I social media stanno finendo. O forse stanno solo diventando irriconoscibili
17 Maggio 2026
Zofia Rydet
17 Maggio 2026
Il Racconto del sabato · 17 Maggio 2026 · ⏱ 9 min · ~1881 parole

Io non dovevo essere lì.

E quando dico “lì”, non intendo in senso filosofico, come quando uno si sveglia la mattina e si domanda perché sia nato in un Paese dove per rinnovare la carta d’identità elettronica bisogna prendere appuntamento tre mesi prima.

Intendo proprio lì.

Su Air Force One.

Seduto accanto a un finestrino, con un caffè americano davanti — che è già una piccola offesa alla civiltà mediterranea — un taccuino sulle ginocchia e un funzionario del Dipartimento del Commercio che mi spiegava i dazi come se fossero una variante aggressiva dell’IMU.

Il disguido, naturalmente, era cominciato in Italia.

Da noi i grandi errori non esplodono. Maturano. Fanno anticamera. Passano da un ufficio all’altro. Ricevono un timbro. Poi diventano irreversibili.

Tutto era nato da un accredito stampa compilato in fretta, durante una conferenza internazionale a Roma. Io ero lì per fare quello che faccio sempre: osservare, prendere appunti, cercare un caffè decente e non farmi coinvolgere in nulla che prevedesse un badge plastificato.

Sul tavolo degli accrediti c’erano tre file.

Una per la stampa.

Una per le delegazioni.

Una per quelli che sembravano sapere dove andare.

Io, ovviamente, scelsi la terza.

Fu il primo errore.

Il secondo fu rispondere “sì” quando una giovane assistente americana mi chiese:

«Professor Woody?»

Io avrei potuto dire: “Dipende da quale Woody”.

Avrei potuto dire: “Non sono professore”.

Avrei potuto dire: “Signorina, guardi che io sono soltanto un uomo con una sciarpa, un taccuino e un rapporto problematico con la realtà”.

Invece dissi:

«Presente.»

In Italia, “presente” è una parola pericolosa. La dici a scuola, dal medico, in comune, al funerale di uno zio. E ogni volta qualcuno ti assegna un destino.

Mi misero al collo un badge.

Lessi.

European Advisor — Comparative Anxiety

Rimasi immobile.

«Scusi», dissi all’assistente. «Qui c’è scritto che sarei un consulente europeo in ansia comparata.»

Lei sorrise.

«Yes. Very important topic.»

«Non lo metto in dubbio. È praticamente la mia autobiografia. Ma non sapevo fosse una disciplina.»

«The delegation asked for experts.»

«E io sarei un esperto?»

«You are on the list.»

Ecco un’altra grande verità del nostro tempo: se sei su una lista, esisti. Se non sei su una lista, puoi anche aver scritto la Divina Commedia, ma per il sistema sei un passante con pretese eccessive.

Io provai a spiegare.

«Guardi, temo ci sia un equivoco.»

«Anxiety?»

«Sì. Ma non comparata. Direi personale, artigianale, a chilometro zero.»

Lei annuì, prendendo appunti.

«Excellent. Very authentic.»

Da quel momento smisi di oppormi.

Anche perché, lo confesso, “consulente in ansia comparata” aveva una sua dignità. Sembrava una di quelle professioni nate in un’università del Nord Europa dopo una riunione troppo lunga: inutile, costosissima, ma impossibile da contestare senza sembrare culturalmente arretrati.

«Lei viaggia con la delegazione?», mi chiese un addetto.

«Io di solito viaggio con un trolley difettoso e un leggero senso di colpa.»

Lui rise.

Non aveva capito.

E questa, nella diplomazia internazionale, è spesso la premessa di un accordo.

Così, attraverso una serie di passaggi che ancora oggi non saprei ricostruire senza l’aiuto di una commissione parlamentare, mi ritrovai prima in una saletta riservata, poi su un pulmino nero, poi su una pista aeroportuale, poi davanti alla scaletta dell’aereo più sorvegliato del mondo.

Air Force One.

A quel punto avrei potuto fermarmi.

Avrei potuto dire: “Scusate, c’è stato un equivoco”.

Avrei potuto invocare il buon senso, la prudenza, la questura, mia madre.

Ma un agente della sicurezza mi guardò il badge, fece un cenno e disse:

«Welcome aboard, professor.»

E io salii.

Perché nella vita ci sono momenti in cui l’uomo capisce che la Storia non bussa alla porta.

Ti strappa il biglietto, controlla il passaporto e ti assegna un posto vicino al finestrino.

L’interno di Air Force One non somigliava a un aereo. Somigliava a Palazzo Chigi se Palazzo Chigi sapesse decollare. C’erano moquette, telefoni, salottini, uomini in giacca scura e quel silenzio operativo tipico dei luoghi dove tutti sembrano impegnati a evitare che il mondo finisca prima di pranzo.

Io mi sedetti al mio posto e aprii il taccuino.

Scrissi:

“Nota preliminare: l’Impero ha sedili più comodi di Trenitalia.”

Poi arrivò Trump.

Non entrò davvero. Occupò la cabina, come certe persone occupano una conversazione anche quando stanno cercando soltanto lo zucchero.

Parlava con due consiglieri, indicando una cartellina.

«Cina. Dazi. Tecnologia. Agricoltura. Faremo un grande accordo. Un accordo bellissimo. Tutti diranno che è bellissimo.»

Poi si fermò.

Mi vide.

Aggrottò gli occhi.

Io abbassai lentamente la penna.

Lui mi indicò.

«Io la conosco.»

Sentii il sangue italiano trasformarsi in burocrazia.

«Non credo, signor presidente.»

«Sì, sì. Lei è quello delle domande.»

Ecco.

Il passato, quando vuole vendicarsi, ha sempre un’ottima memoria.

In effetti era già successo.

Qualche anno prima, durante un incontro con la stampa estera, io avevo avuto l’imprudenza di fargli una domanda. Una domanda semplice, come sono semplici i cerini vicino alla benzina.

Gli avevo chiesto se un leader che divide il proprio Paese per governarlo meglio non finisca, prima o poi, per governare soltanto le macerie.

Trump allora mi aveva fissato per qualche secondo, poi aveva risposto qualcosa sui sondaggi, sui nemici del popolo, sulla grandezza dell’America e su un giornale che, a suo dire, non vendeva più copie nemmeno regalando tostapane.

Io avevo preso appunti.

Lui, evidentemente, anche.

«Lei», disse adesso, puntandomi il dito addosso, «mi fece una domanda molto scorretta.»

«Preferisco pensare che fosse una domanda con un forte senso dell’orientamento.»

«Era una trappola.»

«No, signor presidente. Le trappole nascondono il buco. Le domande, quando sono oneste, lo indicano.»

Trump guardò il mio badge.

«Comparative Anxiety», lesse.

Poi mi fissò.

«Che sarebbe?»

Io mi sistemai la sciarpa.

«Una disciplina nuova. Studia le diverse forme di panico collettivo nelle democrazie mature, immature e leggermente scadute.»

Un consigliere tossì.

Un altro guardò fuori dal finestrino, come se improvvisamente le nuvole fossero diventate costituzionali.

Trump strinse gli occhi.

«E lei sarebbe un esperto?»

«No. Sono italiano. È diverso. Noi l’ansia politica non la studiamo: ci cresciamo dentro. La respiriamo a colazione, la paghiamo a rate, la discutiamo dal barbiere e la votiamo ogni cinque anni sperando che almeno cambi pettinatura.»

Trump rimase un istante in silenzio.

Poi sorrise.

Non un sorriso allegro.

Un sorriso da pugile che ha appena riconosciuto un avversario piccolo, occhialuto, ma fastidiosamente ancora in piedi.

«Bene», disse. «Allora, professor Ansia Comparata, questa volta mi faccia una domanda buona.»

Io guardai il caffè americano.

Poi il taccuino.

Poi le nuvole.

E pensai che, in fondo, se uno deve precipitare, tanto vale farlo con una frase dignitosa.

«Partiamo dai dazi», dissi. «Lei li presenta come una protezione. Ma quando si alzano i muri economici, chi paga davvero il conto? Il concorrente straniero o il cittadino che trova tutto più caro?»

Trump allargò le braccia.

«I dazi sono forza. Sono rispetto. La Cina capisce la forza.»

«Capisce anche la contabilità, immagino.»

Lui socchiuse gli occhi.

«Lei è molto spiritoso.»

«No, signor presidente. Sono solo preoccupato. È diverso. Lo spirito è quando uno capisce la tragedia in tempo per farci una battuta.»

Un consigliere fece un passo avanti.

Trump lo fermò con un gesto.

«Lasciatelo parlare. Mi diverte.»

Non era vero.

Però lo disse.

E questo, in politica, spesso basta.

Io voltai pagina.

«Poi c’è la democrazia.»

A quella parola vidi tre persone irrigidirsi. Un avvocato abbassò gli occhi. Un generale guardò il soffitto. Un addetto stampa prese mentalmente appunti per smentire una frase non ancora pronunciata.

«La democrazia è il popolo», disse Trump. «Io parlo al popolo.»

«Sì. Ma il popolo non è un pubblico televisivo. Non basta tenerlo incollato allo schermo. Bisogna anche lasciarlo respirare quando non applaude.»

Trump sorrise.

«Io vinco perché la gente mi ama.»

«Anche certi imperatori erano molto amati. Soprattutto nelle monete.»

Un altro silenzio.

Questa volta più lungo.

Io continuai, ormai fatalista.

«E i suoi alleati? Quelli che alzano la voce contro i giudici, contro i giornali, contro le università, contro gli avversari trattati come nemici interni. È tutto patriottismo? O è solo paura con una bandiera sopra?»

Trump cambiò posizione. Le sue mani, che prima disegnavano nell’aria grandi mappe invisibili, si fermarono.

«I miei alleati difendono il Paese.»

«Da chi?»

«Da chi lo vuole distruggere.»

«E chi decide chi vuole distruggerlo?»

«Il popolo.»

«O chi dice di parlare in nome del popolo?»

A quel punto l’aereo sembrò inclinarsi appena. Forse una turbolenza. Forse la Storia che, ogni tanto, perde quota.

Trump mi indicò con un dito.

«Lei fa domande semplici.»

«È l’unica arma che mi posso permettere.»

«Le domande semplici sono trappole.»

«No. Sono specchi. Le trappole hanno bisogno di inganno. Gli specchi no.»

Lui rise. Una risata breve, metallica.

«Lei crede che governare sia facile? Crede che basti essere gentili? Il mondo non è un seminario universitario. Ci sono nemici. Interessi. Confini. Soldi. Potere. Se non spingi, ti spingono. Se non colpisci, ti colpiscono.»

«Questo lo capisco», dissi. «Ma allora perché chiamarlo grandezza? Chiamiamolo paura. Paura ben vestita, magari. Paura con jet privato. Paura con inno nazionale. Però paura.»

Gli uomini intorno a lui non respiravano più.

Trump mi fissò.

«Lei pensa di essere migliore di me?»

La domanda mi sorprese.

Guardai il mio taccuino. Guardai il bicchiere d’acqua. Guardai il finestrino, dove le nuvole scorrevano lente come se non sapessero nulla degli uomini.

«No», dissi. «Penso solo che chi ha molto potere dovrebbe avere meno alibi.»

Per la prima volta, Trump non rispose subito.

E in quel vuoto accadde una cosa strana.

Il rumore dei motori cambiò tono.

La cabina si allungò. I sedili diventarono più lontani. Le luci sopra di noi presero il colore giallastro dei bar al mattino. I consiglieri sfumarono, come figure viste attraverso il vapore. Il presidente continuava a muovere la bocca, ma non usciva più alcun suono.

Poi sentii una voce.

«Signore?»

Aprii gli occhi.

Davanti a me non c’era Trump.

C’era un cameriere.

Non ero su Air Force One.

Ero seduto a un tavolino, in un caffè di Milano, con il Duomo sullo sfondo, una tazzina vuota davanti e il mio taccuino aperto.

Fuori pioveva.

Sul foglio avevo scritto una frase sola:

“Il potere sogna sempre di essere necessario. Il cittadino, quando è sveglio, deve ricordargli che non è innocente.”

Il cameriere mi guardò.

«Tutto bene?»

Io chiusi il taccuino.

«Non saprei», dissi. «Ho appena fatto un viaggio diplomatico senza passaporto.»

Lui annuì come se a Milano, prima delle undici, ne avesse già sentite di peggiori.

«Le porto un altro caffè?»

Guardai la tazzina.

Guardai la pioggia.

Guardai il mondo, che fuori dal sogno continuava a somigliare moltissimo al sogno.

«Sì», dissi. «Ma stavolta senza geopolitica.»

Il cameriere sorrise.

Io presi la penna e aggiunsi, in fondo alla pagina:

“Mi ero svegliato. Il problema era capire se anche gli altri avrebbero fatto lo stesso.”

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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