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Il Racconto del sabato · 6 Giugno 2026 · ⏱ 10 min · ~2103 parole

Non so bene perché avessi detto di sì.

Di solito, quando qualcuno mi propone un’attività di volontariato, io rispondo con prudenza. Non per mancanza di cuore. Il cuore ce l’ho. È il resto dell’organizzazione interna che dà segni di cedimento.

Mi avevano chiesto:

“Woody, verresti il 2 giugno in comunità a parlare ai ragazzi della Festa della Repubblica?”

Io avevo detto:

“Certo.”

Poi avevo aggiunto:

“Ma siete sicuri che la Repubblica abbia bisogno proprio di me? È sopravvissuta alla monarchia, alla guerra fredda, ai governi balneari e ai talk show del martedì sera. Non vorrei essere io il colpo finale.”

Mi dissero che sarebbe stato semplice.

Quando qualcuno dice “sarà semplice”, io cerco subito l’uscita di sicurezza.

La comunità era in periferia. Un edificio basso, con un giardino un po’ spelacchiato e una sala comune arredata con quel gusto sobrio delle istituzioni educative: sedie robuste, tavoli resistenti, piante che avevano visto cose.

Arrivai con una borsa piena di appunti, una bandierina tricolore e una crostata che avevo comprato al volo fingendo che fosse una scelta simbolica. Verde, bianca e rossa non era. Diciamo che rappresentava il Paese in una fase di transizione cromatica.

I ragazzi erano già lì.

Una quindicina. Alcuni seduti male, altri in piedi, due sdraiati quasi per protesta costituzionale. Vicino alla finestra c’era una ragazza con i capelli raccolti, le braccia conserte e l’espressione di chi ha già bocciato l’oratore prima ancora che lui abbia trovato il microfono.

Non c’era microfono.

Meglio così. La mia autostima amplificata è pericolosa.

Il responsabile della struttura mi presentò.

“Ragazzi, oggi Woody ci parlerà del 2 giugno.”

Silenzio.

Uno chiese:

“Dura tanto?”

Risposi:

“Dipende da voi.”

Lui sospirò.

“Quindi dura tanto.”

Una ragazza disse:

“Se è politica, io esco.”

“Non è politica,” dissi.

Mi guardò.

“È il 2 giugno.”

“Appunto. È storia.”

“Peggio.”

Aveva un punto. La storia, se spiegata male, è la politica morta che torna a chiederti interrogazioni.

Mi schiarii la voce.

“Ragazzi, il 2 giugno del 1946 il popolo italiano fu chiamato a scegliere tra monarchia e Repubblica…”

Dopo dodici parole avevo perso la sala.

Uno guardava il telefono. Un altro il soffitto. La ragazza alla finestra guardava me come si guarda un prodotto scaduto lasciato per errore nel frigorifero.

Allora chiusi la cartellina.

“Va bene,” dissi. “Ho sbagliato ingresso.”

Qualcuno alzò gli occhi.

“Nel senso che se ne va?” chiese un ragazzo.

“No. Nel senso che ricomincio. Purtroppo per voi, sono un uomo pieno di seconde possibilità. La mia vita sentimentale lo conferma.”

Nessuno rise.

Poi uno rise.

Poi un altro.

Non era molto. Ma nella divulgazione civile bisogna sapersi accontentare. Anche la Repubblica, all’inizio, non ottenne l’unanimità.

Mi sedetti sul bordo del tavolo.

“Immaginate un Paese rotto. Non rotto come quando cade il telefono e speri che sia solo la pellicola. Rotto davvero. Case distrutte. Famiglie distrutte. Città ferite. Gente che torna dalla guerra e non sa più dove mettere il dolore. Gente che non torna affatto. E in mezzo a tutto questo, invece di dire ‘decidano i soliti’, a un certo punto si dice: votiamo.”

“Per mandare via il re?” chiese uno.

“Per scegliere se tenerlo o no. Da una parte la monarchia: una specie di abbonamento dinastico con rinnovo automatico. Nasci nella famiglia giusta e ti ritrovi un Paese in gestione. Dall’altra la Repubblica: sistema più faticoso, più litigioso, spesso più rumoroso, nel quale almeno in teoria nessuno comanda perché ha il cognome giusto.”

“E ha vinto la Repubblica?”

“Sì.”

“Di tanto?”

“Non abbastanza da rendere felici tutti. Ma abbastanza da cambiare la storia.”

La ragazza alla finestra intervenne.

“E le donne?”

Lo disse in modo secco. Non come una domanda scolastica. Più come una verifica.

Io annuii.

“Ecco. Questa è la parte più importante. Il 2 giugno 1946 le donne votarono per la prima volta in una consultazione politica nazionale. Prima erano italiane, certo. Lavoravano, crescevano figli, tenevano insieme case, famiglie, pezzi di Paese. Avevano attraversato la guerra, la fame, la paura. Ma quando si trattava di decidere politicamente, ufficialmente, contavano meno. Quel giorno no. Quel giorno entrarono nel seggio come cittadine.”

Lei mi fissò.

“Cittadine è una parola brutta.”

“Verissimo. Non seduce. Non fa venire voglia di scrivere una canzone. Nessuno dice ‘amore mio, sei la mia cittadina’. Però è una parola che raddrizza la schiena.”

“Che vuol dire?”

“Vuol dire che qualcuno ti guarda e non ti dice: tu stai zitta, tu aspetta, tu sei troppo giovane, troppo donna, troppo fragile, troppo sbagliata, troppo complicata. Ti dice: tu conti. La tua testa conta. La tua scelta conta.”

Lei masticò piano la gomma.

“Bello. E poi?”

“Poi gli uomini hanno continuato per anni a spiegare alle donne come usare la libertà. Siamo fatti così. Quando perdiamo un privilegio, ci mettiamo subito a scrivere il manuale d’istruzioni per far credere che era un servizio pubblico.”

Questa volta risero.

Anche lei. Poco. Ma rise.

Il che, per una ragazza che mi aveva già archiviato come incidente educativo, era quasi un plebiscito.

Un ragazzo con il cappuccio tirato su disse:

“Ma cosa c’entra con noi?”

Eccola.

La domanda vera.

Non “che cos’è la Repubblica?”. Non “chi era il re?”. Non “quando votarono le donne?”. La domanda era: perché dovrei ascoltare? Perché dovrebbe riguardarmi? Perché questa cosa vecchia, con le schede e le urne e i nomi sui libri, dovrebbe entrare qui dentro, in questa stanza, dove ognuno ha i suoi guai e cerca di non mostrarli troppo?

Presi la bandierina.

La guardai.

“C’entra perché la Repubblica non è nata in un salotto elegante. Non è nata da un Paese ordinato, soddisfatto, perfetto. È nata da un Paese ferito. Da gente che aveva perso tutto o quasi. Da persone che avevano paura, rabbia, vergogna, fame, ricordi brutti. Eppure quel Paese decise che nessuno doveva più essere suddito.”

“Suddito tipo del re?” chiese uno.

“Anche. Ma non solo. Si può essere sudditi di un re. Di una famiglia. Di un uomo violento. Di una dipendenza. Di un errore fatto a sedici anni. Di una diagnosi. Di un’etichetta. Di una frase che ti hanno appiccicato addosso e non se ne va più.”

Nella sala calò un silenzio diverso.

Non quello annoiato dell’inizio. Un silenzio più attento. Più pericoloso. Perché quando i ragazzi difficili ascoltano davvero, bisogna stare molto attenti a non tradirli con una frase falsa.

La ragazza alla finestra abbassò gli occhi. Poi li rialzò.

“Se la Repubblica è così importante,” disse, “perché io sono qui?”

Bella domanda.

Troppo bella.

Io, davanti alle belle domande, di solito cerco un bicchiere d’acqua, un diversivo, un malore diplomatico. Ma lì non potevo.

“Allora,” dissi piano, “la Repubblica non è una bacchetta magica. Non promette che tutto andrà bene. Non cancella il male fatto. Non cancella quello ricevuto. Non trasforma una vita difficile in una pubblicità con il prato verde e la famiglia che ride mangiando biscotti integrali.”

Lei non sorrise.

“Però,” continuai, “la Repubblica, quando è presa sul serio, dice almeno questo: tu non sei soltanto il tuo giorno peggiore.”

La sala rimase ferma.

Io pure.

Mi venne quasi voglia di appuntarmi la frase, prima che il mio cervello tornasse alla normale produzione di ansia e battute difensive.

“Questa l’ha preparata?” chiese lei.

“No. Infatti mi ha sorpreso quanto te.”

Un ragazzo disse:

“Però nella realtà non funziona così.”

“No,” risposi. “Spesso no. Spesso le persone restano incastrate. Nei cognomi, nei quartieri, nei giudizi, nei casini, nelle cose fatte, nelle cose subite. E proprio per questo il 2 giugno serve. Non perché la Repubblica sia perfetta. Ma perché ci ricorda la promessa da controllare.”

“Che promessa?”

“Che nessuno nasce per comandare e nessuno nasce per obbedire. Che una donna non deve chiedere permesso per contare. Che un ragazzo non è finito perché ha sbagliato. Che una comunità civile non dovrebbe chiederti solo: che cosa hai combinato? Dovrebbe chiederti anche: che cosa puoi diventare?”

Mi parve una frase un po’ troppo solenne.

Allora aggiunsi:

“Naturalmente detta così sembra il retro di un volantino comunale. Però il senso è quello.”

Risero di nuovo.

Meno male.

La solennità va usata con moderazione. È come il peperoncino. Un pizzico scalda, troppo rovina il sugo.

A quel punto tirai fuori la crostata.

Fu accolta con la diffidenza che meritava.

“Che gusto è?” chiese una ragazza.

“Gusto Repubblica.”

“Cioè?”

“Un miscuglio complicato, nato dopo un periodo difficile, non sempre riuscito, ma preferibile all’alternativa.”

“L’alternativa era?”

“Non mangiare.”

La mangiarono.

Non perché fosse buona. Perché era lì. Anche molte istituzioni sopravvivono così.

La ragazza della finestra prese un pezzo piccolo.

“Comunque non mi ha convinta.”

“Su cosa?”

“Sulla Repubblica.”

“Non volevo convincerti.”

“Ah no?”

“No. Volevo solo insinuare il dubbio che potesse riguardarti.”

Lei mi guardò male, ma meno male di prima.

Poi indicò la bandierina.

“Posso prenderla?”

“Certo.”

“Non per patriottismo.”

“Figurati. Io non riesco a essere patriottico nemmeno quando gioca la Nazionale. Dopo dieci minuti sto già solidarizzando con il portiere avversario per ragioni psicologiche.”

Lei la prese.

La mise nello zaino.

“Per vedere se funziona,” disse.

Quella frase mi colpì.

Per vedere se funziona.

Non “ci credo”. Non “mi avete illuminata”. Non “da oggi sarò una cittadina esemplare”, che sarebbe stata una frase preoccupante e probabilmente scritta dal Ministero. Solo: per vedere se funziona.

Mi sembrò una grande vittoria.

Non mia, naturalmente. Io avevo solo portato una crostata discutibile e rischiato di assassinare il 2 giugno nei primi tre minuti.

Ma forse era una vittoria della storia quando smette di stare in piedi sul palco e si siede a un tavolo rovinato, vicino a ragazzi che non vogliono prediche, ma magari accettano una domanda.

Finito l’incontro, uscirono quasi tutti in giardino.

Io rimasi nella sala con le briciole, i tovaglioli, la mia cartellina mai aperta e quella sensazione rara di non aver peggiorato il mondo.

La ragazza passò davanti alla finestra. Si fermò vicino a un vaso vuoto, uno di quei vasi tristi in cui anche la terra sembra avere perso fiducia. Tirò fuori la bandierina dallo zaino e la infilò lì dentro.

Non disse nulla.

Neanch’io.

E questo, per me, è già una forma avanzata di maturità democratica.

Pensai che forse la Repubblica comincia davvero così. Non sempre nelle piazze, non sempre nelle parate, non sempre nei discorsi dei presidenti. A volte comincia in un vaso vuoto, in una comunità di periferia, con una ragazza che non vuole farsi convincere ma accetta di fare una prova.

Il 2 giugno, in fondo, non è solo la festa di un ordinamento.

È il giorno in cui un Paese pieno di ferite provò a dirsi una cosa semplice: non vogliamo più essere sudditi. Non vogliamo più che qualcuno nasca già sopra e qualcun altro già sotto. Non vogliamo più che metà del Paese, le donne, resti fuori dalla porta quando si decide il destino di tutti.

Poi, certo, la promessa è stata tradita mille volte.

Ma le promesse tradite non vanno buttate. Vanno riprese in mano, spolverate, rimesse in discussione, perfino prese in giro un po’. Purché non diventino soprammobili.

Mentre me ne andavo, il responsabile mi chiese:

“Allora, com’è andata?”

Guardai il giardino.

La bandierina tremava appena nel vaso vuoto.

“Non lo so,” dissi. “Però nessuno ha lasciato la sala. E una ragazza ha confiscato un simbolo dello Stato per sottoporlo a verifica personale.”

“È positivo?”

“Direi moltissimo. In questo Paese, se tutti verificassero ogni tanto i simboli prima di usarli, avremmo già fatto una rivoluzione pacifica.”

Salii in macchina.

Prima di partire, assaggiai un ultimo pezzo di crostata rimasto nella borsa.

Era pessima.

Ma aveva fatto il suo dovere.

La Repubblica, pensai, dovrebbe essere un po’ così: non sempre bella da vedere, non sempre dolce al punto giusto, a volte piena di difetti evidenti. Però capace, nei giorni migliori, di far sedere allo stesso tavolo chi non si fida, chi ha sbagliato, chi ha paura, chi ride per difendersi, chi non vuole ascoltare e poi, senza dirlo, ascolta.

Misi in moto.

E mi venne da sorridere.

Perché forse il 2 giugno non si spiega davvero.

Si lascia lì.

Come una bandierina in un vaso vuoto.

Poi si aspetta di vedere se attecchisce.

Armando.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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