La poesia è sempre politica
27 Novembre 2025
Guerra e pace
30 Novembre 2025
Il Racconto del sabato · 29 Novembre 2025 · ⏱ 4 min · ~774 parole

Io lo sapevo che prima o poi una sciocchezza del passato sarebbe tornata a mordermi.
Non mi aspettavo però che arrivasse con il timbro dell’Agenzia Spaziale Europea.


Era un pomeriggio qualunque: pioggia fine, termos del tè mezzo freddo, la posta sparsa sul tavolo come carte da poker di un giocatore stanco. Pubblicità, bollette, pubblicità, bollette, un volantino di una palestra dove promettono di “trasformarmi in un super-io”… e poi quella busta bianca, pulita, rigida.
La apro pensando a una multa.
Invece leggo: “Gentile signor Woody, siamo lieti di informarLa che è stato selezionato per la missione Artemis-Europa come membro civile dell’equipaggio…”.
Io ho riletto la frase almeno quattro volte perché gentile, Woody e missione non li avevo mai visti nella stessa riga.
Poi, più sotto:
“Avendo aderito volontariamente al programma ‘Un cittadino sulla Luna’ nell’anno…”
Mi è caduto il foglio.
Anno 2004.
La festa di beneficenza del comune.
Il gazebo blu.
Il modulo di partecipazione che ho compilato “per gioco”, mentre un amico mi diceva: “Dai, è una riffa, cosa vuoi che succeda?”.
Ecco cosa succede.


Il giorno dell’appuntamento, nell’ufficio dell’Agenzia, ero seduto tra ragazzi molto più giovani, tutti atletici, bocche strette, asciutti come gente che mangia legumi e corre all’alba.
Io avevo la sciarpa.
Ho sempre la sciarpa.
Uno del gruppo mi guarda e mi fa:
“Lei da quanto tempo si allena?”
Io: “A cosa?”
Non hanno riso.
Neanche io.
Mi portano a fare delle prove, tipo camminare su un tapis roulant inclinato, con un imbrago che mi tirava in su come se fossi una gallina allo spiedo.
Ogni tanto l’istruttore diceva:
“Signor Woody, non pensi al peso, pensi al gesto”.
Che è difficile, quando il gesto è evitare di svenire.
Poi arriva il momento della tuta spaziale.
La guardo appesa: sembra un frigorifero con le maniche.
Mi dicevano: “Provi a infilare le gambe”.
Io: “Se riuscite voi, vi offro la cena”.
Alla fine entrano due tecnici e, con la pazienza di chi ripiega mappe stradali, mi sistemano dentro.
Non respiravo.
Ma per un attimo mi sono guardato allo specchio: io, Woody, ai bordi della terza età, dentro la tuta di un astronauta.
Sembravo un origami gonfiato male.
Però… una parte di me ha sorriso.
Quella parte che, evidentemente, aveva firmato la stupidissima iscrizione nel 2004.


Il decollo.
Non so se hai presente quando la vita ti tira una spallata così forte da farti dimenticare chi eri tre secondi prima.
Ecco, il razzo era quella spallata.
E io, seduto con le cinghie strette al petto, guardavo i miei compagni di missione.
Loro concentratissimi.
Io che pensavo:
“Ho chiuso il gas?”
“Ho messo le bollette nel cassetto giusto?”
“Se muoio, chi cancella i miei cookie del browser?”
Poi il boato.
La spinta.
Il mondo che si stacca.
E la Terra sotto, che diventa una palla di vetro, una biglia, un riflesso.
La prima frase che ho detto nello spazio non è stata storica.
Ho sussurrato:
“Non credevo sarebbe toccato davvero a me”.


Sulla Luna l’aria non c’è.
La luce sì.
Una luce che non perdona, che ti taglia come una riga d’inchiostro.
Quando ho messo piede giù dalla scaletta, il mio stivale ha fatto pof nella polvere.
Un suono secco, infantile, come quando affondi il piede nella farina.
Tutto era silenzio.
Gli altri erano impegnati a piantare strumenti, antenne, apparecchi.
Io no.
Io ho guardato la Terra.
Una sfera lontana, azzurra, inquieta, bellissima come una vecchia fotografia che non avresti mai pensato di ritrovare.
E in quel momento, per la prima volta in una vita intera, ho avuto una certezza limpida:
non importa quante sciocchezze fai da giovane, quante firme metti senza pensarci, quante volte ti sembra di arrivare tardi.
C’è sempre un viaggio che ti aspetta.
Un viaggio assurdo, inutile, meraviglioso.
E a volte la cosa più coraggiosa che puoi fare è non scappare quando tocca a te.
Ho lasciato sulla Luna un’impronta piccola.
Non farà storia.
Non salverà nessuno.
Non cambierà niente.
Ma per un attimo, in quel silenzio assoluto, ho pensato:
“Woody, ce l’hai fatta. Sei arrivato dove non volevi andare, come sempre. Ma stavolta… era il posto giusto.”
E ho riso dentro il casco.

Armando

Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

——————————————-