

Mi avevano invitato a una conferenza per imprenditori in qualità di giornalista.
Non era stata una scelta coraggiosa. Era stata una sostituzione.
Il giornalista ufficiale, quello vero, quello che probabilmente possedeva una giacca blu senza macchie di caffè e un taccuino con il logo di una testata importante, aveva avuto un imprevisto. Così qualcuno, in fondo a una catena di telefonate sempre più disperate, aveva fatto il mio nome.
«È disponibile?»
«Fisicamente sì», avevo risposto. «Sul resto preferirei non sbilanciarmi.»
Mi dissero che dovevo solo ascoltare, prendere qualche appunto, magari fare una domanda alla fine. Una cosa semplice. E nella mia esperienza le cose semplici sono quelle che poi richiedono un avvocato.
La sala era piena di imprenditori. Giacche scure, scarpe lucide, sguardi educati e un’attenzione intermittente, come certe lampadine nei pianerottoli. Il pubblico non era ostile. Era peggio: era amorfo. Annuiva quando bisognava annuire, sorrideva quando il relatore faceva una battuta, controllava il telefono con la discrezione di chi pensa di essere invisibile.
Sul grande schermo campeggiava un titolo che prometteva guai:
Profitto, cultura e futuro dell’informazione.
Il relatore era bravo. Bisogna riconoscerlo. Camminava avanti e indietro con il microfono ad archetto e l’aria di chi ha trasformato ogni dubbio in una slide. Parlava di sostenibilità, mercato, pubblico pagante, responsabilità economica. Il suo ragionamento filava. O almeno scivolava bene. Che non è proprio la stessa cosa, ma in molti convegni basta.
A un certo punto disse che l’informazione doveva imparare dalla modernità. Poi spiegò che non bastava più “fare cultura”, perché la cultura, se non incontra un pubblico disposto a pagare, rischia di diventare un esercizio narcisistico. Disse proprio così: narcisistico. Nei convegni, quando appare la parola narcisistico, qualcuno dovrebbe sempre controllare le uscite di sicurezza.
Io presi un appunto.
“Quando dicono narcisistico, stanno per tagliare qualcosa.”
Il relatore continuò. Parlò di efficienza, di segnali del mercato, di valore percepito. Ogni tanto qualcuno annuiva con convinzione. Altri annuivano perché era più comodo che non annuire. Uno in terza fila sembrava addormentato con gli occhi aperti, talento che io ho sempre invidiato.
Verso la fine, quando ormai sentiva la vittoria in tasca, il relatore decise di chiudere in bellezza.
Abbassò la voce, come fanno quelli che stanno per citare qualcuno di molto ricco.
«Jeff Bezos lo ha spiegato molto bene», disse. «Se le persone non pagano per il prodotto, vuol dire che il prodotto non è abbastanza buono. Continuare a sovvenzionarlo sarebbe come scrivere poesia senza rima. Troppo facile.»*
In sala molti annuirono.
Non tutti avevano capito. Ma l’intonazione era quella giusta, e spesso l’intonazione fa più carriera del pensiero.
Io invece rimasi immobile.
Non perché fossi scandalizzato. Alla mia età lo scandalo va amministrato con prudenza, come il colesterolo. Rimasi immobile perché c’era qualcosa di magnificamente assurdo in quella frase. Un uomo tra i più ricchi del pianeta aveva preso la poesia, l’aveva messa sul tavolo accanto ai licenziamenti, e l’aveva usata come fermacarte morale.
Il relatore sorrise. Poi allargò le braccia.
«Bene. Abbiamo ancora qualche minuto per le domande.»
Lo disse con quella sicurezza luminosa di chi è convinto che nessuno farà davvero una domanda. Nei convegni, le domande finali sono spesso un rito ornamentale: servono a dimostrare che il dialogo esiste, purché non se ne approfitti.
Io guardai il mio taccuino.
Avevo scritto una sola frase:
“Poesia senza rima = licenziamento con metafora.”
Alzai la mano.
Il relatore mi vide e sorrise. Forse ricordava che ero lì come giornalista. Forse pensò che una domanda della stampa avrebbe dato al suo intervento un’ultima pennellata di prestigio.
«Prego.»
Mi alzai piano. Alla mia età ci si alza sempre piano: anche quando si sta per rovinare una conferenza.
«Domanda tecnica», dissi. «Se una poesia fa rima ma non dice niente, viene quotata al Nasdaq?»
La sala rise per educazione. Il relatore rise per prudenza.
Io capii che, purtroppo, la domanda successiva sarebbe stata inevitabile.
«Naturalmente», disse lui, «quella di Bezos era una metafora.»
«Lo temevo.»
Si fece un piccolo silenzio. Uno di quei silenzi morbidi, imbottiti, da hotel congressuale. Io avrei voluto fermarmi lì, sedermi, fingere di aver ricevuto una telefonata urgente e uscire con la dignità di chi ha detto una sciocchezza sufficiente. Ma la parola poesia era ormai sul tavolo. E quando la poesia entra in una conferenza per imprenditori, bisogna almeno controllare che esca viva.
«Vede», dissi, «il problema non è la rima. La rima è una cosa bellissima. È una promessa che torna. Una parola parte, fa il giro della stanza, e poi rientra dalla finestra travestita da un’altra parola. Se è fatta bene, è un piccolo miracolo. Se è fatta male, è una pubblicità di detersivo.»
Qualcuno abbassò gli occhi sul programma del convegno. Un signore in prima fila, con una cravatta color vino, smise di prendere appunti. Forse temeva che stessi per parlare di metrica. In quel caso, devo ammettere, aveva ragione a preoccuparsi.
«Ma dire che la poesia senza rima è troppo facile», continuai, «è come dire che una persona senza cappello è più semplice da capire. Dipende dalla persona. E dal cappello.»
Il relatore cambiò peso da un piede all’altro.
«Il punto di Bezos era un altro», disse. «Voleva parlare di disciplina. Di vincoli. Di mercato. Se un giornale non trova lettori disposti a pagare, forse non sta offrendo abbastanza valore.»
Ecco. La parola valore arrivò puntuale, col passo sicuro di chi non sa ancora in che guaio si sta infilando.
«Su questo», dissi, «possiamo anche ragionare. Un giornale non vive d’aria. Nemmeno un poeta, anche se molti ci hanno provato con risultati fisici discutibili. Il problema nasce quando scambiamo il prezzo con il valore. Il prezzo lo vede subito. Il valore, certe volte, arriva tardi. È come quei parenti che si presentano dopo pranzo ma poi ti salvano la serata.»
In sala qualcuno sorrise. Non molto, ma abbastanza da farmi continuare. Io funziono così: datemi un mezzo sorriso e rovino una conferenza.
«Una poesia può fare rima ed essere vuota. Un giornale può fare utili ed essere inutile. Può vendere paura, pettegolezzo, urla, pregiudizio, e diventare un ottimo prodotto. Ottimo per il bilancio, intendo. Non per la testa di chi lo legge.»
Il relatore bevve un sorso d’acqua.
«Però il mercato è un segnale», disse.
«Certo. Anche il fumo è un segnale. Ma non sempre indica che qualcuno sta cucinando bene.»
A quel punto vidi alcune spalle irrigidirsi. Non ero più il signore buffo invitato all’ultimo momento. Stavo diventando quella cosa pericolosa che ogni convegno teme: un partecipante che ascolta le parole.
Provai a rimediare.
«Non sto dicendo che bisogna ignorare i conti. Sarebbe ridicolo. Io stesso, quando controllo il saldo del conto corrente, faccio esperienze mistiche molto intense. Dico solo che ci sono cose che si misurano facilmente e cose che si capiscono lentamente. La rima si sente. Il profitto si vede. La qualità, la fiducia, la libertà di un giornale, invece, sono meno rumorose. Non bussano alla porta ogni trimestre.»
Un giovane, in seconda fila, alzò la mano. Aveva l’aria fresca e stanca di chi passa molte ore davanti a slide che promettono futuro e consegnano insonnia.
«Ma senza vincoli», disse, «non si rischia l’autoreferenzialità? Un giornale mantenuto da un miliardario non potrebbe diventare pigro, protetto, lontano dai lettori?»
Mi piacque. Era una domanda vera. Le domande vere, nei convegni, fanno sempre un certo effetto: sembrano entrate senza badge.
«Sì», risposi. «Il rischio esiste. Un giornale protetto può diventare arrogante. Come un poeta che si innamora troppo del proprio verso libero e finisce per scrivere righe che sembrano istruzioni per montare una libreria svedese sotto sedativi. Però il contrario non è meno pericoloso. Un giornale totalmente consegnato al mercato può diventare servile. Inseguire ciò che si clicca, non ciò che serve sapere. Dare al pubblico non pane, ma zucchero. Tanto zucchero. Finché il lettore non si sente informato, ma soltanto eccitato e stanco.»
Il relatore non sorrideva più. Non era ostile. Sembrava soltanto deluso dal fatto che la sua metafora non fosse rimasta dove l’aveva messa.
«Milton», dissi, «scrisse il Paradiso perduto senza rima. Shakespeare fece parlare molti dei suoi personaggi in versi che spesso non rimano affatto. Eppure nessuno, credo, uscirebbe da Romeo e Giulietta dicendo: bello, però manca un modello di monetizzazione.»
Questa volta la sala rise davvero.
Ne approfittai. Quando una sala ride, è come una porta socchiusa: bisogna passare subito, prima che arrivi il responsabile marketing a richiuderla.
«La rima è un vincolo. Il profitto è un vincolo. Ma non tutti i vincoli producono verità. Alcuni producono eleganza. Alcuni producono astuzia. Alcuni producono soltanto paura. Il punto è scegliere quale vincolo vogliamo servire. Il poeta serve il ritmo, il senso, la precisione. Il giornalista dovrebbe servire i fatti, il lettore, la libertà di capire. Se poi riesce anche a stare in piedi economicamente, benissimo. Ma se per stare in piedi deve inginocchiarsi davanti a ogni impulso del mercato, allora non è più in piedi. È solo messo in posizione verticale.»
Un uomo in fondo tossì. Una tosse da consiglio di amministrazione.
Io sentii che stavo esagerando. Mi capita spesso. È uno dei pochi talenti che ho coltivato con costanza.
Così cercai una via d’uscita più lieve.
«Forse Bezos voleva solo dire che la facilità è un pericolo. E su questo ha ragione. Ma ha scelto l’esempio sbagliato. Perché la poesia senza rima non è poesia senza regole. È poesia con regole meno appariscenti. Il verso libero non è una fuga dalla disciplina. È una disciplina che non fa rumore. Come certe persone educate. O certi giornali seri, quando fanno bene il proprio lavoro.»
Mi fermai.
La sala era silenziosa, ma non più ostile. Forse stavano pensando. O forse aspettavano il coffee break. Nella vita pubblica, le due cose si assomigliano più di quanto ammettiamo.
Il relatore guardò lo schermo. Poi guardò me.
«Quindi lei cosa propone?»
Ecco la domanda che rovina sempre tutto. Finché si commenta il mondo, si può sembrare intelligenti. Appena qualcuno chiede una proposta, bisogna tornare umani.
Ci pensai.
«Propongo», dissi, «di smettere di usare la poesia come scusa per licenziare i giornalisti. È già abbastanza difficile usarla per conquistare qualcuno.»
Un’altra risata. Piccola, ma buona.
«E poi propongo di non confondere il segnale con la verità. Se nessuno compra un libro, non significa sempre che il libro non valga. Può significare che non lo hanno visto, che non lo hanno capito, che non hanno più tempo, che gli abbiamo insegnato a desiderare solo ciò che arriva in dieci secondi. Il mercato misura una risposta. Non sempre misura una necessità.»
Il giovane della seconda fila annuì.
Il relatore abbassò il microfono. Si vedeva che avrebbe voluto riprendere il controllo con una frase conclusiva, possibilmente elegante, possibilmente citabile su LinkedIn. Ma ormai il convegno aveva preso una piccola curva laterale. E le curve laterali sono pericolose: a volte portano alla verità, più spesso al parcheggio.
Allora decise di cavarsela con garbo.
«La ringrazio», disse. «Domanda interessante.»
“Interessante”, nei convegni, significa: non la rifaccia mai più.
Mi sedetti.
Per qualche secondo nessuno parlò. Poi una signora chiese se le slide sarebbero state inviate via mail. La vita, per fortuna, torna sempre alle sue certezze.
Il moderatore annunciò il coffee break. La sala si sciolse in piccoli gruppi. Gli imprenditori si avvicinarono al buffet con quel passo rapido e trattenuto di chi sa che nei convegni la vera competizione non è sulle idee, ma sui salatini.
Io rimasi un momento al mio posto, guardando il taccuino. Avevo aggiunto un’altra frase:
“Non tutto ciò che non fa rima è libero. Non tutto ciò che rende è vero.”
Mi parve una frase quasi buona. Il che, per uno come me, è sempre un campanello d’allarme.
Sulla porta, il relatore mi raggiunse.
«Lei è un poeta?» mi chiese.
«No», dissi. «Sono molto peggio. Sono un lettore.»
Lui sorrise. Questa volta senza archetto, senza slide, senza metafore da difendere.
«E scriverà un pezzo su questa conferenza?»
«Temo di sì.»
«Sia gentile.»
«Farò del mio meglio. Ma non prometto rime.»
Per la prima volta rise davvero.
Mentre uscivo, ripensai alla frase di Bezos. Poesia senza rima. Troppo facile.
Forse il nostro tempo ha questo problema: crede che la difficoltà debba sempre vedersi. La rima si sente. Il profitto si conta. Il licenziamento si annuncia. Ma le cose midavvero difficili spesso non fanno rumore. Tenere in piedi una redazione libera. Scrivere una frase onesta. Dire a un lettore non quello che vuole sentirsi dire, ma quello che può aiutarlo a capire.
Queste cose non sempre fanno rima.
Eppure, quando mancano, ce ne accorgiamo subito.
Magari non nel bilancio del trimestre.
Ma nel silenzio che resta dopo.
Armando.
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Disclaimer (non si sa mai…)
Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.
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