. Rischio: sottovalutare i “cigni neri” tecnologici o sociali che scardinano equilibri (energie, filiere, opinione pubblica digitale).

2) La scuola dei rischi. Eurasia Group di Ian Bremmer pubblica ogni gennaio i Top Risks: una “pagella” dell’anno con i principali shock plausibili, dal sistema internazionale (G-Zero) al comportamento dei grandi attori. È utile per gerarchizzare priorità e vulnerabilità. Rischio: la fotografia di inizio anno può invecchiare in fretta se non viene aggiornata.

3) La scuola dei superforecaster. L’approccio probabilistico e verificabile dei tornei di Tetlock, dove contano la calibrazione (quanto le percentuali rispettano la realtà) e l’aggiornamento continuo. Pregio: trasparenza e confronto oggettivo. Rischio: focalizzarsi su domande molto circoscritte (misurabili) e perdere la “grana grossa” del quadro geopoliti

Nessun metodo è onnipotente. L’ideale per chi legge è una dieta mista: mappa per capire, rischi per priorizzare, probabilità per soppesare e verificare.

Due voci italiane, due stili editoriali

Lucio Caracciolo / Limes. Progetto editoriale e didattico (anche con la Scuola di Limes) che, dal 1993, ha portato la geopolitica al grande pubblico italiano: numeri monografici, cartine, festival, rubriche quotidiane. Il focus è strutturale: geografia, interessi nazionali, storia lunga.

Dario Fabbri / Domino. Rivista e scuola nate di recente, con una cifra narrativa più “filmica”: nessi causa-effetto, catene di eventi, effetto domino. Anche qui c’è un metodo: ricostruire la logica degli attori, con attenzione ai vincoli e alle opportunità della potenza americana.

Metodi diversi, utilità complementari. La vera domanda, per il lettore, è: quanta verificabilità trovo? Il lavoro migliore lascia tracce: date, range di probabilità, condizioni al contorno.

Trump 2025 come stress test delle analisi

Se c’è un banco di prova per la previsione recente, è il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca (20 gennaio 2025) e l’accelerazione impressa alla politica commerciale e all’ordine internazionale. Qui i tre approcci hanno dato strumenti distinti:

  • La scuola dei rischi l’aveva messo tra i dossier centrali: “G-Zero che vince”, “Rule of Don”, “Trumponomics” e rottura USA-Cina tra i Top Risks 2025. Traduzione: più volatilità, più personalizzazione del processo decisionale, più tariffe come leva politica.

  • La scuola delle mappe ha letto l’America come isola-continente con ampie autonomie energetiche e manifatturiere: dunque margine di sganciamento dalle filiere globali e riposizionamento più aggressivo. (Limes 3/25: “America contro Europa”).

  • La scuola probabilistica ha colto bene il passo-passo: alzata di dazi, loro entità, tempi di implementazione — perché si tratta di eventi misurabili e con scadenze ravvicinate, perfetti per domande “chiuse”.

I fatti, intanto, hanno dato materia su cui verificare: tariffa di base del 10% su tutte le importazioni, con aliquote più alte per molti partner (“regime reciproco”), shock nei mercati e catene del valore sotto stress. L’effetto politico? Un mondo ancor più competitivo, meno cooperativo, e un’Europa costretta a ripensare difesa e industria.

Per approfondire il sentimento di “fine della globalizzazione come la conoscevamo”, utili i lavori e i podcast di Gideon Rachman al Financial Times, che hanno accompagnato (e messo in prospettiva storica) il cambio di fase.

Dove gli analisti hanno visto giusto (e dove no)

Giusto quando hanno lavorato per condizioni, non per slogan:

  • prevedere direzione e forchetta (“più tariffe, tra 10 e 20%”) è più serio che scommettere su un singolo numero;

  • legare i rischi a meccanismi strutturali (geografia, istituzioni, incentivi economici) aiuta a non cambiare idea ogni settimana;

  • dichiarare range temporali e trigger (che cosa deve accadere prima) rende onesti i bilanci. eurasiagroup.net

Meno convincente quando la narrazione si fa monocorde: la mappa che spiega tutto, la categoria che spiega tutto, l’America che spiega tutto. Qui la letteratura empirica mette in guardia: gli “esperti istrici” (un’idea grande che piega il mondo) sono meno accurati delle “volpi” che integrano fonti diverse e aggiornano spesso. Vale in Italia, vale fuori. The New Yorker

La “pagella” di Canale Cultura (strumento per lettori esigenti)

Quando ascoltate una previsione, provate a segnarvi questi quattro criteri:

  1. Falsificabilità. È chiaro cosa dovrebbe accadere per dire che l’analista ha sbagliato?

  2. Orizzonte temporale. C’è una data entro cui la previsione scade?

  3. Probabilità dichiarata. È espressa con una percentuale o, almeno, con una forchetta?

  4. Aggiornamento. L’analista rivede le stime alla luce dei fatti? Lo dice esplicitamente?

Se mancano sempre (o quasi), siete davanti a intrattenimento intelligente — interessante, ma non a previsione valutabile. Questo è esattamente ciò che i tornei di previsione di Tetlock hanno provato a correggere, con punteggi (Brier) e classifiche di accuratezza.

Italia, pubblico adulto: come usare bene gli analisti

Un consiglio di “igiene informativa”:

  • Dieta mista (mappe + rischi + probabilità).

  • Due voci in disaccordo su ogni grande tema (vi obbliga a pesare gli argomenti, non gli oratori).

  • Notebook delle previsioni: segnatevi 3 cose verificabili per trimestre (tariffa X? elezione Y? tregua Z?) e il perché secondo ciascun analista. Fra sei mesi, fate il bilancio. È un esercizio che trasforma un talk in apprendimento.

Coda: cinque domande per i nostri lettori (da verificare insieme)

Vi proponiamo 5 micro-previsioni da 0% a 100% (risposte nei commenti o via mail). Tra 6 e 12 mesi, pubblicheremo la classifica dei lettori più accurati.

  1. Entro il 31 marzo 2026, l’UE adotterà contromisure tariffarie settoriali contro gli USA legate al nuovo regime di dazi? (0–100%).

  2. Entro giugno 2026, la tariffa base USA del 10% resterà invariata? (0–100%).

  3. Entro fine 2025, la Cina annuncerà un pacchetto di ritorsioni specifiche su un settore UE o USA con impatto >10 mld $ annui? (0–100%).

  4. Entro dicembre 2025, un governo del G7 avvierà investimenti pubblici straordinari (≥0,5% PIL) per reshoring in risposta alle tariffe USA? (0–100%).

  5. Entro marzo 2026, un grande social/platform adotterà etichette obbligatorie (policy globale) per contenuti AI-generati in ambito politico? (0–100%).

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Con questo articolo contribuiamo alla Terza pagina di Canale Cultura: lo spazio dedicato alle idee e alle riflessioni che fanno crescere, sulla scia della tradizione culturale dei grandi quotidiani italiani.