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Il Racconto del sabato · 11 Luglio 2026 · ⏱ 6 min · ~1152 parole

Prima puntata — La partenza

La Renault 4 rossa era parcheggiata sotto il grande albero del cortile e aveva già l’aria di rimproverarmi.

La osservavo dalla finestra della cucina da almeno venti minuti, fingendo di bere il caffè. Lei, invece, sembrava pronta. Aveva due piccoli adesivi di Canale Cultura sulle portiere, una valigia legata sul portapacchi e un’antenna che tendeva leggermente verso sinistra, come se sapesse già da quale parte avremmo sbagliato strada.

Avevo deciso di attraversare l’Italia.

Non tutta, naturalmente. Dire “attraversare l’Italia” rendeva il progetto più autorevole. In realtà avevo preparato un itinerario di poche settimane, con musei minori, archivi dimenticati, vecchi cinema, abbazie, case di scrittori e persone che conservavano storie senza sapere bene che cosa farsene.

L’idea era semplice: partire ogni sabato, raggiungere un luogo e raccontarlo.

Avevo chiamato il progetto L’Italia in quarta.

La quarta era quella della Renault, anche se non ero affatto sicuro che entrasse ancora con facilità.

La casa da cui partivo si trova sulle colline fra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta. È una vecchia casa di famiglia, costruita e modificata in epoche diverse, come accade alle case che nessuno ha mai avuto il coraggio di rifare completamente. Una stanza è più fredda delle altre. Una porta non si chiude. Il pavimento del corridoio scricchiola sempre nello stesso punto, anche quando non passa nessuno.

Lì sono nato.

E lì torno ogni estate, con la sensazione che la casa sia rimasta al suo posto per controllare che io non abbia combinato troppi guai durante l’inverno.

Nella sala ci sono mobili che non avrei mai comprato e che non riuscirei mai a buttare. Fotografie di persone di cui conosco il nome ma non la voce. Un orologio che va avanti di sette minuti da almeno quarant’anni. Libri lasciati da mio padre, carte, scatole, piccoli oggetti che sembrano inutili fino al momento in cui qualcuno prova a portarli via.

Forse il viaggio cominciava proprio da lì.

Non dalla strada, ma dalla casa.

Avevo sistemato tutto sul tavolo della cucina: macchina fotografica, registratore, microfoni, taccuini, una cartina stradale d’Italia, due paia di occhiali, tre caricabatterie incompatibili e un libro sui monasteri benedettini che pesava più della ruota di scorta.

Continuavo ad aggiungere oggetti.

La partenza, a una certa età, consiste soprattutto nel trovare buone ragioni per rimandarla.

Aprii un cassetto per cercare una torcia e trovai una fotografia. Ritraeva mio nonno davanti alla stessa casa. Era molto giovane, diritto, quasi severo. Dietro di lui si vedeva una bicicletta. Sul muro, una vite appena piantata.

Quella vite esisteva ancora. Aveva conquistato metà della facciata.

Mi domandai se mio nonno avesse mai immaginato che un giorno un suo nipote sarebbe partito da lì con una Renault 4 rossa trasformata in una specie di televisione ambulante.

Probabilmente no.

Probabilmente avrebbe chiesto chi aveva pagato la benzina.

Uscii in cortile con la fotografia in mano.

La Renault era stata costruita quando le automobili avevano ancora un rapporto personale con chi le guidava. Non obbedivano. Collaboravano, quando erano dell’umore giusto.

Aprii il bagagliaio.

Era già pieno.

Lo richiusi.

Non si chiuse.

Lo riaprii, spostai una borsa, tolsi il libro sui benedettini, lo rimisi, aggiunsi una corda e ottenni una soluzione provvisoria che, nelle vecchie case e nelle vecchie automobili, è spesso la forma più stabile della perfezione.

Prima di partire feci un ultimo giro nelle stanze.

Non c’era nulla da controllare, ma controllai tutto.

Le finestre. Il gas. Il rubinetto. La porta del solaio. L’orologio avanti di sette minuti.

In camera da letto lasciai aperte le imposte. Da lì, nelle giornate limpide, si intravede un pezzo di lago. Non si capisce mai bene quale dei due. Forse è per questo che da bambino pensavo che il Lago Maggiore e il Lago d’Orta fossero lo stesso lago, diviso in due per qualche vecchia lite di famiglia.

Tornai in cortile.

Misi in moto.

La Renault tossì.

Poi tacque.

Provai ancora.

Tossì di nuovo, questa volta con maggiore convinzione.

Alla terza accensione il motore partì, producendo un rumore che non suggeriva affidabilità, ma nemmeno un rifiuto definitivo.

Salii.

Sul sedile accanto avevo sistemato la cartina, il taccuino e la fotografia di mio nonno.

La prima destinazione era un piccolo museo, a meno di cento chilometri. Avevo concordato un incontro con il custode, preparato alcune domande e calcolato il tempo necessario per arrivare.

Naturalmente, dopo sette chilometri, sbagliai strada.

Non fu colpa mia.

La cartina indicava una deviazione che probabilmente esisteva nel 1986. Il navigatore del telefono, invece, continuava a invitarmi a fare inversione in punti dove sarebbe stato difficile farla anche con una bicicletta.

Mi ritrovai su una strada secondaria, stretta fra boschi e vecchi muri di pietra.

Procedevo lentamente. Non per scelta culturale, ma perché la Renault, in salita, sembrava voler riflettere.

Fu allora che vidi il cartello.

Era piccolo, scolorito, quasi coperto dall’edera.

Diceva:

ARCHIVIO FOTOGRAFICO — APERTO

Non avevo mai sentito parlare di quell’archivio.

Non era previsto.

Non compariva nei miei appunti.

Il museo mi aspettava tra meno di un’ora.

Mi fermai.

La Renault si spense da sola, come se la decisione fosse già stata presa.

Scesi e seguii una stradina che conduceva a una casa bassa, con le persiane verdi. Sulla porta c’era un uomo anziano. Mi guardò, poi guardò la macchina.

«È vostra?» chiese.

«Temporaneamente.»

«Bella.»

«Dipende dai momenti.»

L’uomo indicò l’insegna sulla portiera.

«Canale Cultura. Fate televisione?»

Esitai.

«Ci proviamo.»

Mi fece entrare.

Dentro c’erano migliaia di fotografie: famiglie davanti alle case, operai all’uscita dalle fabbriche, bambini in grembiule, processioni, matrimoni, squadre di calcio, soldati in licenza, donne sedute accanto a finestre che non esistevano più.

Il museo saltò.

L’intervista saltò.

Il programma saltò.

Passai il pomeriggio ad ascoltare quell’uomo, che conosceva il nome di quasi tutte le persone ritratte. Ogni fotografia apriva una storia. Ogni storia conduceva a un’altra casa, a una fabbrica chiusa, a un figlio emigrato, a un ritorno mai avvenuto.

Quando uscii, il sole era già basso.

La Renault 4 mi aspettava sulla strada.

Avevo percorso meno di dieci chilometri e avevo già mancato la prima destinazione.

Mi sedetti al volante.

Guardai la fotografia di mio nonno.

Forse era quello il viaggio.

Non andare dove avevo deciso, ma fermarmi dove qualcuno aveva lasciato una traccia.

Misi in moto.

Questa volta la Renault partì al primo colpo.

Come se volesse farmi capire che il programma culturale, da quel momento, lo decideva lei.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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